IMBARCO IN NORMANDIA

IMBARCO IN NORMANDIA

Plumbeo.
Cirri, nembi, cumuli, strati, si sommano e sottraggono in un cielo che raramente lascia spazio a qualche raggio di sole. Pedaliamo come rabdomanti all’incontrario, sperando di non trovare l’acqua, inseguendo le tracce nel cielo di un possibile sereno.
Plumbeo, è l’aggettivo che accompagna la nostra osservazione del cielo la mattina prima della partenza, da almeno una settimana, ma oggi, grazie alle nostre giacche nuove per la pioggia, plumbeo suona un po’ meno sinistro.
Lasciamo Parigi all’inseguimento della famosa Avenue Verte, la ciclabile che dovrebbe condurci a Londra, partiamo di buona lena ma dopo una ventina di chilometri di periferia degradata, murales colorati e uomini che fanno jogging lungo il canale, siamo costrette a fermarci. Una chiamata dall’albergo di Parigi ci avvisa che abbiamo dimenticato il passaporto in reception. Silvia prende un treno e io rimango a Saint Denis con le bici, sembra la soluzione più veloce e logica per non perdere l’intera giornata. Il piazzale della stazione, che dopo un breve giro pare essere il posto più sicuro, sembra un mercato negli slum di Nairobi, lo slargo è affollato di piccoli capannelli di uomini di colore; chi spaccia, chi chiacchiera aspettando qualcuno o qualcosa, chi si ingegna cuocendo mini spiedini su griglie improvvisate appoggiate a carrelli del supermercato.
Sono l’unica caucasica in tutto Saint Denis, siedo in disparte in un bar cercando di sparire col mio pallore dentro alla mia sedia e fingendo di scrivere su un quaderno. Lo squallore delle due ore nella piazza comincia a entrarmi sotto pelle e il cielo minaccia pioggia, di nuovo, come se non bastasse. Arriva Silvia e ripartiamo ma la ‘giornata degrado’ non è finita e si conclude col pernottamento nel più squallido albergo del mondo, in una cittadina di cui scordo subito il nome, in cui c’è la più grande concentrazione di cinesi di tutta la Francia.
Ripartiamo la mattina cercando lungo la ciclabile che si snoda sulla Senna gli indimenticabili scorci che hanno ispirato gli impressionisti. Mi immagino Monet con il suo cavalletto e i colori alla ricerca del punto giusto sulla riva, tra il verde incontaminato, il punto giusto per farsi investire dalla bellezza del colore puro, dalla luce, della mutevolezza del paesaggio.
Ma oggi, dietro le fronde, mentre pedaliamo, sbucano solo cementifici e poli industriali con le ciminiere fumanti e l’unica cosa realmente impressionante è un rumore metallico, fortissimo, che ci accompagna per qualche chilometro.

Sorprese.
Le sorprese in Normandia sono molte, a cominciare dalle strade che ci aspettavamo tutte piatte (del resto la Normandia non dovrebbe essere un posto comodo per farci uno sbarco?) e che invece si rivelano dei continui saliscendi, alcuni piuttosto impegnativi. E poi le case dove capitiamo a dormire, due bed & breakfast bellissimi, uno pieno di quadri, l’altro di gatti. La prima casa è una villa di campagna piena di quadri e sculture di un pittore ottantaquattrenne. La moglie ha deciso di aprirla per ospitare viaggiatori da tutto il mondo, il marito è malato di parkinson e lei pensa che sia una bella idea essere circondati da stimoli nuovi ogni giorno.
Ceniamo con altri due ospiti su una tavola curata in ogni dettaglio, circondati da bellezza, arte, attenzioni speciali, cibo buonissimo.
L’anziano pittore si aggira a passetti per casa trascinando delle vecchie ciabatte finché decide di sedersi a capotavola e trasforma la cena in una serata surreale, fatta di silenzi e lunghi sguardi, di assenza e presenza. La moglie dice che lui non parla ma capisce tutto. Dopo cena ci porta a vedere lo studio dell’artista, riempito di opere fino al soffitto, riempito di donne viene da dire, perché il soggetto unico in mille varianti sono i corpi di donne nude disegnati, dipinti, il più delle volte fermati con un segno di matita fluido e ripetuto che cerca la forma; in mezzo alla stanza una poltrona: “sta seduto qui ore a guardare i suoi lavori, chissà cosa pensa…” dice la moglie mentre sta per uscire. Io sono attratta da un’opera in particolare e glielo dico nel mio francese stentato, lui si avvicina a passetti, mi fa un piccolo inchino, mi prende la mano e me la bacia. Non parla ma capisce tutto.

