NON E’ UN PAESE PER DONNE (IN BICI)

NON E’ UN PAESE PER DONNE (IN BICI)

Sulla strada dell’emancipazione femminile in Italia si trova molto traffico e salite davvero faticose.
Ecco alcune considerazioni su queste prime tre settimane in bicicletta.

1. Anche le parti delicate e sensibili per sopravvivere diventano coriacee e resistenti (sì, stiamo proprio parlando di quelle parti lì, ma anche del palmo delle mani che ormai ha un callo consolidato, visto che coi guanti si muore di caldo).

2. Abbiamo incontrato una quantità di persone incredibili che ci hanno aiutato, ospitato, rifocillato. Sarà la bici che fa questo effetto?

3. Non chiedere mai informazioni sulle salite a chi non è mai andato su quelle strade in bici. Vi direbbe: «Tranquille è tutta pianeggiante».

4. Chiediamo scusa alle strade patagoniche contro le quali abbiamo imprecato durante il nostro viaggio sulla Carretera Austral, il tratto tra Napoli e Pompei credo vinca il premio «strada dissestata del millennio». Perché andare tanto lontano quando a qualche centinaio di chilometri da casa puoi avere i lastroni di pietra degli antichi romani?

5. Le discese sono come il Sabato del villaggio, arriva presto la domenica sotto forma di durissima salita.

6. Per ogni bellissima collina Toscana c’è una corrispettiva zona industriale, per ogni casale antico una villetta con i serramenti di alluminio.

7. Ci sono volte che in salita ci supera una macchina e vorremmo solo avere quel bel sedile comodo sotto al sedere e il pedale dell’acceleratore sotto al piede, ma altre volte arriviamo in cima con le gambe dure dalla fatica e, un attimo prima di scavallare, un attimo prima che cominci la discesa, in quell’attimo lì, ci sentiamo le regine del mondo.

8. Tra ciclisti ci si saluta sempre, poi trovi quello che nemmeno si gira con le cuffiette nelle orecchie, ma la maggior parte alza la mano e sorride. «Ciao socio», ci diciamo senza dirlo.

9. Da Napoli in poi i semafori, gli stop e le precedenze sono un’inutile intoppo alla fluidità del traffico. L’uso costante del clacson non ha la funzione isterica e cazziante di Milano, qui è solo un: «Ehi guarda che passo di lì, mi infilo di qui, giro di là». Avvisano. E sono veramente tranquilli, nessuno ha quello sguardo folle degli automobilisti del nord che sono sempre in ritardo. Abbiamo visto manovre che voi umani… E loro tranquilli, giusto una suonatina di clacson.

10. Stiamo facendo un viaggio anacronistico. Millenni di storia dell’umanità a inventarsi modi per evitare la noia, la lentezza, la fatica, il troppo caldo e il troppo freddo e in bicicletta almeno due di queste variabili sono sempre presenti. Quando ci sono tutte e quattro, per far passare il tempo, mentre ci diamo delle sconsiderate, cominciamo a elencare le più grandi invenzioni dell’uomo: l’asfalto, il motore a scoppio, l’aria condizionata. Al culmine della fatica invochiamo qualsiasi genere di divinità perché ci dia un po’ di discesa. Anche solo cento metri, dio dei ciclisti, cento metri!

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HO QUATTORDICI ANNI, MI CHIAMO ANNALISA DURANTE

HO QUATTORDICI ANNI, MI CHIAMO ANNALISA DURANTE

Qui una volta c’era un cinema, adesso c’è una biblioteca con il mio nome. Oggi sono passate due ragazze, non so quanti anni avevano, io l’età non la so dare. Due che vanno in giro con la bici da corsa. Hanno detto che si chiamano le Cicliste per caso, sono entrate, hanno appoggiato le bici in ufficio, che sennò quattro ne trovavano di bici quando uscivano, e hanno stretto la mano a mio padre.

