TIC TAC, TIC TAC

TIC TAC, TIC TAC

I tic tac menta intensa, adesso che li riguardo, hanno lo stesso colore del Perito Moreno. Un azzurro fluorescente, vagamente irreale. Forse l’emozione della vista del ghiacciaio, avvenuta qualche giorno prima, ha condizionato subliminalmente l’acquisto sconsiderato. Forse è una strategia di marketing argentina. Non mi risulta l’esistenza di tale gusto sul mercato italiano e comunque non conosco nessuno che li abbia mai comprati. Prima di me.
Sta di fatto che poi il colore si è rivelato il problema minore, la consistenza era la vera fregatura; tradiva una permanenza millenaria sullo scaffale del supermercato cileno. Quindi in fondo qualche legame col Perito Moreno c’era.
Devo averne mangiati tre, quattro, succhiando la menta intensa e sputando il nucleo immasticabile. Per il resto i miei tic tac dell’era glaciale sono restati praticamente tutti lì, nella loro scatola, sul fondo della borsina che usavamo la sera in Patagonia.

Qualche giorno fa da sotto le giacche, i cappotti e le sciarpe è risaltata fuori. La borsina.E i tic tac sonnecchiavano lì, assieme al passaporto, il tappo di un vino particolarmente buono bevuto a El Calafate, scontrini, cuffie, un cioccolatino di un hotel chiamato el Puma.
Ho messo il tappo nel vaso dei tappi, il passaporto e il cioccolatino nel cassetto e ho buttato gli scontrini e i biglietti.
Ma i tic tac menta intensa li ho tenuti sul tavolo e me li rigiro in mano mentre lavoro.
Oggi a distanza di due mesi dal ritorno dalla nostra avventura patagonica mi sembra che il senso del viaggio sia concentrato in quella scatolina lì.
E che i ricordi funzionino come le caramelle: piccoli nuclei isolati di sapore, flash onirici di un colore intenso, vagamente irreale.
Finché tengo la scatolina e la scuoto, come scuotessi dei dadi prima di lanciarli, mi sembra che posso giocare, mischiare il passato col presente e col futuro.
Pensare al viaggio finito e confonderlo col prossimo viaggio.

Ho sempre confuso i ricordi con la malinconia, ma queste piccole memorie azzurro fluorescente mi fanno venire voglia di futuro e di nuove partenze.

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L’ITALIA S’E’ DESTA!

L’ITALIA S’E’ DESTA!

Il colore è un bel rosso intenso e il cameriere mi spiega, in un misto di spagnolo e inglese rigirandosi la bottiglia tra le mani, che il Carmenere è molto simile al Merlot. Il cameriere è cileno ed è molto orgoglioso dei suoi vini, ne parla come fossero suoi figli e si prodiga a elencarne i pregi e le caratteristiche, che definisce uniche.
Quando gli chiediamo di consigliarci il suo miglior vino non ha esitazioni: Carmenere, appunto.

Siamo all’inizio del nostro viaggio in Patagonia mentre avviene questa scena.
Ora siamo tornate da qualche giorno a Milano, io e Silvia. E una delle cose che ci mancavano di più erano forse proprio i vini italiani. Certo anche il cibo, con tutte le prelibatezze che solo in Italia si trovano.
Ecco, non so se si capisce il tono di che solo in Italia si trovano, ma io quando sono in viaggio non so cosa mi prende. Mi succede una cosa di cui quasi mi vergogno, perché mi sembra molto provinciale e stupida. Però senza che me ne accorga, se si comincia a parlare di Italia, a me scatta una sorta di campanilismo, di orgoglio patrio, di fierezza ispirata. Mancherebbe solo la mano sul cuore e l’inno che parte. E vi assicuro che io eliminerei i confini di qualsiasi territorio e che gli inni nazionali, con la loro pomposità, mi fanno quasi sempre ridere. Il fatto che io sia nata qui. in Italia, e non altrove è una pura casualità e quindi non vedo di cosa dovrei andare fiera.
Eppure se mi beccate all’estero ecco che il cuore mi si gonfia e comincio come il cameriere coi suoi vini cileni a parlare appassionatamente di quanti formaggi ci sono in Italia, della qualità unica al mondo dell’olio, del aceto, e la cucina Toscana? E la cucina siciliana?
E vogliamo poi parlare dei vini?