Lento.
Quando rientreremo a casa cercherò tra i miei libri La lentezza di Kundera. Mi è proprio venuta voglia di rileggerlo.
Dopo due settimane di esercizio quotidiano, sei, sette ore ogni giorno, la velocità del nostro mezzo è diventata la nostra velocità interna, una sorta di abito mentale, un’abitudine, una consuetudine che si è sedimentata via via. Così ora pare che anche i nostri pensieri si siano modellati sulla velocità delle nostre gambe, sul ciclico battere del nostro cuore, che pompa sangue ai muscoli.
Adesso, dopo due settimane, le macchine che ci sfrecciano a fianco pare che vadano a una velocità assurda, che prima non avevamo notato, fuori da ogni logica, dei pachidermi di migliaia di chili ci sfiorano lanciati follemente verso destinazioni troppo lontane per noi, destinati a sparire in un attimo dalla nostra vista di lumache. Ritrovarsi a Londra, in una grande città caotica, toglie il fiato, le macchine e le moto se non riescono a superarci subito ruggiscono dietro di noi impazienti, le biciclette scampanellano isteriche, perché anche le bici in città sono stressate. L’attraversamento si rivela faticoso ma la meta è vicina.
Nessuno sa dirci dove si trovi la statua di Emmeline Pankhurst e quindi vaghiamo nei pressi dei giardini di Westminster per un po’…
Quando finalmente la avvistiamo siamo emozionate e stanche, stanche e emozionate, i sentimenti si alternano e si confondono. Facciamo un po’ di foto e poi non ce lo diciamo ma il nostro viaggio è davvero finito. Risaliamo sulle biciclette che ora paiono leggere e con un po di malinconia percorriamo gli ultimi chilometri. Delle amiche ci aspettano per ospitarci per quest’ultimo giorno, domani laveremo le nostre eroiche compagne di viaggio e le manderemo a casa a riposare per un po’, chiuse in cantina, in penombra, a meditare sulle prossime avventure.

image

image

image

image

SONO UNA DONNA, NON SONO UNA SANTA

SONO UNA DONNA, NON SONO UNA SANTA

Certo la posa potrebbe sembrare quella di una santa misericordiosa, con il braccio destro allargato, la mano aperta, lo sguardo placido e lontano; evidentemente è così che ci vedono gli uomini, nonostante tutto. Nonostante i vetri rotti, le case incendiate, lo sciopero della fame.
Certo la mia postura è statica, il sorriso lieve, perché è così che ci vedono gli uomini. Nonostante tutti i miei viaggi in giro per il mondo, le fughe, la prigione, le marce, le manifestazioni, nonostante le urla inneggianti alla rivolta, le parole infuocate che hanno acceso gli animi di tutte quelle donne sottomesse.
Certo sembra che il mio sia uno sguardo delicato e lieve, come si addice a una donna, come dicevo gli uomini ci vedono così, nonostante il mio piglio per tutta la vita sia stato duro, fermo e irremovibile.

Mio padre da piccola, quando veniva a rimboccarmi le coperte, mi guardava, col mio libro enorme, l’Odissea o la storia a volumi della Rivoluzione francese, che era il mio preferito, si fermava un attimo con un disappunto, un dispiacere negli occhi e un rammarico nella piega della bocca. Sei una bambina eccezionale, peccato che tu non sia nata maschio, diceva. Eppure mio padre era un uomo meraviglioso e mi ha insegnato a lottare per i diritti di tutti, lui che era membro dell’associazione per l’abolizionismo degli Stati Uniti d’America, lui che ci portava alla raccolta fondi per gli schiavi appena liberati. Così come mia madre, che riceveva la rivista delle Suffragette ogni mese e che mi portava con lei alle loro riunioni fin da ragazzina, si preoccupava solo di trovarmi un marito, sapendo che quello era l’unico destino che mi attendeva. Quello di madre e di moglie.
Ma io ero nata il giorno della Presa della Bastiglia e per questo nel sangue ero una rivoluzionaria, prima ancora di essere donna. Il coraggio, la spavalderia, li avevo acquisiti alla nascita.
Sono stata una rivoluzionaria fortunata perché la mia lotta, che è durata tutta una vita e che mi ha portato a rischiare la morte più volte, ha avuto un esito vittorioso. Tante donne prima di me non hanno avuto questa fortuna.
Alla fine della mia vita le donne potevano votare in Gran Bretagna, grazie anche a me.
Ora, da quasi novant’anni, dopo aver tanto combattuto, aver speso ogni mia parola, aver viaggiato in lungo e in largo con guardie del corpo che mi proteggevano, aver fatto figli, aver letteralmente consumato il mio corpo in nome del più alto degli ideali; sono ferma nella mia posa da Santa a osservare il mondo che passa, da questo bellissimo angolo dei giardini dietro a Westminster. Poche persone si fermano, il mio nome dopo quasi cento anni non dice più niente a nessuno, o quasi.

Mi fa sorridere, ma un sorriso leggero come si addice ad una statua di bronzo, che nessuno abbia pensato a una scultrice donna per fare un monumento a una donna come me. Che siano state le mani di uomo a forgiare la mia statuaria memoria.
Se avessi potuto scegliere avrei voluto essere rappresentata come La libertà che guida il popolo, con le vesti stracciate e il seno scoperto. Coi capelli scompigliati e la bandiera in mano che trascina tutti alla rivolta. Ma si sa, noi inglesi siamo puritani e perbene, abbottonati e seri. E quindi vada per la Santa se l’alternativa è l’oblio.
Dal mio piedistallo di Santa indomita vedo passare le stagioni, vedo il tempo che scorre ma con la pazienza di chi non ha più niente da rincorrere affannosamente. Quello che potevo fare l’ho fatto e più di così non avrei potuto. Ora aspetto voi, c’è ancora molto da fare, moltissimo, e ve lo dice una che vede passare le stagioni da novant’anni; sono curiosa di vedere cosa succederà, è uno spettacolo un po’ lento da qui ma se si guardano i dettagli non ci si annoia mai e si impara a essere ottimisti.