Mio padre è un poco schivo ma è tanto forte. Anche se tutti poi si accorgono di quel dolore che c’ha ancora appiccicato addosso. Eh come si fa, come ce lo si scrolla di dosso quel dolore lì?

Le due cicliste non sapevano niente di me, forse poco. Quei trafiletti che riportano i giornali del nord. Qualcosa in internet. Perché loro due sono di Milano. Che poi li è proprio un altro mondo. Mi sarebbe piaciuto andare a Milano, ma anche a Roma, a Torino e poi a Londra, che so girare il mondo. Non sarebbe stato bello? Però era pure bello stare qui al quartiere Forcella con papà che mi portava a casa la pizza fritta e mi difendeva quando la mamma si arrabbiava. Pure quella volta che ho fatto il piercing al naso. Un brillantino piccolo. Lui mi ha difeso come faceva sempre. E lei gli diceva che venivo su viziata perché me le dava tutte vinte. Però a Forcella c’era sempre da avere paura. E nel mio diario io scrivevo che me ne sarei andata di qui. Prima o poi.

E comunque queste due ragazze sono venute a far veder un film che si chiama La bicicletta verde. E parla di una ragazzina che ha la mia età e che abita in Arabia Saudita e non può andare in bici. Ma lei testarda lotta contro tutti e alla fine la compra la bicicletta verde. A Forcella la bici non si usa; ma il film non è che parla di bici e basta. Parlava di emancipazione e libertà, hanno detto le due ragazze che sono arrivate da Milano con la bici. Che io poi emancipazione non è che so bene cosa vuol dire. La professoressa una volta ce l’ha spiegato e ho capito che i maschi e le femmine devono essere uguali.

Se fossi ancora viva oggi avrei 26 anni e, chissà, forse sarei andata anch’io a mangiare la pizza da Michele dopo il film con le due cicliste e tutte queste persone simpatiche che girano per Napoli con la bici e stanno in un’associazione di ciclisti pure loro.

Invece sono morta il 27 marzo 2004. A quattordici anni. Ero nel posto sbagliato al momento sbagliato, hanno detto. Anche se Erri De Luca, che ho saputo è uno scrittore famoso, ha scritto che invece ero nel posto giusto al momento giusto. Di giorno, per strada, con le mie amiche e il mio sorriso pieno di vita. Erano i proiettili e la camorra che erano al posto sbagliato nel momento sbagliato e che si sono messi di mezzo tra me e la vita. Tra me e quello che sarei diventata. Ma che donna si può diventare al quartiere Forcella? Me ne sarei davvero andata?

Mi dispiace per la mia triste storia, Cicliste per caso, mi spiace di avervi intristito e un po’ spaventato questa sera. Non dimenticatela e raccontatela a qualcuno la mia violenta fine perché sia l’inizio di qualcos’altro, perché le cose un pochino possano cambiare.

Mi chiamo Annalisa Durante, ho quattordici anni, sono quella ragazzina lì, bella come il sole, che se ne sta nella via, con un sorriso da qui a lì, che sta nel posto giusto al momento giusto. E me ne starò lì per sempre col mio sorriso giusto pronta per il futuro.

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I LED ZEPPELIN FEMMINA

I LED ZEPPELIN FEMMINA

Nel libro che ci regala poco prima di salutarci ha i capelli lunghi mandati all’indietro con la fronte scoperta. Oggi ha un caschetto biondo, con un frangione che le copre quasi gli occhi, e le punte bluastre. Come si cambia, direbbe una nota cantante, ma invece nonostante l’apparenza la sensazione è che Ella sia sempre molto coerente, caparbia, cocciuta, ostinata: testarda.

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Ella ha un gruppo. Sono quattro donne. Suonano hard rock. Si chiamano Testharde. Appunto.
Un genere difficile in Italia e peggio se cantato in italiano e ancora peggio se a suonarlo sono delle donne.
Ma loro se ne fregano e continuano a suonare «roba pesante» incuranti del mercato.