La scelta del rosso in questa seconda serata patagonica arriva dopo l’esperienza della sera precedente di un Sauvignon Blanc servito troppo freddo, veramente deludente.
In realtà parto prevenuta anche sul rosso. Ho un ricordo che mi gira in testa di qualcosa che scriveva Baricco a proposito dei vini cileni, sudafricani e californiani. Non che Baricco sia il mio faro ma quella cosa mi aveva convinto e mi è restata in mente.
Lui li chiama vini hollywoodiani, intendendo dei vini di grande effetto ma senza spessore, monodimensionali. Un’esperienza da consumare in un sorso e poi identica a se stessa per tutto il resto della bottiglia.
Un vino per gente che non capisce di vino, nato per gli americani, quindi per chi non ha nel proprio dna il vino ma i superalcolici o la birra, e poi esportato in tutto il mondo.
Io non sono un’esperta di vini e non so se la suggestione delle parole di Baricco abbia cambiato la mia esperienza diretta.
Credo però che i vini buonissimi che ho bevuto negli ultimi anni abbiano alzato la mia competenza di degustatrice di vini anche senza volerlo. È una di quelle cose da cui non si torna indietro, il vino buono.
Il Carmerere l’abbiamo bevuto, così come abbiamo poi provato vari Cabernet Sauvignon, un paio di Pinot Noir e un Malbec; sono andati giù, come si dice, alcuni non erano per niente male. Ma mi sa che il vino buono è un’altra cosa, ci siamo dette io e Silvia verso la fine del viaggio.

Negli ultimi giorni a Porto O’Higgins siamo state invitate da amici argentini incontrati qua e là durante il viaggio a mangiare il cordero patagonico, con grande felicità di Silvia è un po meno mia (se andate a cercare cos’è scoprirete perché). Viaggiavano col baule della macchina pieno di vino argentino. E mentre un amico stappava una bottiglia ha cominciato, con occhio ispirato e tono fiero, a parlare della bontà dei vini argentini rispetto a quelli cileni. Io stavo partendo a mia volta, nella gara di patriottismo, a parlare della assoluta supremazia di quelli italiani. Quando Silvia mi ha guardato con occhi supplichevoli, no ti prego. Giusto un attimo prima che partisse l’inno e la mano sul cuore…

UN ICEBERG NEL BICCHIERE

UN ICEBERG NEL BICCHIERE

La naturaleza no pregunta e no tiene tiempo. Rebecca la nostra guida è anche un po filosofa, pare. E così, ci spiega, il Perito Moreno, quattro anni fa, mentre tutti aspettavano ‘la grande rottura’ prendendo d’assalto alberghi e appostandosi per ore sulle passerelle, ha deciso difregasene di tutti e rompersi alle tre di notte nel silenzio assoluto e senza occhi che lo scrutassero.

Ora non starò ad ammorbarvi coi dettagli. Vi basti sapere, se non siete amanti del Perito Moreno, e quindi sapete già tutto, o non siete già stati qui e una Rebecca vi ha spiegato la storia, che ogni tre, quattro anni in un punto del ghiacciaio si forma un imponente ponte di ghiaccio che poi crolla dando vita a uno spettacolo unico, dicono. Ma, a parte l’enorme rottura, in questo periodo dell’anno ci sono continue piccole cadute di pezzi di ghiaccio. Si sente un boato, simile a un ruggito, e poi dopo qualche secondo la lastra di ghiaccio precipita nel lago Argentino.

