LA NOSTRA BICI: SPECIALIZED SEQUOIA

Ci chiedete sempre tutti che bicicletta stiamo usando: “E’ una gravel? Una MTB? Una bici da corsa?”

No, la nostra Specialized “Sequoia” è una bici progettata apposta per l’avventura, che unisce il meglio dei mondi road e off road… Perfetta quindi per la nostra grande avventura lungo la GDMBR!

Ha geometria Adventure (cioè a metà fra una bici da corsa e una bici da cicloturismo), telaio in acciaio inossidabile, freni a disco, pneumatici Sawtooth 700×42 e presenta numerosi montaggi per portapacchi, parafanghi e portaborracce. Trasmissione 2×9 con cambio anteriore Shimano Sora, deragliatore posteriore Alvio, corone FSA 48/32T con cassetta pignoni 12-36t. Peso circa 13kg.

Dopo circa due mesi di utilizzo, possiamo dire che ci troviamo davvero benissimo: è efficiente e veloce anche se carica di borse, super sia su strada che sui sentieri dissestati!

Trovate maggiori informazioni sul sito Specialized.

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PINKPOWER2018 CON AIR CANADA

Quest’estate, per affrontare l’avventura lungo la GDMBR, noi voleremo con Air Canada.

Se anche voi state pianificando le vostre vacanze e le vostre avventure, non perdetevi l’incredibile offerta che Air Canada Italia ha preparato per tutti i nostri amici!

Per avere uno sconto dedicato scrivete a infoitaly@aircanada.ca  e indicate il codice PinkPower18. Vi aspettano tanti voli per il Canada, gli Usa e verso molte altre destinazioni. Cosa aspettate?

Per visitare la pagina dedicata cliccate qui: PinkPower18

 

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APRICA CONQUISTATA

Ecco un altro bel giro che abbiamo provato durante il ponte pel primo maggio. Da Milano con il treno ad Iseo e poi attraverso il passo dell’Aprica e la Valtellina fino al Lago di Como, Bellagio, Lecco e pedalando siamo tornate a Milano. Un percorso vario e divertente. Buona lettura e buona pedalata!

 

GIORNO 1

Iseo-Edolo

79km – 912m dislivello positivo – 2.132 calorie consumate

Da Milano Lambrate siamo saltate su un regionale che, con cambio a Brescia, in 2 ore circa ci ha portate a Iseo, dove abbiamo cominciato a pedalare.

Il primo tratto lungo il Lago d’Iseo purtroppo è su una Provinciale, ma ne vale ugualmente la pena perché si gode della bella vista sul Monte Isola. Poi, una volta a Vello, comincia la panoramicissima pista ciclo-pedonale Vello-Toline: 5 km caratterizzati dal lago da una parte e dalle pareti rocciose dall’altra. Si prosegue fino a Pisogne sempre su pista ciclabile.

Da Pisogne si imbocca la Ciclovia del Fiume Oglio, facile e ben segnalata, che piano piano comincia a salire. Da segnalare, poco dopo Darfo-Boario Terme una vecchia galleria molto pittoresca. Arrivare a Edolo, però, richiede un bello sforzo poiché, mentre la Statale sale in maniera graduale, la Ciclovia si inerpica sulle montagne. Si attraversano vigneti e boschi, a tratti il percorso è sterrato, alcune volte diventa addirittura un single trak, il paesaggio è molto bello… Ma la pedalata non è sicuramente per tutti con strappi anche del 14%. Noi siamo arrivate a Edolo (720m slm) stanche morte sotto la pioggia.

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GIORNO 2

Edolo-Colico

94.5km – 701m dislivello positivo – 1.141m discesa – 2.454 calorie consumate

Un solo pensiero: Passo dell’Aprica (1.200m slm).

Probabilmente per i ciclisti più esperti è un passo abbastanza facile, se paragonato ad esempio al Tonale, ma soprattutto i primi chilometri dopo Edolo, passando da Santicolo per evitare la Statale, sono davvero impegnativi, con muri fino al 17%. Una volta arrivati a Pisogneto ci si ricongiunge alla Statale, le pendenze diventano più accessibili e i 15 km da Edolo all’Aprica vanno via veloci.

Superato il paese ci aspetta una lunga e ripida discesa fino a fondo valle, dove scorre l’Adda. Da lì in poi è tutta pianura (o leggera discesa), si segue il corso del fiume lungo la bella ciclabile Sentiero Valtellina per una sessantina di chilometri, fino ad arrivare al Lago di Como. Attenzione: nei pressi di Morbegno la ciclabile non è completata e bisogna percorrere 2 km sulla trafficatissima statale.

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GIORNO 3

Colico-Milano (con battello Varenna/Bellagio)

114 Km – 350m dislivello positivo – 2.403 calorie consumate

Da Colico a Varenna, dove partono i traghetti per Bellagio, sono 18 km piacevoli con leggeri saliscendi costeggiando il lago. Peccato non ci sia una pista ciclabile, ma partendo presto alla mattina si riesce ad evitare il traffico. Il traghetto impiega circa 15 minuti ad attraversare il lago, orari e prezzi qui.

Bellagio è il paradiso dei ciclisti, ne abbiamo incontrati tantissimi, molti anche stranieri. Da qui ci sono molte possibilità: si può pedalare verso Como o salire al Ghisallo o, come abbiamo fatto noi, puntare verso Lecco. Il percorso è stupendo e offre viste mozzafiato sul lago. Essendo su strada normale, però, bisogna fare molta attenzione alle macchine, soprattutto nelle due lunghe gallerie poco prima di Lecco. Il tratto da Lecco a Milano, invece, è uno splendido percorso ciclopedonale di circa 70km che permette di pedalare in tutta tranquillità. Nella prima parte, quasi interamente sterrata, si costeggia l’Adda e si incontrano alcune centrali idroelettriche. Da Cassano d’Adda, poi, si segue il naviglio della Martesana sulla ciclabile asfaltata fino al centro di Milano.

