CHILE MEJOR

CHILE MEJOR

Chile Mejor inneggia a caratteri cubitali la cartellonistica a lato delle Carretera Austral. In helvetica bianco su una foto sciatta di una strada già asfaltata.
Chile Mejor è il ritornello che mi gira in testa mentre pedaliamo provando a trovare un ritmo sul ripio. Il ripio è quello che noi chiamiamo comunemente sterrato ma qui sulla Carretera Austral, dove tutto è costantemente variabile, anche il ripio cambia ogni chilometro.
Direi che, a memoria, in tre giorni abbiamo incontrato una decina di varietà di ripio.
Terra smossa con sassi e buche, selciato classico, brecciolino insidioso, terra schiacciata e compatta, terra schiacciata ma bagnata, sassi piccoli e bianchi, cemento con sopra sassi liberi, cemento con incastrati qua e là dei sassi, sabbia con grossi sassi liberi, mattoncini autobloccanti coperti di sabbia.
Chile mejor ma con calma.
Intanto la Carretera Austral rimane prevalentemente sterrata, appunto, e questo è il suo bello, ciò che rende il nostro viaggio ancora più epico. Ma sterrato viene da terra e la terra ce la siamo ritrovata fin dentro le orecchie per non nominare parti più scabrose.
Terra un po’ sollevata dalle nostre bici ma soprattutto dalle macchine che incrociamo, che non sono moltissime, ma viaggiano tutte a velocità folle incuranti delle nuvole che sollevano.
E ovviamente i primi due giorni di ripio abbiamo dormito in tenda, campeggiando a caso, quando eravamo troppo stremate per continuare. Pulendoci la faccia con dei fresh&clean perché avevamo poca acqua e non potevamo sprecarla per lavarci.
L’acqua.
Silvia proponeva di raccoglierla dal fiume di fianco alla nostra tenda ma io da buona cittadina mi sono opposta adducendo una serie di logiche obiezioni. La mattina dopo per fortuna degli operai di Chile mejor ci hanno riempito le bottiglie da una loro tanica.
‘Ma l’acqua del fiume si può bere?’ chiede Silvia a un’operaia.
‘Dipende, se il caballo la beve sì!’ risponde l’operaia.
Ah, ottimo, da oggi in poi ci ricorderemo di portare sempre un cavallo con noi.

Oggi siamo arrivate a Puerto Rio Tranquillo dopo cinquanta chilometri di quello che doveva essere un facile saliscendi, ma prevalentemente pianeggiante.
Ora, parlando di saliscendi, i primi giorni ci parevano meglio delle salite vere e proprie. Più brevi e con una immediata discesa corrispondente. Dopo un po’ invece ci siamo rese conto che sono una frustrazione incredibile. Perché hai appena fatto una fatica assurda per arrivare in cima e in un secondo scendi allo stesso livello di partenza, vanificando la fatica.
Ecco, io vi giuro che, se mai avessi dei soldi li investirei in una onlus benefica pro-ciclisti in Cile. Pagherei per spianare almeno uno di questi assurdi, continui e ripidissimi saliscendi. Farei mettere una targa: qui Linda Ronzoni ha fatto spianare una montagnola.
E forse altri ciclisti prenderanno esempio. E molte altre montagnole verranno spianate.
E allora sì che sarà un Chile mejor!

PIACERE, SONO IL SIGNOR PAMPERO

PIACERE, SONO IL SIGNOR PAMPERO

I primi a provarne gli effetti furono i colonizzatori spagnoli che si trovavano nella zona del Rio de la Plata, che divide l’Argentina dall’Uruguay; costoro ne percepivano la provenienza dalle zone più interne e meridionali, le pampas (praterie), e dunque lo battezzarono pampero. Il pampero è un vento forte e freddo di origine sud polare, che spira in Sud America.