Mi ritrovo a pensare a Freud mentre guardo stupefatta il muro di guglie che, come un fiume impazzito fermatosi di botto, scende giù in mezzo alle montagne. Alla teoria dell’iceberg, per cui le parti emerse del ghiacciaio rappresenterebbero la parte razionale della personalità, mentre la parte sommersa, molto più grande, che rimane nascosta e invisibile, simboleggerebbe l’inconscio. Mi chiedo quanto Perito Moreno inconscio ci sia là sotto e cosa stia rimuginando. Quello che emerge è di una bellezza da lasciare senza parole, grandioso e magnifico come una cattedrale, potente e spaventoso come una calamità naturale bloccata in un fermo immagine un attimo prima di travolgere tutto.
Abbiamo già visto un ghiacciaio qualche giorno fa. Il ghiacciaio O’Higgins a cui si accede con un battello e una navigazione di cinque ore. Non era così maestoso ma è stata una sorta di entrée, come al ristorante mentre aspetti il piatto che hai ordinato. Bello e emozionante come tutte le prime volte. Quando ci siamo fermati in prossimità del ghiacciaio per permettere che tutti scattassero quel milione di foto, un marinaio con un gommone è andato a prendere un pezzo di ghiaccio dal ghiacciaio.
Il capitano ha poi cominciato a girare tra i passeggeri con del whisky on the rocks che noi abbiamo commutato in coca cola, visto che erano le due del pomeriggio.
È stato strano avere una coca cola con un ghiaccio millenario dentro. Sembrava un piccolo iceberg a nostro uso e consumo, l’abbiamo guardato affascinate aspettando che si sciogliesse ma quando il capitano è passato a ritirare i bicchieri era ancora intatto.

Mi sono ricordata del piccolo iceberg mentre scendevamo nel punto più basso della passerella e un pezzo di ghiaccio si staccava ruggendo dal blocco uniforme del ghiacciaio.
Ho provato a fatica a immaginare che lui è lì da milioni di anni, dall’era glaciale, ben prima che il signor Francisco Moreno lo scoprisse e gli desse il suo nome.
Ho pensato che avere un inconscio di milioni di anni deve essere una cosa impegnativa, così come rimanere impassibili davanti allo stupore e all’ammirazione di milioni di persone, obiettivi fotografici e videocamere.
Ma il Perito Moreno deve essere un tipo insensibile alle lusinghe, riservato e silenzioso.
Un tipo che quando decide di dare spettacolo lo fa di notte, quando a vedere ci sono, al limite, solo le stelle.

UNA CASA ALLA FINE DEL MONDO

UNA CASA ALLA FINE DEL MONDO

Hurta ci accoglie nella sua cucina con il sorriso sdentato e gli occhi dolci da nonna delle favole. I figli Tito e Roberto, da qui in poi per tutto il tempo sarà impossibile capire chi sia Tito e chi Roberto, vivono con lei in una casa col tetto di lamiera che sta insieme con lo sputo.
Siamo arrivate qui, a Candelario Mancilla, su un battello da Villa O’Higgins dove finisce la Carretera Austral e si può proseguire solo in bicicletta o a piedi.
Tito e Roberto avranno rispettivamente 40 e 50 anni e uno dei due viene ad accogliere i turisti, dieci in tutto, al porticciolo. Sembrerebbe la solita tattica furbetta per accaparrarsi per primo i turisti, ma ben presto scopriamo che la loro casa è l’unica di tutto Candelario Mancilla. Tre abitanti. Cinque se si considerano i due cani.