Ella ordina un caffè e Giada, la bassista, un cappuccino.
Dicono che le fanno suonare solo perché sono donne e poi scoprono che sono anche brave e si stupiscono. Dicono che quando arrivano per un concerto gli uomini vogliono accordare gli strumenti e loro gentilmente devono dire che sanno farlo da sole. Dicono che una volta il batterista degli Skiantos le ha definite le Led Zeppelin femmine e ancora oggi ne vanno fiere. No, perché non so se si è capito, a loro i Led Zeppelin piacciono da matti. Dicono che un fonico di Correggio ha detto: siete più brave che belle, e anche questo è stato un grande complimento.

Ella ordina un caffè, Giada dice che il cappuccino era perfetto e ordina un caffè anche lei.

Dicono che gli uomini non è che le capiscano tanto. Sono più le donne che tifano per loro.

Dicono che anche gli uomini che le stanno vicine poi magari si stufano di stare a casa ad aspettare che vadano in giro a suonare, e a volte pensano male.

Giada dice che ha un fidanzato ma che non va benissimo e che la barca va con due remi. Ella dice che ha una storia iniziata da poco. La batterista e la tastierista stamattina non ci sono e non sappiamo come sono messe a uomini.

Dicono un sacco di cose durante questa colazione, il giorno dopo il loro concerto, e la sensazione di ieri viene confermata. Sono completamente in quello che fanno. Incarnano la loro musica, ci sono dentro e questo arriva come una sventola di energia e bellezza. Ti trascinano nel piacere. Non è il mio genere, mi ripeto, ma quando la musica è suonata così chissenefrega del genere.

Intanto Giada prende un caffè. Ella tu vuoi un altro caffè?

Anche a loro facciamo la domanda di sempre.

«Essere emancipate – ci dicono – per noi vuol dire essere libere, poter scegliere e decidere cosa vogliamo fare e come farlo. Essere donne che fanno un genere di musica considerato da maschi, e noi lo facciamo da “donne donne”, senza scimmiottare gli uomini, ma con una potenza da ribaltarti. Perché chi ha deciso che l’hard rock è una roba da uomini?

Mentre le sentiamo parlare sappiamo che un filo, un intreccio di significati e senso ci unisce.

Ci rispecchiamo nelle loro parole con una complicità che ci fa sorridere.

Ci rivedremo presto, lo sento. Ciao Testharde, solo una domanda prima di andarcene: Ma quanti caffè bevete al giorno?

 

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LIBERI TUTTI!

LIBERI TUTTI!

Non so se i cavalli hanno la capacità di infondere calma o se Erica è così di suo. Una calma di quelle rare, globalizzanti, con tutti; con noi che le piombiamo in casa con un preavviso di poche ore, con i suoi bambini, con i lavoranti indiani, con gli animali della sua tenuta. Il marito non c’è ma immagino sia molto gentile anche con lui.

Siamo arrivate da poco più di mezz’ora, ce ne stiamo sdraiate a bordo della piccola piscina, mentre i bambini si tuffano nell’acqua gelata e Ettore, l’enorme cane di casa, cerca ininterrottamente di baciarmi, le chiediamo di raccontarci come è cominciata questa sua nuova vita. Sì, perché prima Erica viveva a Milano e lavorava come chimica in una grossa multinazionale e passava più tempo in Cina che a casa. Quello che si dice una donna in carriera, insomma.
Aveva una passione per i cavalli, montava, gareggiava.

Poi un giorno una cavalla impazzita al suo maneggio le mise addosso una strana agitazione. Cosa stava succedendo? Perché all’improvviso questo disagio?
Da quel giorno non è più riuscita a salire su un cavallo come prima. «Che poi i cavalli sono esseri gentili, ci racconta, ti assecondano, eseguono, saltano, gareggiano, vincono. Si adattano a furia di punizioni e forza. Ma che senso ha trattarli come mezzi di trasporto? Come fai se li guardi negli occhi?».
Così è partita per Lisbona per informarsi se esistesse un modo diverso per addestrare i cavalli. Esisteva.
Lì ha incontrato Brito. Un cavallo che non ne voleva sapere di essere domato e l’agitazione nata qualche mese prima è diventata un irresistibile impulso all’azione. Doveva trovare un posto per far vivere Brito in libertà.