Nel 1999 la rivista statunitense TIME proclamò Emmeline Pankhurst come una delle “persone più importanti del XX secolo” affermando che ella “ha modellato un’idea di donna per il nostro tempo, ha scosso la società in un nuovo modello da cui non ci sarebbe stata più possibilità di tornare indietro”.
Emmeline Pankhurst in realtà nacque il 15 luglio 1858 ma nella sua autobiografia e in molti altri libri la data di nascita risulta essere il 14 luglio, giorno della Presa della Bastiglia.

 

20431684_456099364746374_2626785703210734754_n

20525479_455659091457068_6730802418030800432_n

 

20374487_455213304834980_9023298951087285794_n

20294200_455213248168319_1199758474762674229_n

 

CARO HANS

CARO HANS

Caro Hans, mi hanno detto che posso scrivere una lettera e quindi eccomi qua a parlare con te, forse per l’ultima volta.

Caro Hans, fratello adorato, il cielo mi ha regalato la fortuna di averti come fratello. La nostra è sempre stata una famiglia molto unita, è vero, ma tra noi, più che con gli altri fratelli, c’è sempre stato qualcosa di speciale, come fossimo anime gemelle. Forse perché ci assomigliavamo davvero molto da ragazzini, con lo stesso ciuffo ribelle che ci ricadeva sulla fronte e quelle espressioni identiche che vengono a chi sta tanto tempo insieme. Ogni tanto qualcuno ci scambiava davvero per gemelli, tu ti schernivi, io facevo finta di niente ma mi scappava un sorriso felice.
«Strappate il mantello dell’indifferenza che avvolge il vostro cuore!
Decidetevi prima che sia troppo tardi»

Caro Hans, ricordi il primo volantino che abbiamo stampato? Siamo stati in piedi tutta la notte facendo i turni coi compagni per riuscire a stamparne migliaia di copie con quella vecchia stampante a mano. E poi il giorno dopo li abbiamo cominciati a diffondere in università. Ricordi? eravamo così agitati e fieri.
Tu sei sempre stato così: inattaccabile nelle tue convinzioni, senza paura, senza ripensamenti, retto nella tua morale. Pulito, mi viene da dire. E io ti ho seguito, mia anima gemella, condividendo ogni slancio, ogni idea, non so se per abitudine a venirti dietro come sempre o per sentirmi dire ancora, come quando eravamo piccoli: ma quanto vi assomigliate!
Io volevo assomigliarti, essere proprio come te, intrecciare il mio destino col tuo; non mi sono mai chiesta il perché; le cose giuste non generano mia domande, accadono e basta.

Caro Hans non rimpiango nulla di tutto quello che abbiamo fatto, dalle prime riunioni della Rosa Bianca, all’ultima valigia piena di volantini che abbiamo lanciato nella tromba delle scale dell’Università. Oh che momento, che pazzia! Che gioia!
Mi dispiace solo per i nostri genitori che certo soffriranno, forse ci vedranno come degli sconsiderati, degli scriteriati senza il senso del pericolo. Ma chi definisce il confine tra coraggio e incoscienza?
Abbiamo semplicemente aperto il nostro cuore alla lotta per ciò che era giusto, senza curarci delle conseguenze; chiamatelo come volete, dovevamo farlo.

Caro Hans condividere la mia vita, tutta, per intero, con te, è stato un grande privilegio ma spero che il nostro finale invece sarà diverso, che tu possa leggere questa lettera, che i giudici con te siano stati più clementi, che tu abbia saputo convincerli della tua innocenza come non ho saputo fare io. In questi tempi bui il diritto di opinione non è più un diritto, pare.
Ti lascio col ricordo di noi in cima a quelle scale, tutti quei fogli che volteggiavano e noi pieni di vita, sarà l’immagine gloriosa e felice che porterò con me, per sempre.
«È una giornata di sole così bella, e devo andare, ma che importa la mia morte, se attraverso di noi migliaia di persone sono risvegliate e suscitate all’azione?»

Il 22 febbraio 1943 Sabine Scholl venne condannata a morte per la sua condotta antifascista e sovversiva.
Lo stesso giorno vennero ghigliottinati il fratello Hans e l’amico Christoph Probst.

 

sophie

20228482_450869565269354_5670481190273206836_n

VIA ALFONSINA STRADA

VIA ALFONSINA STRADA

Vecchi treni regionali passano sobbalzando ritmici sui binari, un cancello automatico si apre e si chiude senza tregua, le macchine entrano ed escono da un palazzo di venti piani che avrebbe bisogno di una buona ristrutturazione. In un angolo della via chiusa, l’assessore cerca di far sentire la sua voce sopra allo sferragliare dei vagoni e al cigolio del cancello. Fa caldo ma i carabinieri rimangono fermi impassibili di fianco all’assessore con la fascia tricolore.

Cari mamma e papà, oggi mi hanno dedicato una via a Milano. A me, alla Fonsina. La seconda dei vostri dieci figli, quella matta che non ne voleva sapere di stare a marcire nella campagna bolognese, che non voleva fare la fame ricamando le lenzuola per i ricchi, quella con la testa dura e le gambe forti che voleva correre in bici a tutti i costi. Sono stata per tutta la vita una vergogna per voi: vai a messa, scendi da quella bici, mi urlavate in continuazione. E le botte che mi avete dato per raddrizzarmi.

Ma io la testa dura ce l’avevo per davvero e me ne sono andata a Milano e nel 1924 ho corso il giro d’Italia con gli uomini.

