GRATITUDINE

GRATITUDINE

18 Luglio 1894

L’uomo si fermò col suo carretto che ormai stava facendo buio. 

Pioveva una pioggia obliqua e Annie era ferma da quasi un’ora davanti a un tratto di strada allagato, inzaccherata di fango fino alle ginocchia. Aveva tentato di proseguire trascinandosi la bicicletta, strattonandola con tutta le forza che aveva nelle braccia, ma aveva dovuto rinunciare e ora era ferma nel punto in cui la strada cominciava a scendere, prima dell’avvallamento pieno di acqua e fango. Tornare indietro al paese più vicino era impensabile, era stremata ed era quasi notte. 

Si trovava, secondo i suoi calcoli, a 15 miglia da Singapore e per la prima volta dall’inizio del suo viaggio, iniziato dieci mesi prima, si sentiva senza forze, senza motivazioni, a un passo dal crollo, così stanca che stava per scoppiare a piangere davanti a quella campagna sconfinata, uguale da ore. 

Pensava a suo marito, alle scommesse fatte su di lei, ai suoi bambini, a tutte le donne che le mettevano forza nelle gambe mentre passava con la sua bicicletta, a una vecchia che le aveva stretto la mano a Nantes, a una bambina che le aveva dato una rosa nei sobborghi di un paese che non ricordava più, vicino al Nilo. Ne aveva passate di tutti i colori e non si era mai arresa ma ora, per qualche motivo, le sembrava impossibile superare anche questa, le sembrava impossibile credere che valesse la pena continuare. Sentì un grande vuoto, voleva solo buttarsi per terra, sfinita, e dire a se stessa e al mondo intero: non ce la faccio, mi arrendo.

L’uomo fermò il cavallo con un verso acuto; sembrava un contadino e aveva uno strano capello in testa con cui tentava di ripararsi dalla pioggia.

Annie infilò la mano destra sotto la giacca e toccò l’impugnatura di madreperla della pistola. Era spaventata e sollevata allo stesso tempo.

L’uomo le chiese qualcosa in una lingua incomprensibile e Annie rispose in inglese, l’unica lingua che conosceva e l’unica che poteva usare per non perdere la scommessa: Mi porterebbe a Singapore? Posso darle dei soldi!  Pausa. Singapore? S-i-n-g-a-p-o-r-e?

Xīnjiāpō? Domandò finalmente l’uomo, sorridendo sotto il suo cappello. Saltò giù dal cavallo e guardò a lungo la bicicletta di Annie parlottando tra sé e sé. Poi la sollevò a fatica e la caricò sul carretto, infine fece salire anche Annie sullo stretta panchetta del guidatore, mosse le briglie con un gesto secco e ripartirono. Annie cominciò a piangere silenziosamente, senza farsi vedere, sentì una gratitudine immensa per tutto; per il cavallo forte che la trascinava fuori da quell’incubo, per l’uomo gentile e il suo cappello buffo, per la pioggia che presto avrebbe smesso di scendere, per il sudore che sentiva sulle labbra. 

Chiuse gli occhi lasciando che il corpo assecondasse il dondolio della carrozza, con la mano che lentamente mollava la presa dell’impugnatura in madreperla, scivolando fuori dalla giacca.*

18 luglio 2018

Linda, Silvia, la Pez e Ramona stremate e avvilite dopo aver sbagliato strada tre volte si ritrovano tra Swan Lake e Seeley Lake davanti a una strada bloccata per il rifacimento del manto stradale. Non si può passare, affondereste nell’asfalto fresco ci dice un addetto ai lavori, tornate indietro. Rimangono attonite, senza sapere cosa fare. Dopo qualche minuto un uomo su un pick-up le affianca e si offre di caricare le bici e loro quattro, fino in fondo alla strada.

 

*Annie Londonderry partì dal Massachusetts nel 1894 in sella ad una bicicletta Columbia per ritornarvici solo 15 mesi dopo a testa alta dopo aver compiuto il giro del mondo e aver quindi vinto la scommessa che l’aveva spinta a partire: due facoltosi signori di Boston sostenevano apertamente che mai nessuna donna sarebbe riuscita ad eguagliare o migliorare l’impresa svolta da un uomo solo 10 anni prima. Annie rispose all’appello e, per l’occasione, imparò ad andare in bici. Lasciati a casa gonne lunghe e corsetti, partì portando con se solo un cambio di biancheria e una pistola. Arrivò fino in Cina, passando per Parigi, Gerusalemme, Singapore.

