LA TASCA SEGRETA

LA TASCA SEGRETA

Qualcuno picchietta con le unghie, da fuori, sul vetro della finestra mentre sto dormendo. Noi cominciamo a partire mi dice quando mi alzo e socchiudo l’anta per vedere chi è. Si avviano in bici e io, anche se ancora mezza addormentata, comincio a prepararmi per raggiungerle.

Siamo sul pullman per Phoenix, le bici smontate e con le gomme sgonfie sono chiuse dentro un cartone, ognuna con il nome e l’indirizzo italiano scritto a pennarello, che non si sa mai. Dormono nel vano valigie, nella pancia del grosso veicolo. Dal finestrino il deserto sembra passare a una velocità folle, in realtà ci superarono quasi tutti, sulla highway, e quindi mi dico che dobbiamo solo riabituarci. Farci una ragione che questo bestione non lo dobbiamo mandare avanti con la forza delle nostre gambe. Possiamo dormicchiare anche noi, come le bici, farci portare, godere della comodità di questo sedile, cullarci nella noncuranza con cui si può affrontare ogni salita come fosse niente, quando hai un pedale da schiacciare sotto al piede. Invece sono irrequieta. 

Saranno queste giovanissime donne indiane e messicane, in viaggio da due giorni, che occupano quattro sedili a testa tra bambini e borse a cui proviamo a chiedere se ci liberano qualche posto, sarà la nostra abbronzatura da cicliste, sarà che fino a ieri pedalavamo otto-dieci ore ogni giorno, sarà che sono passati due mesi quasi da quando siamo partite.

Chiudo gli occhi. Sotto le palpebre saltellano le immagini delle ultime ore, prima del border del Messico, l’ultima pedalata cominciata all’alba con un sole velato da nubi striate e una montagna bellissima che sembrava fatta con la carta delle montagne dei presepi. Una strada con due curve a gomito in 70 chilometri e poi solo una striscia di asfalto dritta a perdita d’occhio, caldo terribile, appena le nubi si diradano, e una nostalgia mista a sollievo perché laggiù cominciamo a immaginare già la fine. 

Mi sforzo di ricordare tutti i momenti in cui ho maledetto l’idea di questo viaggio perché adesso con l’arrivo laggiù, i festeggiamenti dietro l’angolo e la retorica della vittoria, è troppo facile crogiolarsi nel piacere.

Ogni singolo schifoso bagno, ogni doccia in cui mi si sono rattrappite le dita dei piedi dallo schifo, ogni hamburger ingurgitato anche se era secco e le patatine riscaldate, quella volta che doveva esserci un ristorante e non c’era niente e abbiamo mangiato una fetta di pane con la marmellata che era l’unica roba che avevamo e la fatica mostruosa di spingere su uno sterrato irto come un muro la bici da trentacinque chili con le scarpe che sdrucciolano sulla terra e sui sassi e la mano destra che per la prima ora di bici si addormenta e il punto morto nel mezzo delle spalle subito sotto al collo con il sudore ghiacciato e le gambe di cemento e il paesaggio sempre uguale per ore e questa America che fa schifo e i recinti che non fanno più migrare le alci d’inverno e il sacco a pelo mummia e il vento contro e le città abbandonate e le lattine di birra buttate dalle macchine in corsa e le pedalate di taglio sugli stinchi e le zanzare e le zanzariere rotte e i cerotti per provare ad aggiustare le zanzariere e I can’t help you e le pistole e le mucche col numero tatuato a fuoco sul fianco e la grandine e i pini malati e i pini bruciati e nemmeno un albero per mangiare solo cespuglietti a perdita d’occhio e ancora una salita quando ti avevano detto che era tutta discesa e stai pedalando da nove ore e di salite ne hai fatte così tante che questa, signori, questa è una vera assoluta ingiustizia.

Io in questo viaggio, Io lo devo dire, mi sono adattata e ho resistito a cose che a me la resilienza mi fa una pippa. Anche se, lo devo ammettere, prima di essere nominata Regina universale della resilienza, ho usato dei trucchi. Ho tenuto in una tasca segreta tutte le cose belle che succedevano e le ho ripescate, come una figurina, come una caramella, ogni volta che stavo per crollare.

Ho tenuto le mucche fifone che scappavano al nostro passaggio, il piccolo orso che correva, i due cerbiatti fermi davanti a noi. Ho tenuto gli abbracci di Silvia quando non ce la facevo più e il suo sorriso quando mi aspettava più avanti per fotografarmi. Ho tenuto le discese che asciugavano il sudore e la fatica. Ho tenuto cinque minuti di stelle nel deserto prima che sorgesse la luna rossa all’orizzonte. Ho tenuto le mie gambe forti all’improvviso e inaspettatamente, come se avessero una benzina che non conoscevo. Ho tenuto il piacere di sdraiarmi, allungare la schiena e sentire i muscoli arrendersi. Ho tenuto l’eleganza delle donne con le pistole al rodeo. Ho tenuto il più bel motel del mondo a Butte. Ho tenuto una pizza col pomodoro San Marzano. Ho tenuto la luce dolce del sole al tramonto sulla cima delle montagne sopra a un canyon strettissimo con un fiume ruggente che scorreva sotto. Ho tenuto i fuochi che ho acceso ogni volta che potevo, con la legna da trovare in giro e i piccoli ramoscelli asciutti per accendere. Ho tenuto la notte in tenda a leggere Baol di Benni ad alta voce per Silvia perché eravamo troppo stanche per dormire. Ho tenuto tutti i cani che venivano a farsi accarezzare e quelli che passavano in piedi dietro i pickup. Ho tenuto una birra fredda. Ho tenuto il cielo azzurro con le nuvole enormi. Ho tenuto la doccia calda e le calze asciutte e pulite. Ho tenuto gli spazi infiniti che mi ricordavano qualcosa ma non so cosa. Ho tenuto la torta più buona del mondo a Pie Town. Ho tenuto le lavanderie a gettoni e i vestiti tiepidi e profumati. Ho tenuto la faccia di un ingegnere che ci ha aiutato per strada. Ho tenuto le insegne cadenti dei motel. Ho tenuto il sollievo della pioggia che smette. Ho tenuto la sensazione di non essere sola. Ho tenuto il sollievo di essere amata e quindi di poter andare per il mondo. 

Qualcuno picchietta con le unghie, da fuori, sul vetro della finestra mentre sto dormendo. Dopo tre giorni, a Los Angeles, ancora sogno di dovermi mettere in bici e partire e se vedo qualcuno che passa per strada pedalando lo guardo con un misto di invidia e di arroganza: ehi, mi viene da dirgli, guarda che io sono stata selezionata per il premio Regina universale della resilienza, lo sai?

MISS ITALIA 1924

MISS ITALIA 1924

Se nel 1924 ci fosse stato un concorso di Miss Italia che anziché misurare seno-vita-fianchi avesse misurato la forza, la caparbietà e il coraggio, Alfonsina Strada avrebbe indiscutibilmente indossato la fascia e il diadema di vincitrice.