Adesso l’assessore qui che parla con la fascia tricolore dice che sono stata la paladina dei diritti delle donne, la promotrice della parificazione degli sport maschili e femminili. Certo non volevo fare la fine di mia madre, coi suoi dieci figli, avevo fame ed ero forte e volevo correre proprio come gli uomini. Ma mi tremavano le gambe quando mi insultavano per strada perché pedalavo coi pantaloncini corti. Insomma non so se avevo poi tutto questo coraggio, forse le paladine devono essere più coraggiose di come ero io. Io ero testarda quello sì, e volevo correre, essere una corridora, sfidare tutti a chi arrivava prima, come facevo da piccola sulle strade di Fossamarcia. Io volevo sentire il vento forte e pulito che mi portava via gli odori dei vestiti vecchi che avevo addosso, del letame nei campi, del cavolo che bolliva in cucina. E pestavo sui pedali, pestavo come una matta e mi sembrava quasi di volare.

Cari mamma e papà chissà se oggi finalmente sareste fieri di me. Una via, una via per vostra figlia, la figlia rinnegata. Una via come per Carducci, come per Garibaldi. Via Alfonsina Strada. Sì certo potreste avere da dire che è una via chiusa, in periferia, dove forse la sera si spaccia, una via che per trent’anni non è stata riconosciuta nemmeno come via, non aveva un nome, era la via senza nome, una via ai confini della città, ma è una via che mi assomiglia, anch’io sono nata sfortunata e poi ho cambiato il mio destino.

Cari mamma e papà chissà se oggi sareste stati fieri di me, o se avreste avuto ancora quello sguardo, come quando abbiamo fatto tappa a Bologna col giro d’Italia e io ero già diventata una celebrità e tutti mi aspettavano all’arrivo per farmi i complimenti e chiedermi gli autografi. Il Re addirittura mi aveva fatto recapitare delle rose rosse qualche tappa prima. Voi siete venuti all’arrivo e stavate in disparte, imbarazzati, impacciati coi vestiti buoni e con lo sguardo sfuggente. Mi avete dato due baci sulle guance come si fa coi parenti lontani, tu mamma hai anche detto brava ma ti è uscita una voce strozzata e io lo so che avresti voluto dirmi: cosa ci fai qui? Scendi da quella bici e vai a messa.

La targa nuova di zecca biancheggia all’angolo di questa via che non aveva un nome e ora ce l’ha. Alfonsina Strada col suo coraggio e la sua forza starà qui a ricordare la sua storia. I treni continuano a sferragliare. L’assessore si asciuga il sudore e torna in comune, noi cominciamo a pedalare con la commozione e la bellezza che la Fonsina ci ha ispirato dalla prima volta che l’abbiamo incontrata.

P1070515

Con l'Assessore Dal Corno e le Associazioni di donne e ciclise

Cernobbio

LE CICOGNE SONO MONOGAME (ALMENO IN CALABRIA)

LE CICOGNE SONO MONOGAME (ALMENO IN CALABRIA)

«Ehi, fermatevi a riposare!». Le parole ci colpiscono mentre sfrecciamo sulla statale che da Taormina ci porta ad Aci Trezza, e ci vuole qualche centinaio di metri prima che un suono indistinto in mezzo al traffico venga decodificato come un invito destinato a noi.

La ragazza di colore è ferma sotto a un cavalcavia, all’ombra. Ha una bicicletta e un turbante coloratissimo in testa. Urlo a Silvia che mi precede: «Diceva a noi! Che facciamo? Torniamo indietro?». La tentazione è forte, un incontro inusuale e magari una storia da ascoltare.
Ma siamo in ritardo, ci aspettano per darci le chiavi della nostra stanza entro le cinque. Rallentiamo, tentenniamo, e poi a malincuore riprendiamo a pestare sui pedali con ritmo sostenuto.

Per un quarto d’ora penso alla ragazza sotto al cavalcavia e alla storia che non potremo mai raccontare e la mente comincia a macinare pensieri e idee come spesso accade nei tratti lunghi in cui bisogna stare in fila indiana, lungo una strada anonima, concentrati solo sul ritmo delle proprie pedalate. E allora vado avanti e indietro nei ricordi di questo mese a cercare tutte le storie che non abbiamo potuto raccontare. Le storie mancate.

C’è una donna in spiaggia vicino a Tropea che piange sdraiata sul suo lettino sotto al sole, il marito è seduto nel lettino di fianco, piegato verso di lei, ha un tono di voce basso, pacato, e cerca di calmarla. Lei ribatte con tono piangente e poi singhiozza e dice che sono due anni e mezzo che aspetta che le cose cambino. Da lontano sembra un concerto per voce grave e voce triste, nulla più.

C’è Doriano che gestisce un chiosco di piadine e porchetta sul Passo della Collina, tra Porretta Terme e Pistoia. È un femminista, è anche molto cattolico, ma critica Karol Wojtyla che nella sua ultima enciclica ha detto che la donna deve obbedire al marito. Lui non sa perché è femminista, forse perché suo padre che era tanto un bravo uomo ogni tanto gli dava a sua madre. E allora a lui queste botte non sono mai andate giù. E dice che la Chiesa sbaglia: «Ci vorrebbero più donne come voi, che vadano in giro in bici da sole e mica stanno a casa a preparare il pranzo al marito». E aggiunge che bisognerebbe proprio cambiare l’idea sulla donna. Lui quando va dal suo amico che fa il meccanico di auto glielo dice sempre di non appendere quei calendari di donne nude, che si comincia anche da lì.