Ieri abbiamo fatto la conoscenza del Signor Vento della Patagonia. Ho cercato in wikipedia per dargli un nome e dei connotati più precisi perché lui si è presentato in maniera un po’ brusca e senza molti convenevoli.
A metà strada tra El Blanco e il passo Ibanez, dopo trentacinque chilometri di pedalata in salita e prima di affrontare quella che tutti ci descrivono come la ‘salita della vita’, quella che ci condurrà al punto più alto della Carretera Austral, ecco che dietro un tornante si presenta lui…
Piacere sono il signor Pampero, ha sibilato. Non abbiamo avuto il tempo di presentarci a nostra volta perché una folata violenta ci ha colpite lateralmente, costringendoci a frenare per non finire fuori strada.
Da lì in poi il signor Pampero ci ha fatto compagnia sempre, fino all’arrivo a Villa Cerro Castillo, dando un contributo considerevole al nostro livello di sfinitezza.
È un tipo umorale il signor Pampero, cambia direzione e intensità continuamente, portandosi dietro le nuvole e cambiando il cielo e i colori del paesaggio. Sarebbe uno spettacolo meraviglioso se non fossimo in bici a lottare per arrivare in cima.
E proprio quando siamo quasi alla fine della nostra estenuante salita che la nuova conoscenza da il meglio di sé. Su un rettilineo lunghissimo in mezzo alle vette innevate della Patagonia, nel silenzio e le poche macchine che passano, arriva come un muro frontale e gelido e le sue intenzioni sembrano abbastanza chiare.

Fermatevi non arriverete mai!
Questa Patagonia l’avete presa sottogamba.
Siete ancora in tempo a ripensarci…

Ci fermiamo più volte, non sappiamo quanto manca all’inizio di questa benedetta discesa, le mappe e le indicazioni anche stavolta sono state imprecise. Fa freddissimo.
Poi passa un pullman enorme e fatiscente. L’autista ci vede e ci fa un gesto che non capiamo subito. Con il pollice e l’indice a indicare una quantità. Poco. Manca poco.
Ci si apre il cuore di gratitudine e d’amore per questo sconosciuto che ci ha viste e si è preoccupato per noi. Lo sposerei se ci fosse un rito abbreviato qui a pochi metri dal passo Ibanez.
Poi comincia la cuesta del diablo, un muro ripidissimo in discesa, siamo salve.

La sera il signor Pampero ci ha lasciato le guance rosse e le gambe dure. Ma ce l’abbiamo fatta e ci sentiamo le donne più eroiche del mondo.
Buonanotte signor Pampero noi andiamo a dormire, tu vai a soffiare un po’ più in là, se puoi, domani.

ADELANTE E VALIENTE

ADELANTE E VALIENTE

Lo ammetto. Quando prima di partire facevo la spavalda parlando romanticamente di quanto la bicicletta fosse anarchica, libera, e che bello fare le cicliste per caso, senza meticolosa preparazione né allenamento, credo di aver esagerato di proposito. Per darmi sicurezza, per non farmi prendere dall’ansia dell’ultima ora.

“Stai facendo una pazzia” diceva una vocina alla mia destra.
“Bisogna avere coraggio” rispondeva la vocina di sinistra.

Poi abbiamo cominciato a pedalare davvero, ieri. Al di là di ogni pensiero, aspettativa, paura. Eravamo lì a pedalare e basta e abbiamo scoperto alcune cose.
Intanto che le strade in Patagonia sono sempre o in salita o in discesa. Al limite in falsopiano, ma per poco. Alla partenza ci avevano promesso ottantaquattro chilometri di strada pianeggiante. E questa è stata la seconda scoperta: mai fidarsi delle indicazioni dei cileni, o hanno un’idea falsata dei piani inclinati o forse le salite per loro sono quelle che ci attendono nei prossimi giorni.
Comunque ieri siamo arrivate a Coyhaique stravolte e abbiamo deciso che oggi ce la saremmo presa comoda e avremmo fatto una tappa più breve.

Stamattina con calma abbiamo fatto la spesa al supermercato, scoprendo che i cileni hanno abitudini alimentari da colesterolo alle stelle.
Scaffali chilometrici di bibite gassate, il cui formato minimo è quello da tre litri, mentre trovare una bottiglia d’acqua è un’ impresa.
L’olio è solo quello di semi che noi usiamo per friggere, l’olio d’oliva è un prodotto avvenieristico. Figuriamoci l’olio extra vergine di oliva, figuriamoci quello spremuto a freddo.
Scaffali e scaffali di würstel in pacchi da cinquanta. E un reparto di patatine che è grande come un nostro supermercato.
Dopo aver mangiato il nostro pollo avocado e pomodori, vincendo il premio pasto salubre del millennio cileno, decidiamo che è tempo di ripartire per la seconda tappa.
L’inizio è terribile. Salita subito, con gambe impallate dagli ottantaquattro chilometri di ieri, io cerco di fare l’ottimisma e mi invento che nemmeno i professionisti al giro d’Italia partono in salita…
Oggi fa freddo, ieri invece il sole ci ha lasciato il segno della maglia e dei pantaloncini. Oltre alla fatica e al freddo si aggiungono anche i cani. Avevamo letto dei cani. Sbucano all’improvviso e ti inseguono abbaiando. Qualcuno scrive di aver portato un bastone per tenerli lontani dalla bici, io mi chiedo se tenere dei pezzi di pollo da lanciargli non sia una soluzione migliore.