Siamo a Manziana, vicino al lago di Bracciano. Erica ha 21 cavalli, un enorme maiale che ha sfondato il cancello della piscina e si è buttato dentro (si sono dovuti mettere in cinque per tirarlo fuori), parecchie galline, alcuni coniglietti bianchi e neri, due asinelli, due bambini, il cane Ettore, due gatti, un marito.
Qui Brito e altri 20 cavalli ogni mattina vengono strigliati con cura ed esaminati attentamente: le cicatrici, gli occhi, gli zoccoli, le zone delicate di ognuno che ormai Erica conosce a memoria.
Sembra un rituale quasi religioso, con gesti delicati e ripetuti come una liturgia, piena di mistero e sapienza.

«Li abbiamo fatti diventare degli esseri così delicati, mentre loro sarebbero forti e resistenti» ci dice Erica mentre esamina gli zoccoli senza ferri di un cavallo pezzato di cui mi sono scordata il nome. E poi dopo il rituale mattutino liberi tutti, fino al mattino dopo, di muoversi nel campo con gli altri cavalli, di corteggiarsi, di giocare, di cercare riparo all’ombra di albero, di andarsi a cercare il fieno nei punti in cui viene sparso.

«Così devono vincere la loro pigrizia e muoversi. Quando arrivano qui e gli togliamo i ferri non riescono nemmeno più neanche a camminare, hanno paura di tutto, sono completamente disorientati dalla libertà improvvisa che hanno».

Questa mattina prima di partire vediamo Erica con Francesco, il suo bambino di 6 anni, passare in rassegna i cavalli. Sono legati in fila come soldatini e Francesco passa dal primo all’ultimo a fargli una carezza delicata sul muso e dargli il buongiorno.
«I cavalli sono esseri silenziosi e prevedibili, basta conoscerli».

Mentre inforchiamo le nostre bici e ci dirigiamo verso Roma penso a questi esseri silenziosi che Erica tratta con tanto rispetto, penso al suo desiderio di renderli liberi, penso al fatto che ora li possa guardare negli occhi, penso a Kafka diventato vegetariano che all’acquario di Berlino guardando i pesci in una vasca disse: «Adesso posso guardarvi tranquillamente, non vi mangio più».

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SE TI CHIAMI ISOLA

SE TI CHIAMI ISOLA

Se ti chiami Isola e vivi a Sant’Angelo in Colle e la tua mamma produce Brunello di Montalcino assieme a tua zia, che poi è la sua gemella. Se la tua nonna è un vulcano di energia e si butta in ogni cosa come se avesse vent’anni, si muove col suo inseparabile taccuino rosso, insegna italiano a tuo papà che è americano e ha antenati da ogni angolo del mondo, scrive, disegna, ti viene a prendere all’asilo, promuove il territorio, partecipa a mille associazioni della zona, forse andrà a vivere in Portogallo per qualche mese all’anno perché ha tanti amici a Lisbona…

Se ti chiami Isola e tua nonna che fa milioni di cose si entusiasma per due cicliste per caso che decidono di attraversare l’Italia in bici per parlare di donne e emancipazione, se le convince, queste due cicliste, a fare una piccola, piccolissima deviazione, con una piccola, piccolissima salita, per arrivare in una piazza che è così bella da non sembrare nemmeno vera…

Se ti chiami Isola e la tua nonna al tramonto convince tutti gli amici produttori a preparare un banchetto nella piazza sotto il rintocco della campane, e questi amici portano del vino strepitoso, e un’amica tedesca che vive qui da molti anni si presenta con dei meravigliosi mazzolini di fiori per ornare la tavola. Se i due ristoranti portano bruschette e biscotti. E tutti brindano al nostro viaggio, al nostro progetto e noi passiamo dal Bianco al Rosso di Montalcino al Brunello in una escalation che ci lascia stordite e felici.