 

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LA PROSSIMA ESTATE A RIMINI A FARE L’UNCINETTO

LA PROSSIMA ESTATE A RIMINI A FARE L’UNCINETTO

È il quarto giorno, lunedì, stabiliamo dopo esserci consultate. Sono bastati quattro giorni per farci perdere totalmente la cognizione del tempo, complici anche i cellulari morti dopo i campeggi selvaggi senza acqua, luce e corrente, appunto. 

Nei campeggi molto selvaggi del Canada non c’è luce, non c’è acqua potabile, non ci sono docce, c’è un bagno che è un buco con un coperchio ma in ogni piazzola c’è un braciere bellissimo per fare il fuoco. 

Sei sei un vero canadese oltre ad avere un camper enorme, ma enorme che da fuori ti immagini di entrarci e trovarti nel salone con la scalinata del Padrino, hai due sedie pieghevoli per goderti il fuoco e una camicia a quadri, ma soprattutto e assolutamente un’ascia per tagliare in due i ciocchi di legna che puoi comprare all’ingresso del campeggio. Noi con le nostre tende minuscole, in piedi a rintuzzare il fuoco prodotto dai nostri ciocchi enormi, veniamo guardate con scherno e una certa superiorità. 

Nei campeggi devi riporre tutto il cibo e ogni cosa che abbia un’odore attrattivo per gli orsi; caramelle, dentifricio, bombole del gas, dentro una cassetta di metallo chiusa a chiave. Per sicurezza comunque devi avere sempre con te uno spray anti orso.

Io sono la responsabile dello spray, che è un po’ come la responsabile della sicurezza in ufficio, fai il corso ma speri sempre che non serva. Così io spero che quello spray non debba mai essere sganciato dalla forcella della mia bici. Lo spray è otto volte più potente di quelli usati dalla polizia, ha una gittata di quindici metri e fa molta più paura dei grizzly. 

In realtà i grizzly si sono tenuti alla larga, finora, dalle nostre bici, grazie ai campanelli anti-orso. Cinque campanelli: due io, due la Pez e uno Ramona, Silvia si è rifiutata, che per i primi due giorni hanno allietato la nostra pedalata facendoci sentire come in un alpeggio circondate da mucche ruminanti. Poi col passare dei giorni e nei momenti di fatica lo scampanellio ha cominciato a dare sui nervi a tutti. Fino ad arrivare al terzo giorno in cui anche l’irriducibile Pez ha strappato il suo dal manubrio al grido di fuck the bears! 

Il terzo giorno mette a dura prova più o meno tutte. Siamo pronte per affrontare l’Elkpass a 1900 metri, ci hanno preparate alle asperità del percorso ma spingere subito i trenta chili di bici su per una salita sterrata che sembra un muro ci spacca le gambe, ci toglie il fiato e ci fa dimenticare il pericolo orsi che solo la notte prima giravano a pochi metri dalla nostra tenda. L’entusiasmo però rimane alto, i posti sono bellissimi, il silenzio rotto solo dalle solite campanelle appese alle bici, la conquista del passo ci esalta. Ora dopo le foto di rito sotto alla porta in legno di Elkpass e dopo due ore di fatica dovrebbero attenderci lungi chilometri in discesa, così dice la mappa. In realtà come al solito le mappe sono menzognere, ma a questo argomento mi dedicherò nei prossimi giorni, e i cinquantacinque chilometri che ci aspettano sotto il sole cocente delle due del pomeriggio sono un’alternanza continua di salite e discese in cui ci lanciamo a rotta di collo, nonostante lo sterrato pieno di buche, per prendere l’abbrivio per la salita successiva.

È lì dopo la ventesima salita a picco, mentre la Pez stacca il campanello, che penso che la prossima estate la voglio passare a Rimini, su una sedia a sdraio, facendo l’uncinetto. O in alternativa, visto che ormai siamo senza i campanelli, mangiata da un orso che metta fine a tutte queste sofferenze, hashtagfuckthebears, hashtagriminieluncinetto.

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PINKPOWER2018 CON AIR CANADA

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