Invece Alfonsina, Fonsina per tutti, non aveva vinto un bel niente, era una donna sbagliata, che non si era mai preoccupata di prendere le misure prima di fare, una matta come dicevano tutti.
Ma lei si sentiva una vincitrice comunque, anche se le urlavano puttana mentre passava con la sua bici e i pantaloncini corti. Lei era una vincitrice perché dopo mille tentennamenti avevano deciso di farla partecipare al Giro d’Italia. Con gli uomini. La matta.
Del resto come poteva non sentirsi una vincitrice lei che era cresciuta a Fossamarcia, che aveva nove fratelli, che suo padre faceva il bracciante ma doveva andare in giro a chiedere l’elemosina, che sua madre faceva la sarta ed era sempre incinta…

Ora si trattava di arrivare alla fine del Giro e dimostrare a tutti di che pasta era fatta, la matta.

Da quando aveva dieci anni e suo padre aveva portato a casa la prima bici da uomo, lei che non aveva mai avuto bambole né sogni, aveva cominciato a immaginarsi un giorno su un podio con medaglie scintillanti e gli applausi di tutti. Ma prima delle medaglie e degli applausi c’era la semplice voglia di andare, di pedalare, di correre come il vento.

«Lascia giù quella bici e vai a Messa!».
«Lascia giù quella bici e aiutami a rammendare!».

A rammendare poi aveva imparato davvero, era anche considerata una brava ricamatrice, ma quell’arte le era servita soprattutto per ricucire con estrema perizia le sue camere d’aria bucate. E anche quando da vecchia, ormai non più corridora, aveva aperto a Milano un laboratorio per riparare le biciclette, la sua specialità era insegnare ai ragazzi come usare ago e filo.

Ho pensato qualche volta alla Fonsina mentre pedalavamo sugli sterrati più polverosi, in Montana, in Wyoming; mentre vedevo le mie compagne davanti a me sparire nella nebbia alzata dalle jeep e dai pickup che ci superavano, mentre cercavamo di toglierci lo sporco che ci si era appiccicato addosso, la terra, il grasso della bici. Mi è sembrato spesso che il nostro viaggio attraverso gli Stati Uniti fosse un po’ un viaggio nel passato, al tempo in cui il ciclismo era qualcosa di sporco, reietto, faticoso ai limiti del disumano, i tempi di Alfonsina. Ho pensato alle sue gambe potenti che l’hanno portata fino alla fine del Giro, massacrata, piena di tagli e cicatrici. Ai suoi occhi con la congiuntivite che si arrossavano per la polvere e la fatica. Anche noi siamo cadute, ci siamo riempite di botte e graffi le gambe, abbiamo invocato speranzose che lo sterrato si trasformasse in asfalto, siamo morte di sonno alle otto di sera per tutte le salite infinite che ogni giorno abbiamo scalato.

E quindi questo lungo viaggio in un paese oltreoceano è anche per Alfonsina, che negli Stati Uniti non c’è mai potuta venire; per l’aria fresca che l’ha colpita in faccia la prima volta che ha spinto sui pedali e non si è fermata più, per tutte le volte che non è andata a Messa, per ogni volta che ha stretto i denti, quando la insultavano, ed è andata avanti, perché ha finito il suo Giro e sessanta uomini hanno mollato, per quella fascia e diadema che avrebbe meritato come Miss Italia 1924.
Che poi un diadema Alfonsina ce l’aveva davvero. Glielo aveva regalato uno zar, negli anni in cui aveva girato l’Europa e aveva avuto successo esibendosi in spettacoli di acrobazie con la sua bici.
Le vicine raccontavano che se lo metteva una volta all’anno. Il giovedì grasso. Andava in giro pavoneggiandosi e raccontando storie assurde, ogni volta diverse.
La matta.

TEX WILLER, PACO RABBANE E FRIDA

TEX WILLER, PACO RABBANE E FRIDA

Questo è un tatuaggio cholo, dice l’uomo indicando il suo braccio, io sono un cholo. Un gangster. È appoggiato al muro e cerca di darsi un contegno da duro, in realtà appena si distrae gli viene una faccia da buono, con degli occhi dolcissimi. Siamo fuori dal Cacho Wash, un edificio nel mezzo del deserto con una pompa di benzina, un piccolo grocery e soprattutto una enorme lavanderia a gettoni, vero centro di attrazione di tutta la zona. L’uomo è un indiano Navajo, e viene qui ogni tanto per incontrare gli amici, dice, noi campeggeremo insieme ad altri ciclisti in un’area vicino alla pompa di benzina, di fianco a un vecchio vagone del treno con un enorme scritta Santa Fé sulla fiancata. 

Abbiamo appena beccato la tempesta perfetta: fulmini, secchiate di pioggia, vento e grandine, abbiamo provato a ripararci buttandoci ai lati della strada, coprendoci la testa e le spalle con una delle borse da bici perché la grandine, palline di cinque-sei millimetri che piovono giù a duecento all’ora, fa veramente male. Le rare macchine intanto ci sfrecciano di fianco a tutta velocità alzando onde altissime, totalmente incuranti della nostra disperazione. Appena la grandine diminuisce proviamo a pedalare più veloce che riusciamo sotto a scrosci d’acqua che in discesa diventano torrenti.

Quando da lontano avvistiamo l’insegna dello Chaco Wash ci sembra il paradiso. Ci mettiamo vestiti asciutti, ci prendiamo un the caldo, buttiamo tutte le cose bagnate e le scarpe nell’asciugatrice, ci sediamo nella lavanderia assieme a famiglie di indiani con sacchi così grandi di roba da lavare, e poi asciugare, che staranno qui una settimana, bambini che disegnano coi gessetti colorati su una lavagna, due televisori sintonizzati uno su un canale di food e l’altro sui cartoni animati.

Mentre aspettiamo che la nostra roba si asciughi carichiamo i cellulari, mangiamo dei vermi gommosi che abbiamo comprato nella grocery, guardiamo con un occhio la gara di cuochi che cucinano carne alla griglia e con l’altro i cartoni animati ideati da sceneggiatori probabilmente sotto acido.

Quando usciamo per andare a montare la tenda finalmente ha smesso di piovere, il nostro amico cholo è appoggiato ancora lì, al muro, guarda davanti a sè pensieroso e fuma, appena ci vede ci sorride e prova a riattaccare discorso. Due cani cominciano a gironzolarci attorno in cerca di cibo, un maschio baldanzoso e una femmina spaventatissima, con la coda fissa tra le gambe. Decidiamo di chiamare lui Paco Rabbane perché ha un’aria da sciupafemmine e lei Frida perché è messicana e sembra aver passato tante disgrazie; gli diamo il tacchino del giorno prima che abbiamo avanzato e poi dei pezzetti di formaggio che divorano come non mangiassero da mesi.