Se ti chiami Isola e semplicemente corri sul selciato di questa piazza al tramonto, ignara di tutto, senza sapere chi siano queste due vestite strane, senza preoccuparti di nulla altro che correre, beh allora sappi, Isola, che ho pensato che il tuo nome sia un presagio di una vita bellissima, che ti aspetta in quest’Isola felice.

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NOME DI BATTAGLIA ANGELA

NOME DI BATTAGLIA ANGELA

Quarta tappa del nostro giro d’Italia sulle tracce di Alfonsina strada. Siamo in Toscana. E incontriamo Liliana Benvenuti, nome di battaglia Angela. Che ci racconta la sua Resistenza sull’Arno.

Cicliste per Caso

«Facevo parte del comando della divisione Arno. C’erano poche donne e io ero la più coraggiosa. Facevo parte del comando divisione Arno. Mi chiamo Liliana Benvenuti ma il mio nome di battaglia era Angela. Angela perché ero credente, ero l’unica ad avere fede perché gli altri erano tutti atei, ma quando mi facevo il segno della croce prima di ogni azione tutti pensavano che quel gesto ci avrebbe protetto, gli atei sono così. Mi facevo sempre il segno della croce, sempre.

Andavo spesso in chiesa a pregare Santa Rita. Le dicevo: se devo morire fammi morire senza soffrire. A Santa Rita lo dicevo. Ma io non pensavo che sarei morta, io avevo la sicurezza che da lassù la mia mamma mi proteggeva sempre. Ogni tanto andavo al cimitero a trovarla e le dicevo: ma cosa ti è saltato in mente di morire che avevo appena 15 anni? 15 anni avevo, ma te lo immagini?

Mio padre era un piacione e ha trovato subito un’altra donna. Bell’uomo mio padre. Un gran bell’uomo. Ma piacione. Si sentiva sicuro colle donne. Un piacione.

Lo so, sembra strano che mi presenti tutta così elegante. Sono elegante? Avete visto la calza nera? Cosa ne pensate? Doveva venire la parrucchiera, a farmi la messa in piega; poi non è riuscita a venire. Ma mi sono data il colore sugli occhi. Vedete? Ma perché una che ha fatto la Resistenza e che era nel comando Arno non può essere vanitosa? Gli occhiali grandi e scuri li ho messi perché c’ho lo sguardo ebete. Si sì, ho lo sguardo ebete. Come no. Da due anni, da quando mi è venuto un colpo, non ricordo più bene le cose, confondo le date. E c’ho sto sguardo che non è più tanto intelligente.

Che poi io non ho mai voluto scrivere niente perché è tutto dentro la mia testa. Perché sono io che ho vissuto tutto. E tutto è stampato qui, nella mia testa. Io con la matita non ho mai voluto raccontare. Ho tutto nella testa. Ho mille episodi di azioni che ho compiuto. C’è quella volta che mi hanno vestita da sposa e messa su una carrozza con delle valigie piene di soldi rubati alle ferrovie per la Resistenza. E quella volta che ho spinto un carretto da gelataio pieno di molotov e fucili Thompson che l’ho raccontato anche alla Rai, con sopra il pane e i nazisti mi hanno fermato e io senza un filo di paura. Ma ora che ci penso mi viene paura, ora. Affrontare un nazista era come affrontare una tigre in un giardino. Ora mi viene paura sì, mamma mia. Ma allora non avevo paura di niente. C’era la mamma che mi proteggeva. La mia mamma. Noi abbiamo cambiato il mondo. Le donne non sono più state le stesse. Volevamo non essere più sudditi ma cittadini, volevamo combattere perché tutto fosse diverso. Meno male che abbiamo tirato su dei figli onesti che possono portare avanti le nostre idee. Perché il mio figliolo è onesto. Noi eravamo tutti onesti e rispettosi.