In una pausa tra una salita e una discesa sulla strada per El Blanco, nostra seconda destinazione, decidiamo di dare un nome alle nostre bici.
Adelante e Valiente, pensiamo.
Adelante adelante, come la canzone di De Gregori, andare avanti, abbassare la testa, tirare il fiato, modalità zen una pedalata dopo l’altra.
E “Usted es muy valiente” ci ha detto la signora dove ci siamo fermate a chieder acqua.
Adelante e Valiente, eccoli i nomi perfetti.

ICH BIN CILENO

ICH BIN CILENO

«Hay un order que respetar»
«Ma domani abbiamo un traghetto, è l’unico che parte per Puerto Chacabuco. Por favor può chiedere al meccanico se può dare solo un’occhiata?»
«Intiendo pero hai un order que respetar»
«Por favor, siamo disperate, come facciamo a partire per la Carretera Austral se non sistemiamo il freno?»
«Intiendo, pero hay un order…»
Sì, ho capito, l’order que respetar, ma siamo in Cile o a Berlino?
Non dovrebbe essere che qui funzionano le regole del sud del mondo?
Lo strappo alla regola come stile di vita? No?
Ascolti, io sono quella coi capelli ricci, che non attraversa sulle strisce e che va in giro in bici perché la bici è anarchica, por favor!
Io e Silvia proviamo cinquanta sfumature di supplica. Da quella piagnucolosa a quella disperata, arrivando alla fine a una quasi rabbiosa.
Le commesse sono tre. Una con le unghie bianche quadrate lunghe quattro centimetri e un piercing sul naso che non ha mai alzato gli occhi dal computer, nemmeno quando siamo entrate. La seconda, che è quella del ‘hay un order’, occhi piccoli neri che ci guardano fermi e impassibili mentre ripete la sua litania. La terza ha le sopracciglia disegnate e una bandana, il suo sguardo tradisce un accenno di incertezza, quasi di empatia. Decidiamo di lavorare su di lei.
Dopo un quarto d’ora cominciano a consultarsi tra di loro, sottovoce; è fatta!
Diamo l’ultima accelerata sul pedale del piagnucoloso ed ecco che la nostra commessa empatica va a chiamare il meccanico.

Oggi siamo su un cargo dirette a Puerto Chacabuco con le bici perfettamente frenanti e il cuore scalpitante per la partenza.
La responsabile della sicurezza del cargo ci illustra le regole del nostro viaggio. Alla fine ci dice che sulla nave non si può bere alcol. Ma come? «Nemmeno l’ultimo dell’anno?»
«No!»
Decidiamo di tenere segreta l’esistenza di una bottiglia di Moet & Chandon che speravamo di mettere in fresco.
Io intanto mi appunto sulla moleskine: i cileni sono più rigidi dei tedeschi!

image.jpeg

CICLISTE PER SCELTA, CICLISTE PER CASO

CICLISTE PER SCELTA, CICLISTE PER CASO

«Vai, vai, vai!»
Vado, vado!  Spingo sui pedali veloce; se smetto cado, se continuo così prendo velocità e sbatto contro quel muro là in fondo.
 Un brivido di piacere e di paura passa dagli occhi sgranati ai piedi: vado senza rotelle! Per qualche incredibile magia sto in equilibrio!