La sera torniamo nella lavanderia per usare il bagno e farci una tisana, usando l’acqua bollente dell’angolo caffè della grocery; le lavatrici lavorano ancora a pieno regime, uomini e donne se ne stanno mollemente seduti sulle sedie di plastica in attesa, qualcuno fissa l’oblò, qualcuno segue senza interesse l’ennesima gara di barbecue. 

I Navajo, come tutti gli altri nativi americani, prendono sovvenzioni statali ma, ci dice l’amico cholo, siamo talmente in tanti che se li intascano in pochi, e in effetti basta fare una rapida ricerca per trovare notizie su milioni di dollari intascati impropriamente dall’amministrazione indiana anziché essere distribuiti per aiutare i giovani con il college e gli anziani indigenti. 

Il tatuaggio raffigura una donna bendata e il nostro amico ci racconta che significa che ogni uomo deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni, in realtà mentre l’uomo continua a raccontare del suo clan e degli amici che stanno arrivando io penso a Tex Willer, che mio fratello collezionava quando eravamo piccoli, alla moglie di Tex Willer appartenente a una tribù Navajo, alla fierezza dei copricapi e del portamento dei guerrieri indiani a cavallo, alla frecce scoccate con precisione inesorabile, ai gilet di pelle su torsi nudi muscolosi contro le pance gonfie di alcol sotto alle magliette bucate di adesso, e penso che quella donna bendata si stia semplicemente risparmiando tutto questo presente in attesa di un futuro migliore.

Quando stiamo andando a dormire l’amico cholo è ancora appoggiato al muro. Fuma. Mi sa che oggi i suoi amici non verranno.

MA SA FARE UNA TORTA?

MA SA FARE UNA TORTA?

Ma sa fare una torta? Mi chiede quel cretino di giornalista, ma che domanda è? Alla fine dell’intervista poi, come se fosse la ciliegina sulla torta, appunto torta, sa fare una torta? Queste sono le cose che mi mandano in bestia, anche se George dice di non prendersela, non stare a sentirli dice, sai che la gente non ama le donne intraprendenti, non stare a sentirli dice, è solo un giornalista cretino. George, lui sì, sa fare torte buonissime, lui. E non fa differenze tra cose da uomo e cose da donna, non traccia linee tra quello che si può fare e quello che non si può fare. Sa fare una torta? Dio che nervi, come si fa a stare calma di fronte a tutta questa tracotanza. E poi dopo avere per ore elogiato il mio coraggio, ma che donna ardimentosa, che intraprendenza, te ne esci con la storia della torta? Ah davvero? Davvero pensi che ci voglia tutto sto coraggio a pilotare un aereo? No, mio caro signor giornalista ci vuole molto più coraggio a stare ogni giorno in ospedale, a fare l’infermiera, a fare quello che facevo prima. Ci vuole molto più coraggio a stare a guardare la morte in faccia, ogni giorno. A guardare negli occhi pieni di orrore i soldati che tornano dalla guerra, che non sanno nemmeno perché li hanno buttati a combattere; mutilati, devastati nel corpo e nello spirito, che vogliono solo un tuo sorriso per immaginare, per qualche secondo, tornare a credere, che ci sia qualcosa di piccolo e di buono nel mondo. Che tutto non si riduca a una carneficina di uomini innocenti buttati a combattere per conquistare, annettere, espandere. Solo un sorriso. E tu sorridi.

Ci vuole molto più coraggio a tenere la mano di un uomo che sta per morire, a cullare un bambino tremante per la febbre, un bambino che dovrebbe avere tutta la vita davanti e invece non avrà che poche ore. E tu signor giornalista mi chiedi dove prendo il coraggio di volare a cinquemila metri da terra? Quando mi stacco da terra e vedo tutto quello spazio libero, i confini, gli steccati, le righe su un foglio per dividere, le domande idiote e uomini e donne, o di qua o di là, tutto sparisce. Tutto il dolore e le ingiustizie mi scivolano via e posso finalmente respirare. No, no, caro signor giornalista nessun coraggio, solo un impellente, irreprimibile desiderio di respirare e spingermi sempre più lontana dal dolore, dalla morte. No. Non ho paura. Non mi fa paura morire, mi dispiacerebbe, ma non ho paura. Mi fa più paura non avere il coraggio di vivere. Vegetare, terrorizzati da tutto, come quei soldati. E mentre spingo il mio aereo sulla pista di decollo sorrido. Sorrido a me stessa, come sorridevo in ospedale, sorrido come a dirmi che qualcosa di grande e di infinitamente buono è lì per me. E rido, appena mi stacco dal suolo, rido di quel cretino di giornalista che si allontana e diventa un puntino e rido di tutte le torte che non so cucinare, di tutte le domande a cui non so rispondere.*

 

Pedaliamo nel sud del Colorado, nelle immense praterie desertiche, per ore e ore il paesaggio rimane lo stesso, sotto un cielo opaco per il caldo e per gli incendi lontani. Le mucche placide sono le uniche testimoni del nostro passaggio. In lontananza si cominciano a intravedere accampamenti con roulotte a cui si accede attraverso lunghissime vie che partono dalla strada sterrata principale. Le vie si chiamano Apache trail, Cheyenne road, Black Feet trail. Dopo qualche ora comincia a sorgerci il dubbio che da qui partano le riserve indiane, che quelle roulotte in lontananza siano accampamenti di nativi americani. La sera faccio un po’ di ricerche sfruttando il lento Wi-Fi del locale in cui ceniamo, e trovo conferma ai nostri sospetti: le riserve cominciano da qui anche se sarà nei prossimi giorni, in New Mexico, che ci addentreremo nelle aree con la storia di antiche battaglie e di indiani contro yankee. Di indiani e cowboy è piena la mia infanzia: gli indiani assolutamente cattivi e i cowboy bianchi, belli, un po’ dannati al limite, ma assolutamente buoni. E poi da adolescente invece i bianchi tutti cattivi e gli indiani povere vittime di genocidi e invasioni spietate. E Balla coi lupi e L’ultimo dei moicani. Penso alle loro riserve, protezione e esilio, alle sovvenzioni statali, al tasso di alcolismo, la disoccupazione, ai confini che rassicurano e soffocano. Agli indiani del passato, a cavallo con le piume in testa e i segni di guerra sul viso e ai nuovi indiani, con la pancia, che aspettano sonnecchiando su una sedia della lavanderia a gettoni, che la lavatrice abbia finito.

Indiani e cowboy, i buoni e i cattivi, questo bisogno stupido di sapere una volta per tutte cosa è giusto e cosa no, cosa deve stare dentro e cosa deve stare fuori, cosa è da uomini e cosa da donne, e la destra e la sinistra, e l’Inter e il Milan, e i vegani e i carnivori. Schierarsi, avere ragione. Oppure camminare sui confini, cambiare idea, avere dei dubbi.