Io vivevo in una casa con dieci partigiani e nessuno s’è mai sognato di mancarmi di rispetto. Il rispetto prima di tutto. Il rispetto. Ma io volevo anche essere la più bella, mica solo combattere. E quanto poi tutto è finito e quel giornalista mi ha chiesto: è quindi ora comincia un suo impegno politico? Io gli ho risposto: intanto io adesso vorrei andare a ballare! Tu adesso mi vedi su questa carrozzella ma immaginami a spingere quel carretto tutto pieno di molotov… Con i nazisti come tigri e io che muovevo un po’ i capelli e loro dicevano: vai, vai».

Cicliste per Caso

Cicliste per Caso
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UOMINI CHE AMANO LE DONNE

UOMINI CHE AMANO LE DONNE

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«Oh stasera una zuppa, una minestra, qualcosa così…»
Siamo stanche e affamate, io e Silvia, dopo la salita di oggi che ci ha portato da Bologna a Porretta Terme; ma non vogliamo esagerare col cibo, vogliamo andare a dormire leggere.

«Avrei pensato per voi a un menù degustazione», ci dice Franco. «Perfetto!». Esclamiamo in coro, senza un attimo di esitazione.
«Tutto è a chilometro zero – ci dice Franco -. Prodotto da aziende agricole che producono eccellenze».
Ogni piatto è un delizioso percorso attraverso i sapori locali e il recupero delle tradizioni. Sembrano quelle frasi fatte ma qui è davvero così.

Mi siedo a tavola cercando una storia di donne da raccontare ma all’improvviso, al secondo antipasto, mi fermo folgorata: no, stavolta racconto degli uomini, di tutti gli uomini che hanno deciso di ospitarci in questa prima settimana del nostro viaggio.

Perché ci sono uomini che si entusiasmano e decidono di condividere il nostro progetto in qualche modo, perché anche loro hanno un progetto nella loro vita e per questo capiscono il nostro.

C’è stato Roberto che ha un ostello a Viadana con un murales di Jack Kerouac su un’intera parete perché un suo amico artista è stato ospite un mese lì da lui e per sdebitarsi, sapendo della sua passione per il romanzo On the road, si è armato di bombolette e ha «spraiato» per giorni interi. Roberto ha la tosse da mesi e quindi è andato a farsi un esame del sangue ma è tornato di corsa per una foto, prima che noi partissimo. Il cuoco del suo ristorante è caduto con una mini moto e si è rotto la clavicola proprio adesso che inizia la stagione.

Stasera, se a Viadana non piove, dovrebbero aver allestito un’esposizione di quadri nel bosco con degustazioni di vino.

C’è stato Stefano che gestisce un bed and breakfast a San Giovanni in Persiceto (sua figlia è fidanzata con un ragazzo di Napoli), che ci serve dei formaggi francesi buonissimi.
Il giardino della sua struttura è pieno di coniglietti morbidi e inavvicinabili, da buoni conigli. Si mette la nostra spilla delle Cicliste per caso e facciamo una foto sotto alla meridiana sul muro del suo ufficio.

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C’è stato Cuocone, come si auto definisce Saverio, cuoco bolognese dalla stazza imponente che ci fa trovare la scritta «Benvenute Cicliste per caso» e uno smile sulle lavagnetta del suo locale. Viene a bere un bicchiere con noi e brinda al nostro viaggio. Ci segue su Facebook e ci sostiene coi suoi commenti entusiastici.

Ci sono stati i signori della trattoria dove ci siamo fermate a pranzo, che in cinque si riuniscono attorno a un tavolino per decidere quale sia la strada migliore che possiamo fare nel pomeriggio. Il vecchietto sordo del gruppo ci chiede venti volte come ci chiamiamo e poi dice che non si dimenticherà mai i nostri nomi: Silvia è il nome di sua figlia e Linda della sua prima fidanzatina. Mentre ci allontaniamo li sentiamo ancora parlare di quanti chilometri facciamo e che anziché passare da Siena sarebbe stato molto meglio fare la grossetana, anche se poi la grossetana…

E poi c’è Franco, appunto, albergatore e appassionato di cucina che stasera ci ha sorpreso con un menù degustazione studiato per noi. Ha i capelli legati in una coda e una gran barba su una faccia buona. Sembra un Gesù in versione albergatore, o forse è solo la nostra euforia per la cena a farcelo vedere come un Messia venuto in terra per noi. Ci dice che ha un fratello, non abbiamo capito se più grande o più piccolo, e ha fatto costruire un forno in giardino e gli stampi per rifare le tigelle come una volta.