Si potrebbe campeggiare ma siamo troppo stanche e così decidiamo di dormire a casa loro, in una stanza povera e piena di roba, con un bagno in comune che non viene pulito decentemente da quando mamma Hurta aveva ancora tutti i capelli neri. Ma fa molto viviamo come vivono loro e ci piace.
Tito e Roberto cucinano, minestra con verdure del loro orto. Poi arriva la carne delle loro mucche, che macellano loro. Il pane lo impastano lo sera e lo infornano la mattina. Hanno un armadio stipato di lattine di birre, per i turisti tedeschi e inglesi, che fanno pagare come se fosse oro. L’energia viene prodotta da pannelli solari e da una turbina, le comunicazioni col mondo avvengono solo tramite una ricetrasmittente, come i camionisti.
Lavorano coi turisti tre mesi l’anno, d’inverno il traghetto che li collega col mondo c’è ogni dieci giorni, tempo e lago premettendo.
Mentre vado in bagno dopo cena li vedo davanti alla televisione che guardano una partita di calcio. Toglietemi tutto ma non la mia squadra del cuore.

Abbiamo letto un po’ di resoconti del faticosissimo e affascinante passo da valicare per andare in Argentina da qui. In bicicletta coi bagagli sembra un’impresa da morire e per questo in molti li consegnano a Tito, o Roberto, che con tre cavalli ci precede nel tragitto.
Il percorso si è poi rivelato molto faticoso anche così, senza il fardello delle borse pesanti, ma anche bellissimo e divertente. Con passaggi nei torrenti gelati, nel fango, sotto o sopra alberi caduti.
All’arrivo al lago del desierto in terra Argentina, dopo 23 chilometri, ci sentiamo delle pioniere che hanno scoperto nuove terre, di fronte a noi il lago e in lontananza il Fitz Roy con tutta la sua bellezza.
Coi piedi scalzi e le scarpe al sole ad asciugare andiamo a farci identificare.
Los carabineros sono quattro. Uno timbra il passaporto e soffia sul timbro prima di aggiungere la data a penna, uno guarda dalla finestra con sguardo assorto cercando di darsi un contegno e sbirciando per vedere se lo guardiamo. Gli altri due seguono l’operazione della timbratura con grande interesse e partecipazione.
Intanto Tito, o Roberto, sarà tornato a casa coi cavalli e andrà a ad accogliere i nuovi turisti.

Ancora un mese. Minestrina, jeep, cavalli, pane da impastare.
Poi lunghi mesi vuoti, sotto la neve.
Cosa faranno Tito, Roberto e Hurta tutto questo tempo?
Si potrebbe dare una bella pulita al bagno, che dite?

 

IL MIGLIOR NEMICO DELL’UOMO

IL MIGLIOR NEMICO DELL’UOMO

Vorrei incontrare un entomologo e parlare lungamente degli usi e costumi dei tafani. Pensavate anche voi che l’animale più fedele all’uomo fosse il cane?

Prima della Patagonia la mia unica esperienza diretta coi tafani era stata una puntura un pomeriggio di luglio in piscina all’età di quindici anni. Tutti scappavano tuffandosi in acqua per sfuggire al suo attacco ossessivo e io ignara ero rimasta sul bordo ed ero stata punta.
Mi ero fatta l’idea che i tafani fossero insetti rari, non avendone più incontrati se non qualche volta in montagna.
In Patagonia ho avuto modo di rivedere la mia idea sulla diffusione dei tafani, e sono arrivata alla conclusione che, insieme agli gnu africani, prenderanno possesso del mondo.
Gnu e tafani.

Sulla Carretera Austral, specie sui valichi montani, specie nelle ore più calde, specie quando il vento si calma, l’aria è invasa da questi esseri neri ronzanti. Intercettano il tuo corpo di passaggio e non lo mollano più. Ti hanno scelto, come se fosse un giuramento di fedeltà eterna, e non ti mollano se non dopo aver ficcato i loro piccoli denti nella tua carne o dopo che li hai uccisi e in questo caso prima di morire passano il testimone a un loro hermano e chiedono a lui di continuare a ossessionarti. Finché morte non vi separi, gli dicono.
Possono seguirti per chilometri senza stancarsi e il motto ammazzarne uno per educarne cento su di loro non ha presa.
Ieri in una delle solite salite terribili, andando verso Puerto Yungay ad un certo punto io e Silvia eravamo circondate da venti, trenta esemplari ognuna. A nulla serviva il mulinare delle braccia frenetiche e le imprecazioni crescenti.
Non credevo di poter ammazzare con tanto gusto sadico degli essere viventi. Nella pausa per riprendere fiato a un certo punto io e Silvia abbiamo cominciato ad ammazzarceli a vicenda dandoci delle pacche violente, perché i tafani sono pure resistenti, all’urlo di “tié, muoriiiii!”