Pedaliamo con le mucche come uniche spettatrici del nostro passaggio, valicando decine di cattle-guard, le griglie di metallo messe lì per impedire a qualche mucca ribelle di uscire dai propri confini. 

 

Amelia Earhart (1897- 1937)
La più famosa aviatrice della storia, mise da parte i suoi guadagni di infermiera ed assistente sociale, per pagarsi le lezioni di voli ed acquistare il proprio aereo personale. Nel 1922 stabilì il record d’altitudine per un’aviatrice donna, con il primato di 4.300 metri d’altezza. Nel 1932 riuscì nell’impresa di attraversare l’oceano con il primo volo transatlantico in solitaria, compiuto da una donna. Cinque anni dopo tentò la circumnavigazione intorno al mondo, ma scomparve misteriosamente nel Pacifico centrale, senza che il suo corpo e il suo aereo fossero mai ritrovati. Alla celebre aviatrice è stato dedicato nel 2009 il film Amelia.

 

SAI, LA GENTE È STRANA

SAI, LA GENTE È STRANA

Arriviamo a Ovando nel tardo pomeriggio, non ci sono stanze nell’unico albergo del paese, non c’è un campeggio; ci consigliano di dormire nella vecchia prigione che ora è diventata ricovero per i ciclisti di passaggio sulla Great Divide. Portiamo le nostre cose lì, cominciamo a sistemarci per la notte. Di fronte alla piccola prigione una casa, una vecchia casa di legno, con delle finestre che danno sulla strada, così piena di cose che sembra stia per esplodere. Davanti alla casa un uomo che sembra avere centoventi anni, e un cane. Immobili, seduti uno di fianco all’altro. La mattina ci svegliamo, cominciamo a prepararci per partire e l’uomo e il cane sono sempre lì. Immobili. Per fugare il dubbio che siano morti da mesi e nessuno se ne sia accorto, Silvia va a chiedere se può fargli una foto. L’uomo emette dei suoni che lei interpreta come: sì, certo, non vedevo l’ora di farmi fare una foto da te. Il cane annusa una gamba di Silvia. Quindi sono vivi. Forse solo non riescono più a entrare dentro casa; l’uomo, che da vicino avrà al massimo sessant’anni, si è fatto prendere un po’ la mano e ormai cosa vuoi fare?

 

Siamo alla cassa, abbiamo comprato il cibo per il prossimo giorno e mezzo in cui non incontreremo centri abitati, all’improvviso un mal di pancia di quelli da sudore freddo. Chiedo un bagno e mi indicano l’angolo in fondo al supermercato a destra. Arrivo quasi di corsa; nei bagni delle donne ci sono due scomparti con le porte di quelle aperte sopra e sotto, non il massimo dell’intimità. Apro quella dello scomparto donna / portatore di handicap che mi ispira più fiducia. Dentro una donna che ha dimenticato di chiudere. Sorry, mi dice sorridendo. È seduta sulla tazza, appoggiata comodamente con la schiena al muro e legge un libro. Nel bagno del supermercato. In fondo a destra. Con la porta aperta.

 

Facciamo dei gesti al quad che arriva di fronte a noi per farlo fermare. Vogliamo avere delle informazioni sulla strada che finora si è rivelata faticosissima. Dopo giorni di pietre, ghiaia, buchi, da qualche giorno fatichiamo soffrendo sul tôle ondulée, come lo chiamano in Africa, o washboard, come lo chiamano qui. Cunette regolari create dal passaggio delle auto sullo sterrato. Se non l’avete mai provato è un’esperienza che dopo qualche ora può mandare fuori di testa, salta il cervello dentro la testa, gli organi dentro il corpo. Il quad si ferma in una nuvola di polvere, ci avviciniamo e la donna anziana alla guida ci spiega che ha da poco visto passare dei nostri amici in bici. Le chiediamo della strada, di quanto chilometri mancano. Lei comincia a ragionare, si perde in lunghe spiegazioni, poi all’improvviso si blocca come folgorata: là, indica, là, un orso! Ci giriamo tutte fulminee a guardare il punto che ha indicato, Silvia e Ramona scattano a prendere le videocamere. Cerchiamo di mettere a fuoco il punto, la signora ha ancora il braccio teso, l’indice sicuro a puntare una massa scura ai lati della strada. Dopo qualche secondo ci rendiamo conto che l’orso è in realtà un tronco. 

Signora tranquilla è un tronco, non un orso.

No, no, ragazze vi sbagliate è proprio un orso.

Signora è un tronco.

È un orso.

È un tronco.

Niente, andiamo via con la signora che cerca di trattenermi per un braccio per convincermi che quello è un orso, che gli orsi possono stare fermi per ore. Vorrei convincerla a cambiare occhiali o fare un trattamento di disintossicazione dall’alcol, ma non vorrei essere scortese e la saluto mentre lei è ancora lì col braccio che sbraccia e l’indice che indica.

 

Gli ostelli sono posti in cui trovi gente che probabilmente non esiste più in nessuna altra parte del mondo, a parte negli ostelli, appunto. Un po’ come certi professori del liceo, che non potevi immaginare avessero una vita normale al di fuori della scuola, con quei vestiti lì e quei capelli unti. Appena entriamo nell’Ostello di Salida, bellissimo paesino nel sud del Colorado, ci accoglie un uomo sui cinquanta, iraniano, con una bella barba nera e il sorriso stampato perennemente sul viso, tipo: ma che bello vivere negli ostelli, solo noi che viviamo negli ostelli sappiamo goderci la vita ed entriamo in contatto vero con le persone. Sta cucinando broccoli nella cucina, che poi diventa sala, che poi diventa ingresso e quindi veniamo subito investiti dal delicato profumo della crocifera, oltre che dal suo buonuomore. Lui si muove come se vivesse lì da sempre, probabilmente è arrivato da cinque minuti, con lo strofinaccio sulla spalla ti spiega come usare la lavatrice e fa gli onori di casa. La sera accorda la chitarra con una app dell’iPhone per poi strimpellare per ore degli arpeggi che impari alla seconda lezione di chitarra, intercettando chiunque passi per entrarci in un contatto profondo e distillare qua e là, nel discorso, profondissime massime di vita. 

Never growup, dai retta a me, che se cresci sei perduta, dice guardandoti coi suoi scurissimi occhi iraniani.

 

Sì, lo so, vostro onore, è difficile da credere ma ho come testimone oculare Ramona. Uno scoiattolo ieri, uguale identico a Cip di Topolino, prima del passo Carnero, è scappato su una roccia al nostro passaggio ma poi si è fermato a guardarci e ci ha fatto ciao con la zampina. Non l’ha mossa e basta, ci ha fatto proprio ciao. E qualche giorno prima un cavallo a una nostra domanda se la strada fosse giusta ha fatto sì con la testa. E una mucca a cui Ramona ha urlato: ciao bella, ha ciondolato la testa, come per schermirsi, le mucche del Colorado sono timide. Lo giuro vostro onore non è la stanchezza, non è la fatica. Lo giuro. Ho qui una testimone che lo può provare.