C’è il figlio della partigiana Angela che arriva mentre stiamo intervistando la madre; è silenzioso, timido, si siede in disparte e viene tirato in ballo quando Angela parla dei suoi nipoti. «Lui è un bravissimo padre eh; come marito, insomma… Si è separato. Non crede nel matrimonio, si vede…». Il figlio della partigiana Angela alza gli occhi al cielo, ma senza enfasi. Non dice nulla, sospira.

C’è una cameriera di Gioia Tauro che ci dice: «Come vi invidio». Si attarda col marsupio a darci il resto e ci guarda con gli occhi pieni di voglia di partire, con una nostalgia dolce nella voce mentre ci augura buon viaggio.

C’è una cameriera dopo Salerno che ci dice «come vi invidio», ma non è vero. È bionda, simpatica e sorridente, e non vorrebbe andare in nessun altro posto.

C’è una ragazza di Montalcino che sa fare dei mazzolini di fiori bellissimi. È tedesca e ha trovato qualcosa in queste colline toscane. Ma noi non sappiamo cosa.

C’è Claudia, che forse ha perso per sempre l’amore della sua vita, ma dice di aver fatto tutto quello che poteva fare.

C’è Marcello, che ha una passione per le cicogne e ci porta in bicicletta a vedere un loro nido. Ci racconta che le cicogne sono monogame, «almeno qui in Calabria», dice, e torna il giorno dopo in macchina a cercare un cagnolino che avevamo visto abbandonato lungo la strada.

C’è Andrea che ci dice che in Sicilia ci sono tantissime storie di donne che vorrebbe raccontarci. C’è sua nonna che negli anni Venti suonava il sax in un’orchestra jazz e guidava la moto Guzzi dei fratelli. C’è la bisnonna di sua moglie che nel 1850 ha aperto un negozio di tessuti che ha resistito per tre generazioni. Era una commerciante così brava che la Somma, nota azienda tessile, le aveva dedicato un tessuto: tela Giuseppina.

C’è una prostituta lungo una strada che costeggia una pineta vicino a Paestum; ha lo sguardo sfrontato e distante e aspetta in mezzo alla spazzatura.

C’è una vecchietta, dopo la lunga salita di Giarre, seduta su una sedia di fianco alla strada, coi capelli tinti di nero e lo sguardo dolcissimo e liquido. Risponde al nostro saluto con la mano, la scuote, la sua mano rugosa, e sorride, come se si fosse risvegliata da un suo mondo lontanissimo, ed è il più bel augurio della giornata. Andiamo avanti a cercare la discesa e sorridiamo anche noi, il suo stesso sorriso, senza quasi accorgersene.

 

cicliste_per_caso-storie_non_raccontate-03

cicliste_per_caso-storie_non_raccontate-05

cicliste_per_caso-storie_non_raccontate-04

DCIM100GOPROGOPR1185.
DCIM100GOPROGOPR1185.
CICCILLA LA BRIGANTESSA

CICCILLA LA BRIGANTESSA

La Calabria è aspra, dura, ripida, poi all’improvviso scoscesa, con discese a rotta di collo e poi di nuovo si impenna. La Calabria ci spezza le gambe, ci cuoce la testa, ci porta vicine ai nostri limiti, vicine a capire qualcosa in più di noi, su quel confine impreciso in cui la forza e la fatica si confondono, la debolezza e la tenacia intessono una fitta discussione, ancora cento metri, ancora duecento. Il cuore pompa e cerca un ritmo.

La Calabria è lì che ci parla dalle sue città arroccate, aggrappate alla montagna, «sono dei piccoli presepi», ci dice un frate missionario di Paola che ogni due anni torna in congedo per tre mesi in Italia e che incontriamo in un bar di Cosenza.

A Cosenza abbiamo cercato storie di donne, come sempre in questo viaggio. Pasquale che ci ospita con la sua famiglia, durante una fantastica cena calabrese, tra una melanzana alla parmigiana e un assaggio di ‘nduja, ci dice: la brigantessa Ciccilla!

Appoggiamo le posate e chiediamo di raccontarci di questa brigantessa calabrese. Io prendo appunti ma dopo qualche minuto mi fermo.

Bellissima ragazza dalle lunghe chiome e dagli occhi corvini, sposa di un brigante che ogni tanto scendeva dai monti per avere con lei dei furtivi incontri. Ma poi salta fuori che questi furtivi incontri li aveva anche con la sorella di Ciccilla. E quindi scatta la vendetta. Ciccilla invita la sorella a dormire a casa sua e durante la notte la uccide con trenta colpi d’ascia. Scappa a dorso di un mulo, raggiunge la banda del marito e ne diviene il capo. Temuta da tutti per la sua crudeltà e durezza.

Fermi fermi fermi.

ciccilla

Non sono sicura che questa brigantessa mi piaccia, però l’idea delle brigantesse mi intriga, donne forti, che di fronte alla disperazione ribaltano il ruolo di rassegnazione e sudditanza e si dimostrano capaci di partecipare attivamente alla lotta contadina… Forse, mi dico, possiamo trovarne una più saggia e meno cruenta?

C’era Francesca, alla quale uccisero i figli, e pazza di dolore si unì a una banda di briganti. Quando in un’imboscata catturarono l’ufficiale che aveva fatto uccidere i suoi figli, gli strappò il cuore e lo divorò ancora palpitante.