In tutti i discorsi con i ciclisti incrociati per strada o con cui campeggiavamo ad un certo punto inevitabilmente si finiva a parlare di tafani. “Oh my god, those horrible horseflies!”.

Mi immagino che nelle città dei tafani, nelle loro piazze, ci siano monumenti ai tafani più eroici, i più forti, i più resistenti, i più caparbi. Quelli più fedeli, quelli che fino alla morte non mollano. Sotto, incisa, la dicitura: El tabano patagonico, il miglior nemico dell’uomo.

 

NEVER GIVE UP?

NEVER GIVE UP?

Gli aforismi mi hanno sempre fatto venire l’orticaria, anche quelli che dicono cose vere ma che, solo per il fatto di essere diventati aforismi, si sono svuotati di ogni senso. Sono diventati comodi proclami, a rassicurarci su ciò che è giusto dividendolo con una linea netta da ciò che non lo è, per niente.
Ma anche le frasi a effetto, che sono un po’ dei motti, delle massime di vita, non le ho mai sopportate.
Quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare!
Dai sempre il massimo!
Vai oltre i tuoi limiti!
Never give up!

Sarà il nome del posto, Porto Rio Tranquillo, sarà che Silvia dopo avermi trascinato con la sua determinazione su per le salite, e avermi convinta a resistere al ripio, oggi ha avuto un tracollo, sarà la polvere che ci ha appesantito le gambe, ma noi oggi ci siamo fermate.
Ci siamo sedute sulla riva del lago General Carrera, che sulla sponda Argentina si chiama lago Buenos Aires, guardando le piccole onde infrangersi sulla riva e ci siamo prese il tempo per digerire questi sei giorni.

Per digerire le montagne salite e quelle scese, le piccole innumerevoli nuvole nel cielo limpido, la polvere del ripio, i laghetti azzurri, ma come faranno poi a essere così azzurri, le mucche, le troppe troppe stelle nel cielo nero, i cani, la sorpresa di un picchio di fianco alla nostra tenda, le unghie tagliate con la forbicina del coltellino svizzero, le borracce riempite nel ruscello, un cavallo libero che corre con noi per cento metri, la signora che ci dice che siamo valienti, il meccanico che ci aggiusta i freni, le frenate in discesa senza finire sul brecciolino, lo sguardo che impara a scovare stradine più lisce nella strada sterrata, la frustrazione di una nuova salita all’orizzonte, il vento che una volta ci ha spinto su una salita, come una mano forte e buona sulle schiena, ma mille altre volte è stato un muro contro la faccia.

Oggi abbiamo schiacciato il tasto pause del nostro lato selvaggio, coraggioso e avventuroso e abbiamo preso un pullman, caricato le nostre bici e deciso che per un giorno potevamo riposare e stare a digiuno. Never give up sarà per un’altra volta.

Domani rischiacceremo il tasto play, guarderemo la strada da fare e riprenderemo a pedalare perché chi si ferma è perduto. O no?