FOREVER

FOREVER

La casa è in cima a una collina, ci incamminiamo a piedi lasciando le bici sulla strada, l’idea di andare lassù pestando sui pedali ci fa venire la nausea, è da stamattina che scaliamo montagne. C’è un vecchio pickup fuori dalla casa, chiamiamo sperando che ci sia qualcuno, fuori dalla porta sono appese delle casette di legno per gli uccelli, si sente armeggiare da dentro con la maniglia. Si affaccia un uomo di mezza età con una barba lunghissima, pelato, una t-shirt con le maniche tagliate, gli manca solo il fucile per spararci. Ci affrettiamo a chiedere se sa qualcosa di questa casetta che è segnalata sulla cartina dell’American Cycling Association, qui vede? Dovrebbe essere qui vicino, according to the map, dovrebbe essere un rifugio per la notte per i ciclisti della Great Divide…

L’uomo dalla lunga barba guarda la mappa e poi si gira verso l’oscurità della casa chiamando qualcuno. Dopo pochi secondi appare il fratello, più magro ma con la stessa identica barba e più capelli. Sembra più giovane e comincia a confabulare col fratello, entrambi si stropicciano la barba con lo stesso gesto, mentre riflettono. 

Con un vecchio cordless chiamano qualcuno, parlano per un po’ un inglese incomprensibile fatto di suoni che restano incastrati in bocca, ridono, poi riattaccano e ci spiegano con una dolcezza e una gentilezza inaspettata, eravamo ancora lì che ci aspettavamo una fucilata per invasione di proprietà privata, che sì la casetta c’è è dentro a un ranch e la persona ci sta aspettando, e parte una spiegazione dettagliatissima di dove girare e come trovare il nostro ricovero per la notte.

Sarà che non ci speravamo più, sarà la stanchezza, sarà che il sole sta per tramontare e comincia a fare freddo ma all’improvviso i due vecchi fratelli diventano gli adorati fratelli McPheron di Kent Haruf*. Rivedo nelle loro facce la stanchezza di una giornata durissima di lavoro, la timidezza di chi è abituato a stare da solo, la gentilezza schietta e pulita come di un bambino.

Deve essere il freddo, sì, un brivido mi risveglia, riscendiamo a prendere le bici.

Lucy viene ad aprirci il cancello, camminando incerta sulle gambe; entriamo come fosse un sogno in un ranch meraviglioso, curato e pieno della storia di tutta una vita. Pioppi enormi con le foglioline sonanti circondano la casa, ci mostra la casetta di legno dove dormiremo, i cavalli, scompare e riappare poco dopo con un piatto pieno di fette di anguria. Trema mentre appoggia il piatto. Chiediamo subito perché lascia aperta la sua casa ai ciclisti e ci dice che i ciclisti sono sempre belle persone con storie affascinanti da raccontare e poi anche lei andava in bici, da giovane, prima che le venisse il parkinson. Sorride, sorride sempre sotto un caschetto di capelli grigi, ci dice che lascerà la porta di casa aperta per farci usare il bagno e chiede se vogliamo la classica colazione del Wyoming domani mattina. Poco dopo arriva John, il marito, un cowboy magrissimo con la faccia da attore, gentile ma di poche parole, un po’ rude come si confà ai veri cowboy, con uno styling perfetto. Camicia Wrangler di jeans sbiadito, pantalone Carhartt cachi sdrucito sulle ginocchia, vecchia scarpa di cuoio, guanti da lavoro tenuti in mano. Come coi fratelli McPheron non capisco una parola di quello che sbiascica. Lo rivedremo la mattina dopo seduto a capo tavola, aiutiamo Lucy a preparare mentre lei spadella la preannunciata classica colazione del Wyoming, stick to your ribs la chiama, promette bene.

La casa è piena di foto, Lucy ha sempre avuto i capelli a caschetto, John aveva una bici quando era bambino, hanno avuto tre figli, hanno dodici nipoti e qualche pronipote, tutti vanno a cavallo, hanno avuto tanti cani, John dice che tutti i suoi cani sono sempre stati molto devoti, hanno un gatto. Sul frigorifero ci sono foto di tutti i nipoti e alcuni ritagli di giornale, una vignetta, un trafiletto dal titolo Trump is an hero.

Mangiamo quello che Lucy chiama biscotti fatti in casa, un panino aperto in due ricoperto di gravy, un sugo di salsiccia affogato in litri di latte. 

Essere ospiti è sempre qualcosa di speciale, ma essere ospiti quando si pedala da quasi un mese, ci si lava un giorno sì e uno no, si gira con scarpe infangate e si mangia spesso sedute ai bordi di una strada è un regalo, un regalo di Natale. Così, grati della porta lasciata aperta, dei sorrisi di Lucy, dello sguardo paterno di John, della spremuta d’arancia nei bicchieri del servizio buono, ci godiamo questi attimi prima di ripartire. Cosa ne pensate di Trump? Chiede Lucy a bruciapelo. Guardo le mie compagne disperata, lascio alla Pez il compito di arrampicarsi sugli specchi. No perché John lo odia.

Scopriamo così di essere capitate nell’unica casa e nell’unica famiglia anti-trumpiana di tutto il Wyoming. 

Ci scambiamo gli indirizzi, facciamo foto e Lucy ci abbraccia a lungo, un vero abbraccio che ci commuove, in quel modo che a volte hanno le persone malate. Senza pudore, aperture disarmanti che ti disarmano. L’unico modo per ringraziarci è che siate anche voi generosi con qualcun altro, ci dice salutandoci.

Restiamo per un bel po’ in silenzio mentre ce ne andiamo, dopo esserci girate mille volte a salutare con la mano Lucy, sempre più lontana; io penso che i posti più belli di queste vacanze sono state le persone. 

La donna che ci ha ospitate nella sua piazzola la prima notte di campeggio in Canada, quando ancora non sapevano niente; quelle che si sono fermate, che ci hanno aiutato, che ci hanno detto che eravamo forti e coraggiose, che ci hanno sorriso, i motociclisti sulle Harley che abbiamo incrociato mentre pedalavamo a cui abbiamo fatto pollice in su e che ci hanno indicato con l’indice come a dire: no, voi siete grandi! Ma anche quelli che ci hanno dato indicazioni per strada. Dal memorabile tipo che bloccava il traffico per lavori a cui abbiamo chiesto: quante miglia dura ancora questa salita? E ci ha risposto: Forever! Alla tizia a cui abbiamo chiesto: quanto manca per il passo? E ci ha risposto: più di quanto crediate, alle decine di persone che ci hanno detto: da qui in poi è tutta discesa. 