C’era Niccolina, la donna di un brigante violento e sanguinario che un giorno uccise il loro figlio neonato per paura che il suo pianto potesse attirare il nemico piemontese. Nel sonno sottrasse il fucile al suo compagno, gli fece saltare le cervella e lo decapitò. Consegnò la sua testa al governatore di Catanzaro, incassò la taglia e ritornò sui monti per sempre.

Niente, la lotta non violenta la lasciamo a Gandhi, queste donne calabresi sono come la Calabria. Dure, spietate, violente e bellissime.

Pasquale mi dice che i piemontesi decapitavano i briganti calabresi e collezionavano i loro teschi per studiarli. Erano convinti che nel loro cranio ci fosse la famosa spina.

Una spina che agiva sul cervello provocando aggressività e violenza.

«Cosa fate, mi state guardando la testa?», ci chiede ridendo e toccandosi la testa rasata. «Dite che ce l’abbiamo davvero sta spina?».

cicliste_per_caso-ciccilla-05

cicliste_per_caso-ciccilla-04

cicliste_per_caso-ciccilla-02

DCIM100GOPROGOPR1069.

STORIE DI ORDINARIA LAURIA

STORIE DI ORDINARIA LAURIA

Dora è la guardiana. Ha una chiave enorme di quelle a forma di chiavi di una volta. Fa la guardiana da quando si è sposata. Prima abitava a Lauria Inferiore, poi si è trasferita a Lauria Superiore.

Pasquale, giornalista di una testata locale, ci fa da Cicerone e ci racconta che tra Lauria inferiore e Lauria superiore ci sono state rivalità molto accese e continuano ad esserci forti campanilismi. Il Comune per anni è stato spostato dal rione inferiore a quello superiore ad anni alterni. Poi hanno deciso di metterlo a metà strada esatta tra i due centri. Pare che a un certo punto, anni fa, qualcuno si fosse fatto promotore di una iniziativa per erigere un muro. Un muro per dividere Lauria inferiore da Lauria superiore. E che avesse raccolto un certo numero di adesioni… Poi è arrivato il 15 di agosto: ogni odio si è dissolto e ogni muro si è sgretolato e tutti insieme, inferiori e superiori, come ogni anno, sono saliti al santuario della Madonna del Monte Armo per festeggiare l’Assunzione in cielo della Vergine.

Dora è la guardiana. Da quarantasei anni si occupa del santuario come volontaria, è la sua missione. Sua e del marito, che da qualche anno non c’è più.

«Se non avessi avuto questo marito – dice – che condivideva completamente la mia scelta e mi aiutava, non avrei mai potuto. È stato importante mio marito. Abbiamo fatto tutto assieme. Abbiamo tre figli. La grande è sposata, quella in mezzo è suora e fa la missionaria in giro per il mondo. Il terzo è ancora in casa. Mi fa compagnia».

Per Dora la cura del santuario è una roba seria, una passione totale. Ci fa notare tutti i particolari, le statue, il pavimento originale, ci fa salire sull’organo per vedere la chiesa dall’alto, perché è tutta un’altra cosa. Lei ogni tanto sale quassù per vedere le navate e l’altare con occhi nuovi.

La chiesa e la Madonna sembrano essere tutto per Dora, i più bei ricordi che ha sono legati a questo luogo e alle persone venute in pellegrinaggio qui che ha accolto a casa sua. Racconta di quella volta che un gruppo di suore erano venute al santuario per un ritiro e lei ha preparato dei fusilli col ferro, vicino al camino, perché si era immaginata che poi sarebbero state affamate. Mi dice che ogni tanto ripensa agli episodi della sua vita e della chiesa, ed è come vedere un vecchio film che la rincuora e la fa stare bene.

Le dico: «Con tutta questa dedizione si sarà aggiudicata un posto in paradiso».

Lei risponde sicura: «No, no». Ma è un «no, no» come dire: «Non l’ho fatto per questo. L’ho fatto perché era la cosa che volevo fare».

Ridiscendiamo con Pasquale. Penso che io al paradiso non ci credo e che tutta questa fede non riesco a capirla. Dora sembrerebbe una donna semplice a cui non interessa nemmeno parlare di emancipazione e di libertà di scelta, eppure in qualche modo lei è stata una donna libera, mi dico, che ha trovato un uomo che l’ha assecondata nella sua scelta, che è diventato suo complice, che le ha permesso di fare esattamente quello che voleva. Anni luce lontano dalla mia idea di emancipazione. Eppure, chi lo decide cos’è la libertà?

Prima di ritornare a Lauria inferiore il nostro Cicerone ci fa visitare una chiesetta a cui è molto affezionato. La chiesa è dedicata a San Pasquale Baylon protettore delle donne. Coincidenze, penso. Protettore delle donne e delle nubili in cerca di marito, scopro indagando un po’. Pare che nella tradizione napoletana si usi invocare: «San Pasquale di Baylonne protettore delle donne, fammi trovare marito, bianco, rosso e colorito, tale e quale, o glorioso San Pasquale».

Stamattina ripartiamo per Morano Calabro, sarà una giornata faticosissima di monti e valichi da scalare, pensiamo a Dora che silenziosa sistema i fiori sull’altare e ci immaginiamo un coro di donne napoletane che anelano a un uomo bianco, rosso e colorito… Noi intanto pedaliamo, sperando che San Pasquale a noi spiani la strada, per l’uomo bianco rosso e colorito se ne riparlerà.