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CHILE MEJOR

CHILE MEJOR

Chile Mejor inneggia a caratteri cubitali la cartellonistica a lato delle Carretera Austral. In helvetica bianco su una foto sciatta di una strada già asfaltata.
Chile Mejor è il ritornello che mi gira in testa mentre pedaliamo provando a trovare un ritmo sul ripio. Il ripio è quello che noi chiamiamo comunemente sterrato ma qui sulla Carretera Austral, dove tutto è costantemente variabile, anche il ripio cambia ogni chilometro.
Direi che, a memoria, in tre giorni abbiamo incontrato una decina di varietà di ripio.
Terra smossa con sassi e buche, selciato classico, brecciolino insidioso, terra schiacciata e compatta, terra schiacciata ma bagnata, sassi piccoli e bianchi, cemento con sopra sassi liberi, cemento con incastrati qua e là dei sassi, sabbia con grossi sassi liberi, mattoncini autobloccanti coperti di sabbia.
Chile mejor ma con calma.
Intanto la Carretera Austral rimane prevalentemente sterrata, appunto, e questo è il suo bello, ciò che rende il nostro viaggio ancora più epico. Ma sterrato viene da terra e la terra ce la siamo ritrovata fin dentro le orecchie per non nominare parti più scabrose.
Terra un po’ sollevata dalle nostre bici ma soprattutto dalle macchine che incrociamo, che non sono moltissime, ma viaggiano tutte a velocità folle incuranti delle nuvole che sollevano.
E ovviamente i primi due giorni di ripio abbiamo dormito in tenda, campeggiando a caso, quando eravamo troppo stremate per continuare. Pulendoci la faccia con dei fresh&clean perché avevamo poca acqua e non potevamo sprecarla per lavarci.
L’acqua.
Silvia proponeva di raccoglierla dal fiume di fianco alla nostra tenda ma io da buona cittadina mi sono opposta adducendo una serie di logiche obiezioni. La mattina dopo per fortuna degli operai di Chile mejor ci hanno riempito le bottiglie da una loro tanica.
‘Ma l’acqua del fiume si può bere?’ chiede Silvia a un’operaia.
‘Dipende, se il caballo la beve sì!’ risponde l’operaia.
Ah, ottimo, da oggi in poi ci ricorderemo di portare sempre un cavallo con noi.

Oggi siamo arrivate a Puerto Rio Tranquillo dopo cinquanta chilometri di quello che doveva essere un facile saliscendi, ma prevalentemente pianeggiante.
Ora, parlando di saliscendi, i primi giorni ci parevano meglio delle salite vere e proprie. Più brevi e con una immediata discesa corrispondente. Dopo un po’ invece ci siamo rese conto che sono una frustrazione incredibile. Perché hai appena fatto una fatica assurda per arrivare in cima e in un secondo scendi allo stesso livello di partenza, vanificando la fatica.
Ecco, io vi giuro che, se mai avessi dei soldi li investirei in una onlus benefica pro-ciclisti in Cile. Pagherei per spianare almeno uno di questi assurdi, continui e ripidissimi saliscendi. Farei mettere una targa: qui Linda Ronzoni ha fatto spianare una montagnola.
E forse altri ciclisti prenderanno esempio. E molte altre montagnole verranno spianate.
E allora sì che sarà un Chile mejor!

PIACERE, SONO IL SIGNOR PAMPERO

PIACERE, SONO IL SIGNOR PAMPERO

I primi a provarne gli effetti furono i colonizzatori spagnoli che si trovavano nella zona del Rio de la Plata, che divide l’Argentina dall’Uruguay; costoro ne percepivano la provenienza dalle zone più interne e meridionali, le pampas (praterie), e dunque lo battezzarono pampero. Il pampero è un vento forte e freddo di origine sud polare, che spira in Sud America.