Oggi siamo a Breckenridge, in Colorado, ospiti di Alison e Philip. Ci hanno scritto in Facebook: la vostra avventura è fantastica venite a casa nostra. E così anche oggi è Natale. Una casa bellissima, due persone meravigliose che conoscono l’Italia meglio di noi e sanno come bagnare le friselle meglio di un pugliese. Una lavatrice e un’asciugatrice, un letto enorme. Philip fa dei cocktail che potrebbe farlo di lavoro, l’acqua per il ghiaccio dei cocktail la bolle due volte, e ha tutti i bicchierini appositi per miscelare e duecento bottiglie di liquori. Adora il Cynar, o Sinar come lo pronunciano qui, ed è cugino di Keith Harring. Quello strano cugino che da piccolo era ossessionato da Mickey Mouse e lo disegnava in continuazione. Alison si è presa cura di noi come una mamma, come una mamma buona intendo, dando le medicine a Silvia e preparandoci la schiscetta per domani.

Philip e Alison sono i nostri Babbi Natale per oggi, ora è quasi pronta la cena, andiamo ad aprire i regali. 

*Kent Haruf, Trilogia della Pianura. Se non l’avete ancora fatto vi consiglio fortemente di leggerla. http://www.nneditore.it/libri/trilogia-di-holt-cofanetto/

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COME SI MANGIA, PER NON MORIRE

COME SI MANGIA, PER NON MORIRE

“Io mangerei un piatto di spaghetti con le vongole”.

“Io un branzino al sale”.

“Io pasta e fagioli”.

“Io gnocco fritto e salumi”.

Passano un discreto numero di secondi tra una dichiarazione e l’altra, ognuna ci pensa oculatamente, come se davvero stessimo ordinando al ristorante. 

Ma stiamo solo facendo il gioco di metà pomeriggio quando abbiamo esaurito tutte le calorie di pranzo e cerchiamo di sostentarci con noci, mandorle, uvette, banane, barrette e intanto la fame si fa strada e sogniamo i nostri piatti preferiti. E ovviamente non ci limitiamo a enunciare quello che vorremmo mangiare ma partono descrizioni dettagliatissime di come deve essere cotto lo spaghetto, di quale salume deve accompagnare lo gnocco, e il branzino solo pescato che allevato non sia mai…

Poi arriviamo in campeggio e ci facciamo il riso comprato nel negozietto del paesino di cowboy del Wyoming che ha tempi di cottura da tre minuti a venticinque a seconda dell’umidità dell’aria, dell’alcalinità dell’acqua e di altri misteriosi fattori a noi ignoti e finiamo a mangiarci un pappone colloso con tonno e verdure dopo aver sognato la tartare di ricciola. 

A volte di notte sogno davvero di essere a cena nel mio ristorante preferito e mi accorgo nel dormiveglia di muovere la bocca come se stessi assaporando il gusto del cibo restato sulle labbra, ma in genere non è così drammatica la situazione. Ieri a Steamboat Spring in Colorado abbiamo mangiato una pizza fatta in un forno a legna con pomodoro San Marzano e real mozzarella davvero buona e qualche volta gioiamo delle ricette che riusciamo a cucinare sui nostri piccoli fornelli da campeggio. Basta una cipolla rosolata, un po’ di pepe e la felicità è lì, pronta per essere servita. 

Ci manca la frutta, ma ci dicono che in Colorado sarà più facile trovarla, e dopo quasi un mese siamo diventate super paranoiche sulle porzioni e sulla divisione precisa del cibo, ieri a pranzo abbiamo contato i tortelli, ma onestamente con tutta la fatica e il grado di adattamento che questo viaggio richiede direi che è il minimo che possa succedere.

L’acqua qui è quasi sempre orrenda, quella che scende dal rubinetto sa sempre di cloro, così come ovviamente la tap water che ti servono gratuitamente al ristorante, così siamo costrette ad assaggiare tutte le birre artigianali locali che comunque, a detta dei milioni di articoli apparsi negli ultimi due anni, fa benissimo dopo lo sport perché reintegra i sali e fa bene allo spirito, specie dopo aver bevuto tutto il giorno dalle nostre borracce acqua calda al cloro.

La nutella ci ha letteralmente salvate in mille situazioni; una botta di olio di palma, grassi saturi, emulsionanti, che sono una toccasana nei momenti di down calorico, così come i salubrissimi orsetti Haribo, tra parentesi: mi candido ad ambasciatrice mondiale, che nei momenti di depressione pre-salita ci da coraggio. In genere ci appelliamo al dio degli orsetti gommosi perché ci dia la forza, perché ci metta un motore nelle gambe che quasi vadano su da sole. Questo in genere accade alla centocinquantesima salita della giornata.

Un altro dio molto acclamato e venerato è quello del Signor Fisherman, guardando verso il cielo declamiamo la preghiera: Signor Fisherman, tu e i tuoi amici, dal freddo dei mari del nord dove siete nati, soffiate tutti assieme un vento rigenerante che asciughi tutto il sudore e ci rinnovi nell’ardore di tutta la strada che manca. A quel punto ci mettiamo in bocca una pastiglia rigorosamente gusto originale, al limite anice e liquirizia, e riprendiamo a pedalare.

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CATCH & EXTERMINATE

CATCH & EXTERMINATE

L’uomo si alza di scatto per zittire il cane che si è affacciato abbaiando dal finestrino del pickup, spaventando una signora. È gentile, si scusa, cerca di chiudere il finestrino in modo che il cane, uno di quattro cani chiusi nel retro del veicolo, non possa più sporgersi e spaventare nessuno. Torna al tavolo, riprende a parlare con la moglie e le due figlie, sembrano commentare l’accaduto. Alla cintura ha una pistola infilata in una fondina di pelle, sul fianco come un cowboy, una fondina aperta non chiusa con un bottone tipo i nostri poliziotti, né, che ne so, nascosta discretamente sotto una giacca. La pistola sembra una semiautomatica, piccola ma pronta per l’uso.

Nei bagni del ristorante un poster incorniciato spiega in dieci punti perché le pistole sono meglio delle donne.

È la seconda volta che vediamo una pistola, la prima era alla cintura di un ragazzo che stava andando a pescare, a cui abbiamo chiesto un informazione. Due pistole in 20 giorni potrebbero sembrare poche in questa parte d’America che ha fortemente voluto Trump, ma siamo comunque impressionate.