 

cicliste_per_caso-storie_di_ordinaria_lauria-04

cicliste_per_caso-storie_di_ordinaria_lauria-03

cicliste_per_caso-storie_di_ordinaria_lauria-01

cicliste_per_caso-storie_di_ordinaria_lauria-02

 

NON E’ UN PAESE PER DONNE (IN BICI)

NON E’ UN PAESE PER DONNE (IN BICI)

Sulla strada dell’emancipazione femminile in Italia si trova molto traffico e salite davvero faticose.
Ecco alcune considerazioni su queste prime tre settimane in bicicletta.

1. Anche le parti delicate e sensibili per sopravvivere diventano coriacee e resistenti (sì, stiamo proprio parlando di quelle parti lì, ma anche del palmo delle mani che ormai ha un callo consolidato, visto che coi guanti si muore di caldo).

2. Abbiamo incontrato una quantità di persone incredibili che ci hanno aiutato, ospitato, rifocillato. Sarà la bici che fa questo effetto?

3. Non chiedere mai informazioni sulle salite a chi non è mai andato su quelle strade in bici. Vi direbbe: «Tranquille è tutta pianeggiante».

4. Chiediamo scusa alle strade patagoniche contro le quali abbiamo imprecato durante il nostro viaggio sulla Carretera Austral, il tratto tra Napoli e Pompei credo vinca il premio «strada dissestata del millennio». Perché andare tanto lontano quando a qualche centinaio di chilometri da casa puoi avere i lastroni di pietra degli antichi romani?

5. Le discese sono come il Sabato del villaggio, arriva presto la domenica sotto forma di durissima salita.

6. Per ogni bellissima collina Toscana c’è una corrispettiva zona industriale, per ogni casale antico una villetta con i serramenti di alluminio.

7. Ci sono volte che in salita ci supera una macchina e vorremmo solo avere quel bel sedile comodo sotto al sedere e il pedale dell’acceleratore sotto al piede, ma altre volte arriviamo in cima con le gambe dure dalla fatica e, un attimo prima di scavallare, un attimo prima che cominci la discesa, in quell’attimo lì, ci sentiamo le regine del mondo.

8. Tra ciclisti ci si saluta sempre, poi trovi quello che nemmeno si gira con le cuffiette nelle orecchie, ma la maggior parte alza la mano e sorride. «Ciao socio», ci diciamo senza dirlo.

9. Da Napoli in poi i semafori, gli stop e le precedenze sono un’inutile intoppo alla fluidità del traffico. L’uso costante del clacson non ha la funzione isterica e cazziante di Milano, qui è solo un: «Ehi guarda che passo di lì, mi infilo di qui, giro di là». Avvisano. E sono veramente tranquilli, nessuno ha quello sguardo folle degli automobilisti del nord che sono sempre in ritardo. Abbiamo visto manovre che voi umani… E loro tranquilli, giusto una suonatina di clacson.

10. Stiamo facendo un viaggio anacronistico. Millenni di storia dell’umanità a inventarsi modi per evitare la noia, la lentezza, la fatica, il troppo caldo e il troppo freddo e in bicicletta almeno due di queste variabili sono sempre presenti. Quando ci sono tutte e quattro, per far passare il tempo, mentre ci diamo delle sconsiderate, cominciamo a elencare le più grandi invenzioni dell’uomo: l’asfalto, il motore a scoppio, l’aria condizionata. Al culmine della fatica invochiamo qualsiasi genere di divinità perché ci dia un po’ di discesa. Anche solo cento metri, dio dei ciclisti, cento metri!

cicliste_per_caso-bici_donne-04

DCIM100GOPROGOPR0959.

cicliste_per_caso-bici_donne-05

cicliste_per_caso-bici_donne-03

HO QUATTORDICI ANNI, MI CHIAMO ANNALISA DURANTE

HO QUATTORDICI ANNI, MI CHIAMO ANNALISA DURANTE

Qui una volta c’era un cinema, adesso c’è una biblioteca con il mio nome. Oggi sono passate due ragazze, non so quanti anni avevano, io l’età non la so dare. Due che vanno in giro con la bici da corsa. Hanno detto che si chiamano le Cicliste per caso, sono entrate, hanno appoggiato le bici in ufficio, che sennò quattro ne trovavano di bici quando uscivano, e hanno stretto la mano a mio padre.

Mio padre è un poco schivo ma è tanto forte. Anche se tutti poi si accorgono di quel dolore che c’ha ancora appiccicato addosso. Eh come si fa, come ce lo si scrolla di dosso quel dolore lì?

Le due cicliste non sapevano niente di me, forse poco. Quei trafiletti che riportano i giornali del nord. Qualcosa in internet. Perché loro due sono di Milano. Che poi li è proprio un altro mondo. Mi sarebbe piaciuto andare a Milano, ma anche a Roma, a Torino e poi a Londra, che so girare il mondo. Non sarebbe stato bello? Però era pure bello stare qui al quartiere Forcella con papà che mi portava a casa la pizza fritta e mi difendeva quando la mamma si arrabbiava. Pure quella volta che ho fatto il piercing al naso. Un brillantino piccolo. Lui mi ha difeso come faceva sempre. E lei gli diceva che venivo su viziata perché me le dava tutte vinte. Però a Forcella c’era sempre da avere paura. E nel mio diario io scrivevo che me ne sarei andata di qui. Prima o poi.