Quarant’anni dopo, e decine di cadute e ginocchia sbucciate dopo, la magia rispetto allo stare in equilibrio si è un po’ affievolita ma sulla sella della mia bici, mentre pedalo per Milano, io mi sento sempre un’anarchica felice. 
Il bello di andare con la bici in città è che posso passare col rosso, dopo essermi protesa a sbirciare a destra e a sinistra. Ma il bello è anche che posso decidere di fermarmi ad aspettare il verde e tirare il fiato, quelle mattine che le gambe non vanno. 
Il bello è scivolare di fianco alla macchine in fila, scattare prima di tutti, oppure rallentare e seguire il ritmo dei pensieri. Perché la bicicletta modifica il tempo; i pedali sono come lancette e le mie gambe decidono loro come farlo scorrere questo tempo: adagio, sostenuto, andante moderato, presto prestissimo.
In bicicletta ho sempre quindici anni, mentre invecchio improvvisamente appena mi siedo alla guida di una macchina.
La bicicletta io credo abbia in sé qualcosa di profondamente giusto: non consuma energie, che non siano quelle che posso metterci io coi miei muscoli, non fa rumore se non quelli perfetti delle meccanica in movimento, se la curi non invecchia mai.
 Io in città uso una bici rossa bellissima ereditata da mio padre, lui sì un ciclista vero, un piccolo gioiellino che va come una scheggia.

Certo la Patagonia mi immagino non abbia molti semafori né auto in coda da superare, e la bici rossa fiammante sarà sostituita da una Cinelli altrettanto bella ma molto più pesante e con venti chili di bagaglio.
 Ci saranno lunghissimi chilometri di fatica e forse ogni tanto bisognerà entrare in una sorta di stato zen come quando si nuota in piscina.
Ma credo che lo spirito ciclistico vero, quello anarchico, libero e ribelle, ci guiderà pure lì, sulla Carretera Austral, col vento contro e i saliscendi a tagliarci le gambe.
 Sarà bello andare un po’ a caso, cambiare itinerario, rallentare o approfittare di una giornata di vento a favore e allungare il passo. Non ci saranno gare, sfide, scadenze. Ci sarà il piacere di andare.
Per questo Cicliste per caso è il nostro motto. Sarà perché ho sempre attraversato fuori dalle strisce, sarà perché ho i capelli ricci, ma le regole non mi sono mai piaciute e per quanto riguarda gli imprevisti ho imparato a non farmi più mettere di cattivo umore.

IMG_9382

C’ERA UNA VOLTA UN INGLESE, UN CILENO E UNA MOLESKINE

C’ERA UNA VOLTA UN INGLESE, UN CILENO E UNA MOLESKINE

Uso la moleskine da molti anni. Mi piace la carta, il colore e la grammatura. Il modo in cui la penna scorre sulle pagine. Compravo la moleskine quando era ancora difficile da trovare e portava con sé quell’idea di viaggio, romantica e struggente, che la rendeva unica. Quel tipo di viaggio in cui ti immagini che ogni istante sia una scoperta così sconvolgente e significativa da non poter fare a meno di riempire fitte pagine di parole che poi diventeranno libri memorabili.
Ovviamente tutte le mie moleskine sono piene solo di appunti di lavoro, titoli di racconti che scriverò, elenchi di cose da fare.
La moleskine alla fine è un po’ come la jeep, metafora di viaggi, partenze, fughe verso mondi selvaggi, e poi la cosa più avventurosa che ti succede è stare in coda sulla circonvallazione.
Che poi io non è che con questi taccuini ci volessi davvero partire. In fondo partire non mi interessava nemmeno, preferivo trastullarmi con l’idea che ‘il vero viaggio è quello dentro se stessi’ e nessun viaggio poteva eguagliare la fantasia del viaggio nella mia testa.
Sarà per questa congenita tendenza ad essere più contemplativa che attiva che per me la geografia è stata un problema da sempre? E parlo della materia a scuola per cominciare ma poi anche della poca geografia vissuta, quella delle strade, delle città, dei fiumi, dei monti. Non mi ricordavo mai niente. Da piccola non sapevo nemmeno il nome delle vie di fianco a casa mia. E poi le cose non sono andate molto meglio.

Nel 1974 Bruce Chatwin si incontra in un caffè di Zurigo con Luis Sepúlveda. Gli regala una moleskine. Sepulveda sta partendo per un viaggio in Patagonia, su quella moleskine prenderà gli appunti di viaggio che poi costituiranno il corpo del suo famoso Patagonia express.

Tra qualche giorno partirò per la Patagonia, ho una moleskine nuova che mi sono comprata apposta. Ho dato un’occhiata alla cartina almeno per avere un’idea e per ora ricordo solo il nome della strada che faremo, in bicicletta. Carretera Austral, è un bel nome credo che me lo ricorderò.
Per non rischiare me lo segno sulla prima pagina del taccuino più famoso del mondo. Che poi a me Chatwin non è mai piaciuto. Ma senti come scivola leggera la penna su questa carta…

IMG_9211