A Eureka, cittadina di frontiera, pochi chilometri dopo il border con il Canada, avevamo cominciato a farci un’idea sull’argomento, nel supermercato di fianco al distributore di benzina, dove avevamo trovato una parete intera di riviste solo di armi: Gun Primer, Personal Defence, Gun Collector, Handgunner, Combat, Ballistic. Nella parete a lato riviste di armi, di nuovo, ma questa volta per cacciare e riviste di caccia più generiche con in copertina uomini alla Marlboro country, anche loro sono rimasti incastrati in quel l’immaginario lì, in cui ti spiegano come uccidere un alce, come scuoiarlo e quali sono le tecniche migliori di tassidermia. E poi riviste, un numero inimmaginabile, di Catch & Release, perché i cervi, le alci, le volpi, gli esseri umani di vario genere li puoi ammazzare in tranquillità ma i pesci, poveri pesci, li peschi ma poi dolcemente li rilasci…

A Polaris, in un ranch sperduto nella steppa del Montana, veniamo ospitate da Sam, pescatore incallito di Catch & Release e cacciatore fiero. Il salone enorme del suo ranch è letteralmente riempito di teste di animali, trofei di caccia che, si appresta a sottolineare subito Sam, ha ucciso tutti lui. Tutti. Annuiamo spaesate, fingendo ammirazione, ma intimorite dall’incombere di decine e decine di teste con corna enormi. La sera ci sediamo nel salone, sul divano, a bere una tisana prima di andare a dormire sotto gli occhi vitrei di questi maestosi cervidi.

Da quando siamo partite gli incontri più emozionanti sono stati quelli con gli animali, vivi intendo. Gli scoiattoli ci hanno attraversato la strada a centinaia, tanto che a un certo punto sarebbe servito un contascoiattoli, e così i cani delle praterie in Wyoming, scoiattoli più cicciottelli che scavano nel terreno centinaia di buchi in cui si tuffano per sfuggire alle nostre bici. Cerbiatti, due che si sono bloccati davanti a noi; noi che ci siamo fermati davanti a loro, immobili loro, immobili noi a studiarci e poi all’improvviso sono rimbalzati via come avessero delle molle sotto gli zoccoli. Un alce che all’inizio avevo scambiato per un cavallo, un cervo, un piccolo di grizzly. Spesso li avvistiamo ai lati di strade trafficate con macchine che sfrecciano ignare di tanta grazia e bellezza. Noi con le nostre bici ci sentiamo parte del loro mondo, animali che arrancano silenziosi, che si muovono con molta meno grazia e leggiadria ma rispettosi e più silenziosi e meno puzzolenti, se si sorvola sul sudore, dei pickup e delle jeep. 

I cani sono una presenza costante; tutti hanno almeno un cane, spesso dietro i pickup che sfrecciano a tutta velocità ci sono due o tre cani ben piantati sulle zampe per stare in equilibrio in curva, con tutto il pelo che svolazza, pronti a saltar giù appena il veicolo si ferma. Nei supermercati, per strada o nei campeggi spesso ci fermiamo ad accarezzarli, sono teneri, hanno occhi umani di chi è abituato ad adattarsi a tutto ma sembrano poco avvezzi alle smancerie e per questo non ti si staccano più.

Ma gli incontri più frequenti in assoluto sono quelli col mondo animale degli insetti, molto meno emozionante ma sicuramente più intenso: sfuggire all’incontro con libellule, mosche, moscerini, ma sopratutto zanzare e tafani, è praticamente impossibile. Abbiamo tutte decine di morsi che ogni giorno si sommano a quelli dei giorni precedenti. Mordono attraverso la maglia, attraverso i pantaloncini da ciclista, ho una chiappa con 15 punture, attraverso i guanti. Appena ci fermiamo il sudore le attira e passiamo il tempo a provare a bere o a mangiare le mandorle e le noci, che sono le nostre alleate caloriche preferite nelle pausi brevi, e a darci manate urlando maledizioni irripetibili. Peraltro le zanzare, che in Italia provocano un quasi innocuo gonfiore che sparisce in pochi giorni, qui creano bubboni pustolenti che prudono per settimane.

Cercasi editore per rivista dal titolo Catch & Exterminate che racconti tutti i possibili modi per catturare e sterminare gli insetti che si nutrono di sangue umano, che metta assieme una task force di giornalisti del settore che elabori nuovi sistemi definitivi per cancellarli dalla faccia della terra, anche col rischio di modificare l’ecosistema. Sono sicura che saremmo tutti più sereni, meno irritabili, faremmo lunghe passeggiate all’aria aperta al crepuscolo e dimenticheremmo il cinturone con la pistola sul comodino.

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PERCHÉ ANDARE SU MARTE QUANDO ESISTE IL MONTANA?

PERCHÉ ANDARE SU MARTE QUANDO ESISTE IL MONTANA?

Credo che Dante abbia dimenticato di scrivere il girone infernale dove tutti devono stare nei sacchi a pelo mummia.

Sono passati venti giorni dalla nostra partenza e ancora non mi rassegno, si sì lo so che è fatto per mantenere il calore a temperature molto rigide, che è l’ideale per il nostro viaggio, ma mi sento prigioniera. Come una farfalla che gli va stretto il bozzolo, come un neonato che non respira nella sua fasciatura, come una mummia, appunto, precocemente destinata a un’immobilità eterna; con una voglia di muovere le gambe, allargarmi, un impulso irresistibile di mettermi a quattro di bastoni che ovviamente nel mio letto di casa non mi prenderebbe mai. 

E tutto quello spazio angusto, sacco a pelo mummia, tenda microscopica che bisogna girarsi sincronizzandosi per non scontrarsi, ma che così pesa poco e possiamo portarla in bici, fa a pugni con la sensazione che lo sguardo incontra appena cominciamo a pedalare. 

Spazi enormi come non ne ho mai visti prima, in cui l’occhio incredulo si perde, in cui sembra si possa respirare più profondo, spazi sconfinati verrebbe da dire, se non fosse che è tutto uno steccato, filo spinato, griglie metalliche a terra per dividere i pascoli e non far passare le mucche. Spazi sconfinati pieni di confini. 

Ma mi sembra di capire perché questo spazio possa ispirare tanti sogni e forse anche tanta paura. Per un attimo, dopo avere percorso centinaia di chilometri e aver trovato solo cespugli, mucche, e vuoto e ancora vuoto in cui perdersi mi chiedo perché dovremmo cercare spazio su Marte quando il Montana potrebbe risolvere i problemi di sovrappopolazione di tante parti del nostro pianeta.

Le nostre tende poi sono davvero ridicole appena cominciamo a montarle nei campeggi e ci guardiamo in giro. Se ci eravamo stupite dei bellissimi campeggi canadesi, e di quelli del nord del Montana, se ci era sembrato tutto sovradimensionato, dall’ascia agli enormi camper, appena approdiamo nel Wyoming quegli altri diventano dei dilettanti. Qui i camper sono dei pullman, quelli con cui da noi vai a fare le gite in sessanta. Loro ci dormono in quattro e per non stare stretti attaccano dietro il carrello per portarsi le bici, mica che siano d’intralcio nel salone del ballo delle debuttanti. 