Ieri abbiamo fatto la conoscenza del Signor Vento della Patagonia. Ho cercato in wikipedia per dargli un nome e dei connotati più precisi perché lui si è presentato in maniera un po’ brusca e senza molti convenevoli.
A metà strada tra El Blanco e il passo Ibanez, dopo trentacinque chilometri di pedalata in salita e prima di affrontare quella che tutti ci descrivono come la ‘salita della vita’, quella che ci condurrà al punto più alto della Carretera Austral, ecco che dietro un tornante si presenta lui…
Piacere sono il signor Pampero, ha sibilato. Non abbiamo avuto il tempo di presentarci a nostra volta perché una folata violenta ci ha colpite lateralmente, costringendoci a frenare per non finire fuori strada.
Da lì in poi il signor Pampero ci ha fatto compagnia sempre, fino all’arrivo a Villa Cerro Castillo, dando un contributo considerevole al nostro livello di sfinitezza.
È un tipo umorale il signor Pampero, cambia direzione e intensità continuamente, portandosi dietro le nuvole e cambiando il cielo e i colori del paesaggio. Sarebbe uno spettacolo meraviglioso se non fossimo in bici a lottare per arrivare in cima.
E proprio quando siamo quasi alla fine della nostra estenuante salita che la nuova conoscenza da il meglio di sé. Su un rettilineo lunghissimo in mezzo alle vette innevate della Patagonia, nel silenzio e le poche macchine che passano, arriva come un muro frontale e gelido e le sue intenzioni sembrano abbastanza chiare.

Fermatevi non arriverete mai!
Questa Patagonia l’avete presa sottogamba.
Siete ancora in tempo a ripensarci…

Ci fermiamo più volte, non sappiamo quanto manca all’inizio di questa benedetta discesa, le mappe e le indicazioni anche stavolta sono state imprecise. Fa freddissimo.
Poi passa un pullman enorme e fatiscente. L’autista ci vede e ci fa un gesto che non capiamo subito. Con il pollice e l’indice a indicare una quantità. Poco. Manca poco.
Ci si apre il cuore di gratitudine e d’amore per questo sconosciuto che ci ha viste e si è preoccupato per noi. Lo sposerei se ci fosse un rito abbreviato qui a pochi metri dal passo Ibanez.
Poi comincia la cuesta del diablo, un muro ripidissimo in discesa, siamo salve.

La sera il signor Pampero ci ha lasciato le guance rosse e le gambe dure. Ma ce l’abbiamo fatta e ci sentiamo le donne più eroiche del mondo.
Buonanotte signor Pampero noi andiamo a dormire, tu vai a soffiare un po’ più in là, se puoi, domani.

ADELANTE E VALIENTE

ADELANTE E VALIENTE

Lo ammetto. Quando prima di partire facevo la spavalda parlando romanticamente di quanto la bicicletta fosse anarchica, libera, e che bello fare le cicliste per caso, senza meticolosa preparazione né allenamento, credo di aver esagerato di proposito. Per darmi sicurezza, per non farmi prendere dall’ansia dell’ultima ora.

“Stai facendo una pazzia” diceva una vocina alla mia destra.
“Bisogna avere coraggio” rispondeva la vocina di sinistra.

Poi abbiamo cominciato a pedalare davvero, ieri. Al di là di ogni pensiero, aspettativa, paura. Eravamo lì a pedalare e basta e abbiamo scoperto alcune cose.
Intanto che le strade in Patagonia sono sempre o in salita o in discesa. Al limite in falsopiano, ma per poco. Alla partenza ci avevano promesso ottantaquattro chilometri di strada pianeggiante. E questa è stata la seconda scoperta: mai fidarsi delle indicazioni dei cileni, o hanno un’idea falsata dei piani inclinati o forse le salite per loro sono quelle che ci attendono nei prossimi giorni.
Comunque ieri siamo arrivate a Coyhaique stravolte e abbiamo deciso che oggi ce la saremmo presa comoda e avremmo fatto una tappa più breve.