L’albergo è pieno di sue opere d’arte, sopra le nostre teste sono appese delle sagome di polli con sembianze umanoidi che sembrano ballare felici. L’opera, ci spiega, si chiama «Vita dopo l’arrosto». Ottimo.

Cicliste per Caso

«Io so chi siete voi», ci dice appena arriviamo al banco della reception.
Anche lui come gli altri uomini di questo viaggio ci ha riconosciute, viste.
Ci sentiamo subito bene.

Prima di andare a dormire chiediamo consiglio su quale strada fare domani delle due possibili. Ci pensa un po’, tentenna, prova a valutare i pro e i contro di entrambe e poi ci dice: «Onestamente non saprei, davvero, vedete un po’ voi».

Un uomo che non ha certezze su una strada! Ci sembra un evento fenomenale da annotare e raccontare.

E così noi, e le nostre incertezze sulla strada da fare, andiamo a dormire.

On the road capiremo cosa fare.

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QUELLA MATTA DI ALFONSINA

QUELLA MATTA DI ALFONSINA

Se nel 1924 ci fosse stato un concorso di Miss Italia che anziché misurare seno-vita-fianchi avesse misurato la forza, la caparbietà e il coraggio, Alfonsina Strada avrebbe indiscutibilmente indossato la fascia e il diadema di vincitrice.

Invece Alfonsina, Fonsina per tutti, non aveva vinto un bel niente, era una donna sbagliata, che non si era mai preoccupata di prendere le misure prima di fare, una matta come dicevano tutti.
Ma lei si sentiva una vincitrice comunque, anche se le urlavano puttana mentre passava con la sua bici e i pantaloncini corti. Lei era una vincitrice perché dopo mille tentennamenti avevano deciso di farla partecipare al Giro d’Italia. Con gli uomini. La matta.
Del resto come poteva non sentirsi una vincitrice lei che era cresciuta a Fossamarcia, che aveva nove fratelli, che suo padre faceva il bracciante ma doveva andare in giro a chiedere l’elemosina, che sua madre faceva la sarta ed era sempre incinta…

Ora si trattava di arrivare alla fine del Giro e dimostrare a tutti di che pasta era fatta, la matta.

Da quando aveva dieci anni e suo padre aveva portato a casa la prima bici da uomo, lei che non aveva mai avuto bambole né sogni, aveva cominciato a immaginarsi un giorno su un podio con medaglie scintillanti e gli applausi di tutti. Ma prima delle medaglie e degli applausi c’era la semplice voglia di andare, di pedalare, di correre come il vento.

«Lascia giù quella bici e vai a Messa!».
«Lascia giù quella bici e aiutami a rammendare!».

A rammendare poi aveva imparato davvero, era anche considerata una brava ricamatrice, ma quell’arte le era servita soprattutto per ricucire con estrema perizia le sue camere d’aria bucate. E anche quando da vecchia, ormai non più corridora, aveva aperto a Milano un laboratorio per riparare le biciclette, la sua specialità era insegnare ai ragazzi come usare ago e filo.

Pensiamo alla Fonsina, oggi, io e Silvia, mentre pedaliamo nelle campagne vicine a dove è nata, a dove per la prima volta ha trovato l’equilibrio sui pedali, lei bambina su una bici gigantesca da uomo. Alle sue gambe potenti che l’hanno portata fino alla fine del Giro, massacrata, piena di tagli e cicatrici. Ai suoi occhi con la congiuntivite che si arrossavano per la polvere e la fatica.