Camminiamo verso i bagni sempre più sconvolte dalla follia di questi americani che si portano dietro la casa; chi dietro il pullman ha attaccato la macchina, chi si è portato nel carrello l’Harley Davidson, chi ricostruisce recinti anche qui per farci scorrazzare i cani che nel campeggio devono stare al guinzaglio. Bambini che girano con mini moto, adolescenti che guardano un film di John Wayne seduti davanti allo schermo tv che si apre sul fianco del pullman, donne in bagno che si piastrano i capelli o con la testa piena di bigodini si truccano che io manco per il mio matrimonio.

Dopo giorni di secco, praterie, pranzi disperati sedute per terra sotto il sole, bagnandoci la testa con l’acqua delle borracce perché non c’è nemmeno un albero nel raggio di centinaia di chilometri, questo improvviso ritorno alla civiltà ci dà alla testa. Giriamo per il negozietto del campeggio comprando ridicoli souvenir, la nutella, l’olio. Laviamo tutto quello che abbiamo, i guanti da bici, dio mio, i guanti, nella enorme lavanderia a gettoni. Mangiamo la pasta e non la troviamo nemmeno male, a parte che la carbonara ha dentro i piselli, i peperoni, i pomodorini e qualsiasi cosa a caso basta che non sia prevista nella ricetta originale. Al cameriere diciamo solo: siamo italiane, sa la pasta, se si potesse avere non over cooked…

Stasera ultima notte nel campeggio civile poi si torna ai nostri campeggi wild con la legna da raccogliere, la sveglia l’alba e le cassette di metallo anti orsi.

Ora scusate ma vado a stirare il vestito elegante, ho un invito per una serata di gala nel pullman della piazzola 131.

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DIARIO DI BORDO

DIARIO DI BORDO

Solanum baretiae. Il solanum baretiae è una specie sorprendente con corolle pentagonali relativamente grandi nei toni del viola, del giallo o del bianco. La specie è simile al Solanum chimborazense, ma differisce per avere fiori più grandi, più fiori per infiorescenza, e diversi tipi di pubescenza sui filamenti.

Diario di bordo. Nave Étoile, Rio de Janeiro, 26 luglio 1768

Da qualche giorno il comandante Bougainville mi rivolge domande insistenti, i membri dell’equipaggio sono passati da sguardi sospettosi a battute pronunciate a mezza voce e strizzatine d’occhi tra di loro mentre passo sul ponte. Ho sempre più timore di venire scoperta ma dobbiamo tenere i nervi saldi, le conseguenze potrebbero essere gravissime, sopratutto per Philibert.

L’arrivo a Rio de Janeiro non è stato facile, allo sbarco alcuni marinai sono stati assassinati in una rissa, ma dopo qualche giorno ci hanno assicurato che non eravamo più in pericolo e siamo riusciti a scendere. In realtà sono scesa solo io, con alcuni uomini, perché Philibert è confinato sulla nave da settimane, sta male, soffre il mare e ha un serio problema alla gamba, un’ulcera che non guarisce.

Ad ogni modo sono riuscita a perlustrare la zona molto dettagliatamente e a raccogliere numerosi campioni.

In particolare molti esemplari della fioritura di una pianta che ha esaltato Philibert, non avevamo mai visto nulla di simile, abbiamo deciso di chiamarla bougainvillea in onore del nostro comandante.

Philibert ogni giorno ha parole di grande affetto per me, è fiero della mia resistenza e del mio coraggio. La sera ci mettiamo a catalogare e classificare tutti i ritrovamenti ed è il momento più bello, quello che mi ripaga di tutta la fatica. Tutti dormono, la nave è attraccata e si muove dolcemente, le nostre teste si sfiorano chine sul grande libro, sento il suo respiro mentre intinge il pennino e per qualche secondo rimane incerto, poi verga sulla carta ruvida il nome che ha scelto.

Da bambina andavo con mio padre alla ricerca di erbe officinali, lui aveva ereditato da suo padre la capacità di riconoscerle e la sapienza nel miscelarle e dosarle come medicine. Tante persone venivano da noi quando i loro figli avevano una brutta tosse, mal di stomaco, mal di testa. E lui aveva sempre una pozione, un piccolo cartoccio che consegnava nelle mani del genitore preoccupato. Ogni mattina quello era il nostro momento, ci infilano degli stivali e andavamo alla ricerca, camminando in silenzio e appoggiando le erbe delicatamente in un cestino, quando ero incerta sul ritrovamento gli porgevo la pianta, lui la esaminava e poi a volte annuiva, a volte dissentiva e la buttava a terra. Quando aveva cominciato a stare male andavo io, ormai esperta da sola, a raccogliere le erbe. Poi all’improvviso era morto, le sue pozioni non aveva funzionato con lui, e io avevo continuato ad andare per prati la mattina presto perché era un modo per sentire meno il dolore e ritrovarlo nel silenzio dei mie passi.

Ieri Philibert ha vergato il mio nome sotto un fiore molto bello che ho trovato qualche giorno fa. L’ha chiamato Solanum baretiae, in mio onore. Io ho ringraziato ed ero onorata, ma in cuor mio l’ho dedicato a mio padre quel bellissimo fiore che a volte è viola, altre volte giallo. A tutte le mattine che abbiamo camminato insieme, nel freddo dell’inverno, nei primi tepori dell’estate.*

Diario di bordo della bicicletta di Linda, 26 luglio 2018

Silvia in questo viaggio si ferma spesso a fotografare i fiori, non l’ha mai fatto nei viaggi precedenti e questo mi incuriosisce. È faticoso fermarsi, spesso su una salita o mentre si è lanciati su un rettilineo; appoggiare la bici, tirare fuori la macchina, appostarsi. Rallentare, respirare, prendere tempo. Dopo qualche giorno ho cominciato a farmi un film, mi sono immaginata che tutta quella determinazione nel volersi fermare, unita alla delicatezza con cui coglieva i fiori senza strapparli, fosse una dedica, una dedica silenziosa alla sua mamma che ricordo faceva mazzolini bellissimi quando andava a passeggiare. Una volta mi ha mandato un sms per il mio compleanno con una foto di un mazzetto di coloratissimi fiori di campo, in un barattolo, appoggiato sul tavolo della sua cucina. E mi sono tenuta questo film, di una donna che silenziosamente dedica le sue foto di fiori a un’altra donna che amava raccoglie piccoli fiori di campagna.

*Jeanne Baret è stata la prima donna della storia e circumnavigare la Terra. Assistente del botanico Philibert Commerson, Jeanne riuscì ad imbarcarsi per una spedizione in nave nel 1766 – in un’epoca in cui ciò era vietato alle donne – sotto il falso nome di Jean Baret, grazie a un travestimento da uomo. Smascherata due anni dopo a Tahiti dal comandante della nave, le fu concesso di proseguire la spedizione fino alle isole Mauritius, dove poco dopo Philibert Commerson morì e dove Jeanne aprì un cabaret. Lo stesso re Luigi XVI riconobbe il suo prezioso lavoro di botanica e le concesse una pensione annuale.

 

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