Stamattina con calma abbiamo fatto la spesa al supermercato, scoprendo che i cileni hanno abitudini alimentari da colesterolo alle stelle.
Scaffali chilometrici di bibite gassate, il cui formato minimo è quello da tre litri, mentre trovare una bottiglia d’acqua è un’ impresa.
L’olio è solo quello di semi che noi usiamo per friggere, l’olio d’oliva è un prodotto avvenieristico. Figuriamoci l’olio extra vergine di oliva, figuriamoci quello spremuto a freddo.
Scaffali e scaffali di würstel in pacchi da cinquanta. E un reparto di patatine che è grande come un nostro supermercato.
Dopo aver mangiato il nostro pollo avocado e pomodori, vincendo il premio pasto salubre del millennio cileno, decidiamo che è tempo di ripartire per la seconda tappa.
L’inizio è terribile. Salita subito, con gambe impallate dagli ottantaquattro chilometri di ieri, io cerco di fare l’ottimisma e mi invento che nemmeno i professionisti al giro d’Italia partono in salita…
Oggi fa freddo, ieri invece il sole ci ha lasciato il segno della maglia e dei pantaloncini. Oltre alla fatica e al freddo si aggiungono anche i cani. Avevamo letto dei cani. Sbucano all’improvviso e ti inseguono abbaiando. Qualcuno scrive di aver portato un bastone per tenerli lontani dalla bici, io mi chiedo se tenere dei pezzi di pollo da lanciargli non sia una soluzione migliore.

In una pausa tra una salita e una discesa sulla strada per El Blanco, nostra seconda destinazione, decidiamo di dare un nome alle nostre bici.
Adelante e Valiente, pensiamo.
Adelante adelante, come la canzone di De Gregori, andare avanti, abbassare la testa, tirare il fiato, modalità zen una pedalata dopo l’altra.
E “Usted es muy valiente” ci ha detto la signora dove ci siamo fermate a chieder acqua.
Adelante e Valiente, eccoli i nomi perfetti.

ICH BIN CILENO

ICH BIN CILENO

«Hay un order que respetar»
«Ma domani abbiamo un traghetto, è l’unico che parte per Puerto Chacabuco. Por favor può chiedere al meccanico se può dare solo un’occhiata?»
«Intiendo pero hai un order que respetar»
«Por favor, siamo disperate, come facciamo a partire per la Carretera Austral se non sistemiamo il freno?»
«Intiendo, pero hay un order…»
Sì, ho capito, l’order que respetar, ma siamo in Cile o a Berlino?
Non dovrebbe essere che qui funzionano le regole del sud del mondo?
Lo strappo alla regola come stile di vita? No?
Ascolti, io sono quella coi capelli ricci, che non attraversa sulle strisce e che va in giro in bici perché la bici è anarchica, por favor!
Io e Silvia proviamo cinquanta sfumature di supplica. Da quella piagnucolosa a quella disperata, arrivando alla fine a una quasi rabbiosa.
Le commesse sono tre. Una con le unghie bianche quadrate lunghe quattro centimetri e un piercing sul naso che non ha mai alzato gli occhi dal computer, nemmeno quando siamo entrate. La seconda, che è quella del ‘hay un order’, occhi piccoli neri che ci guardano fermi e impassibili mentre ripete la sua litania. La terza ha le sopracciglia disegnate e una bandana, il suo sguardo tradisce un accenno di incertezza, quasi di empatia. Decidiamo di lavorare su di lei.
Dopo un quarto d’ora cominciano a consultarsi tra di loro, sottovoce; è fatta!
Diamo l’ultima accelerata sul pedale del piagnucoloso ed ecco che la nostra commessa empatica va a chiamare il meccanico.

Oggi siamo su un cargo dirette a Puerto Chacabuco con le bici perfettamente frenanti e il cuore scalpitante per la partenza.
La responsabile della sicurezza del cargo ci illustra le regole del nostro viaggio. Alla fine ci dice che sulla nave non si può bere alcol. Ma come? «Nemmeno l’ultimo dell’anno?»
«No!»
Decidiamo di tenere segreta l’esistenza di una bottiglia di Moet & Chandon che speravamo di mettere in fresco.
Io intanto mi appunto sulla moleskine: i cileni sono più rigidi dei tedeschi!

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