E comunque queste due ragazze sono venute a far veder un film che si chiama La bicicletta verde. E parla di una ragazzina che ha la mia età e che abita in Arabia Saudita e non può andare in bici. Ma lei testarda lotta contro tutti e alla fine la compra la bicicletta verde. A Forcella la bici non si usa; ma il film non è che parla di bici e basta. Parlava di emancipazione e libertà, hanno detto le due ragazze che sono arrivate da Milano con la bici. Che io poi emancipazione non è che so bene cosa vuol dire. La professoressa una volta ce l’ha spiegato e ho capito che i maschi e le femmine devono essere uguali.

Se fossi ancora viva oggi avrei 26 anni e, chissà, forse sarei andata anch’io a mangiare la pizza da Michele dopo il film con le due cicliste e tutte queste persone simpatiche che girano per Napoli con la bici e stanno in un’associazione di ciclisti pure loro.

Invece sono morta il 27 marzo 2004. A quattordici anni. Ero nel posto sbagliato al momento sbagliato, hanno detto. Anche se Erri De Luca, che ho saputo è uno scrittore famoso, ha scritto che invece ero nel posto giusto al momento giusto. Di giorno, per strada, con le mie amiche e il mio sorriso pieno di vita. Erano i proiettili e la camorra che erano al posto sbagliato nel momento sbagliato e che si sono messi di mezzo tra me e la vita. Tra me e quello che sarei diventata. Ma che donna si può diventare al quartiere Forcella? Me ne sarei davvero andata?

Mi dispiace per la mia triste storia, Cicliste per caso, mi spiace di avervi intristito e un po’ spaventato questa sera. Non dimenticatela e raccontatela a qualcuno la mia violenta fine perché sia l’inizio di qualcos’altro, perché le cose un pochino possano cambiare.

Mi chiamo Annalisa Durante, ho quattordici anni, sono quella ragazzina lì, bella come il sole, che se ne sta nella via, con un sorriso da qui a lì, che sta nel posto giusto al momento giusto. E me ne starò lì per sempre col mio sorriso giusto pronta per il futuro.

cicliste_per_caso-Annalisa_Durante-01

 

cicliste_per_caso-Annalisa_Durante-03

cicliste_per_caso-Annalisa_Durante-02

 

I LED ZEPPELIN FEMMINA

I LED ZEPPELIN FEMMINA

Nel libro che ci regala poco prima di salutarci ha i capelli lunghi mandati all’indietro con la fronte scoperta. Oggi ha un caschetto biondo, con un frangione che le copre quasi gli occhi, e le punte bluastre. Come si cambia, direbbe una nota cantante, ma invece nonostante l’apparenza la sensazione è che Ella sia sempre molto coerente, caparbia, cocciuta, ostinata: testarda.

cicliste_per_caso-testharde-05

Ella ha un gruppo. Sono quattro donne. Suonano hard rock. Si chiamano Testharde. Appunto.
Un genere difficile in Italia e peggio se cantato in italiano e ancora peggio se a suonarlo sono delle donne.
Ma loro se ne fregano e continuano a suonare «roba pesante» incuranti del mercato.

Ella ordina un caffè e Giada, la bassista, un cappuccino.
Dicono che le fanno suonare solo perché sono donne e poi scoprono che sono anche brave e si stupiscono. Dicono che quando arrivano per un concerto gli uomini vogliono accordare gli strumenti e loro gentilmente devono dire che sanno farlo da sole. Dicono che una volta il batterista degli Skiantos le ha definite le Led Zeppelin femmine e ancora oggi ne vanno fiere. No, perché non so se si è capito, a loro i Led Zeppelin piacciono da matti. Dicono che un fonico di Correggio ha detto: siete più brave che belle, e anche questo è stato un grande complimento.

Ella ordina un caffè, Giada dice che il cappuccino era perfetto e ordina un caffè anche lei.

Dicono che gli uomini non è che le capiscano tanto. Sono più le donne che tifano per loro.

Dicono che anche gli uomini che le stanno vicine poi magari si stufano di stare a casa ad aspettare che vadano in giro a suonare, e a volte pensano male.

Giada dice che ha un fidanzato ma che non va benissimo e che la barca va con due remi. Ella dice che ha una storia iniziata da poco. La batterista e la tastierista stamattina non ci sono e non sappiamo come sono messe a uomini.

Dicono un sacco di cose durante questa colazione, il giorno dopo il loro concerto, e la sensazione di ieri viene confermata. Sono completamente in quello che fanno. Incarnano la loro musica, ci sono dentro e questo arriva come una sventola di energia e bellezza. Ti trascinano nel piacere. Non è il mio genere, mi ripeto, ma quando la musica è suonata così chissenefrega del genere.

Intanto Giada prende un caffè. Ella tu vuoi un altro caffè?

Anche a loro facciamo la domanda di sempre.

«Essere emancipate – ci dicono – per noi vuol dire essere libere, poter scegliere e decidere cosa vogliamo fare e come farlo. Essere donne che fanno un genere di musica considerato da maschi, e noi lo facciamo da “donne donne”, senza scimmiottare gli uomini, ma con una potenza da ribaltarti. Perché chi ha deciso che l’hard rock è una roba da uomini?

Mentre le sentiamo parlare sappiamo che un filo, un intreccio di significati e senso ci unisce.

Ci rispecchiamo nelle loro parole con una complicità che ci fa sorridere.

Ci rivedremo presto, lo sento. Ciao Testharde, solo una domanda prima di andarcene: Ma quanti caffè bevete al giorno?

 

cicliste_per_caso-testharde-04

 

cicliste_per_caso-testharde-09

 

cicliste_per_caso-testharde-07

12