Anche a noi, con le nostre bici coi cambi e le strade asfaltate, ci hanno detto che siamo delle matte. Certo in tono forse più benevolo e canzonatorio, ma ci è sembrato di sentire una strana eco, come se in fondo le cose non fossero poi granché cambiate.

Questo nostro giro d’Italia è per Alfonsina; per l’aria fresca che l’ha colpita in faccia la prima volta che ha spinto sui pedali e non si è fermata più, per tutte le volte che non è andata a Messa, per ogni volta che ha stretto i denti, quando la insultavano, ed è andata avanti, perché ha finito il suo Giro e sessanta uomini hanno mollato, per quella fascia e diadema che avrebbe meritato come Miss Italia 1924.
Che poi un diadema Alfonsina ce l’aveva davvero. Glielo aveva regalato uno zar, negli anni in cui aveva girato l’Europa e aveva avuto successo esibendosi in spettacoli di acrobazie con la sua bici.
Le vicine raccontavano che se lo metteva una volta all’anno. Il giovedì grasso. Andava in giro pavoneggiandosi e raccontando storie assurde, ogni volta diverse.
La matta.

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E LA LUNA BUSSÒ

E LA LUNA BUSSÒ

«Essermi sentita libera di diventare la donna che ho sempre sognato di essere». Francesca risponde senza esitazione alla mia domanda. «Ci ho pensato stanotte», ci dice sorridendo.

La domanda era semplice, al limite del banale, ma proprio per questo, forse, insidiosa.
«Cosa significa per te essere emancipata?».

Francesca vive con Claudia. Hanno due bambini. Una bambina di sei anni, Bice, e un bambino di quattro, Muad, marocchino, in affido da due anni e mezzo.

Ci accolgono nella loro casa, a Piacenza, la notte del nostro secondo giorno di viaggio. La casa è in pieno centro storico e dice di loro molto più di mille parole.
Una casa del ‘500 con affreschi alle pareti, piena di giochi sparsi in giro, di bambini che si rincorrono in mutande, uno stendino di vestiti da raccogliere. Una casa che sembra costantemente percorsa da un vento, come quando si è in mezzo a due finestre aperte che fanno corrente, e per i primi dieci minuti siamo un po’ frastornate.
Poi io e Silvia ci guardiamo e ci diciamo che questo vento che ci scompiglia ci piace.

Per cena arriva la loro vicina con la figlia, ha fatto la spesa per tutti e messo nel forno una pizza per i bambini. Poi arriva anche una collega di Francesca che comincia a cucinare un risotto ai frutti di mare.
«Il sale? Non avete ancora comprato il sale?».
Sembra di essere nel film Le fate ignoranti di Özpetek e da buone attrici non protagoniste aiutiamo a pulire i gamberi e a tagliare i pomodorini. Veniamo presentate a tutte come le due cicliste che vanno fino a Catania a parlare di emancipazione delle donne.

Francesca è anche un’imprenditrice, si è inventata dieci anni fa una start up che si occupa di tecniche di insegnamento per ragazzi con disturbi dell’apprendimento e che ora ha sedici sedi, è un’insegnante, è una mamma, appunto, e un sacco di altre cose. Claudia dice che è come stare dietro a un tornado ma poi lei non è che sia tanto diversa.
Libera, svincolata, emancipata.
Penso che Francesca sia proprio così, che lo sia la sua compagna, che lo saranno i loro figli.

«Ogni tanto mi faccio questo film: che quando Muad sarà grande e magari ci saremo persi di vista io lo incontrerò per strada e lui si sarà fatto un tatuaggio come il mio sul braccio e starà combattendo per i diritti delle donne arabe».

Francesca sogna e Claudia la prende un po’ in giro ma anch’io mi immagino Muad che cammina per strada. Lo immagino con una luna tatuata sul braccio e lo sguardo fiero e libero di chi è stato amato per davvero.

Partiamo per la terza giornata direzione Cremona con il cielo che non promette niente di buono mentre Muad e Bice ci salutano assonnati.

 

Pavia

On the road

Francesca

Assieme

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