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MILANO-MONEGLIA

Durante il break di Pasqua abbiamo fatto la nostra prima di uscita di più giorni in bikepacking, per provare le nuove bici Specialized! Abbiamo pedalato da Milano a Moneglia, per poi concederci un pomeriggio di relax in spiaggia. Un percorso davvero bello e vario, che vi consigliamo. Qui sotto i dettagli, nel caso aveste voglia di provarlo anche voi. Buona pedalata!

GIORNO 1

Milano- Località Caratta Maruffi (PC)

97, 2 km – 240m dislivello positivo – 2.293 calaorie consumate.

Abbiamo lasciato Milano pedalando lungo il naviglio Pavese. La ciclabile è facile e ben segnalata, a tratti noiosa, ma si può fare una pausa per visitare la bellissima Certosa di Pavia (apertura mattutina 9:00 / 11:30). La ciclabile poi porta fino in centro a Pavia, dove è d’obbligo una sosta al Ponte Coperto per una foto. Si prosegue seguendo le indicazioni di una ciclopista e della Via Francigena, ma non si può evitare un brutto tratto lungo la statale. Superato il Ponte della Becca però si imbocca subito la Ciclovia del Po, che corre lungo l’argine sterrato del fiume. Pedalando lungo alcune poco trafficate stradine di campagna abbiamo poi raggiunto Castel San Giovanni e Borgo Val Tidone con la sua bella rocca. Nella campagna piacentina abbiamo scoperto il curioso Museo della Merda a Castelbosco, poco prima di arrivare al Trebbia. Per arrivare a Caratta, dove abbiamo pernottato presso l’Agriturismo Locanda dei Melograni, si attraversa il fiume sul ponte di Canneto Sotto, che consente una bellissima vista sul Castello di Rivalta. la Locanda è stata una piacevolissima scoperta, ci torneremo anche senza bici!

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GIORNO 2

Caratta Maruffi – Borzonasca (GE)

94 km -1.109m dislivello positivo – 2.591 calorie consumate.

Abbiamo subito riattraversato il ponte per portarci sul lato destro del Trebbia (alla fine del ponte c’è una curiosa statua dedicata a Scipione e alla guerra punica)! Fino a Travo la strada è molto bella, un saliscendi panoramico ed allenante. Poi bisogna attraversare di nuovo il fiume e proseguire lungo la trafficata SS45 sul lato sinistro del Trebbia, che ha però il vantaggio di essere molto larga e tendenzialmente piana fino a Bobbio (occhio, ci sono alcune gallerie). Bobbio è il posto adatto per un break e una passeggiata nel bel centro medioevale. Si prosegue poi ancora una decida di Km sulla SS45, che diventa però più piacevole e meno trafficata, fino a Marsaglia, dove si comincia a salire verso Rezzoaglio. La Val d’Aveto ci ha stupito per la sua bellezza e per il poco traffico, il paradiso dei ciclisti! Fino al passo Forcella sono 42 km di saliscendi (tendenzialmente più sali che scendi) anche belli tosti a tratti, ma che vanno via abbastanza veloci perché il paesaggio è davvero bello e la strada varia. Una volta conquistata la cima, poi, è quasi tutta discesa fino a Chiavari. Noi abbiamo deciso di fermarci a dormire nella curiosa Casa Balsamo a Borzonasca, e lasciare un po’ di strada per il giorno dopo, ma volendo si arriva comodamente al mare in giornata.

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GIORNO 3

Borzonasca – Moneglia

46 km – 403 m dislivello positivo – 1.233 calorie consumate.

La partenza è tutta in discesa fino a Chiavari, dove è d’obbligo una tappa focaccia e una passeggiata nel bel centro. Da lì si costeggia il mare fino a Sestri Levante, per cominciare la salita panoramica sul Bracco (seguire le indicazioni per Trigoso). Volendo si arriva a Moneglia anche attraverso la più veloce e piana galleria… Ma vi perdereste uno dei momenti più belli del viaggio. Sono 7 km di salita costante per arrivare in cima, ma poi si viene ricompensati con una discesa incredibile tutta vista mare verso Moneglia. Ne vale davvero la pena! A questo punto si può decidere se tornare subito con il treno (l’opzione migliore è prendere il regionale delle 12.06, cambio a Sestri e a Genova, arrivo a Milano 15.35) oppure concedersi un pomeriggio al mare. Noi abbiamo optato per la seconda soluzione e siamo tornate il giorno dopo ;).

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Trovate maggiori info in merito al percorso (mappa e altimetria) qui. Con un pò più di allenamento è un giro che si può fare in 2 giorni, o per i più fanatici anche in uno solo… Ma questa non è la nostra filosofia di viaggio. A noi piace pedalare, ma anche fermarci per godere della bellezza che ci circonda!

GDMBR COMING SOON

Abbiamo deciso quale sarà il nostro prossimo viaggio: affronteremo l’incredibile Great Divide Mountain Bike Route che attraversa gli Stati Uniti dal Canada al confine del Messico.

Partenza prevista l’11 luglio 2018: 4.500 km da pedalare con 60.000 metri di dislivello, pernottamenti quasi esclusivamente in tenda nella natura selvaggia. Circa 48 giorni in sella. Verranno con noi due care amiche per aiutarci a documentare quest’incredibile avventura con foto e video, e naturalmente pedaleranno anche loro: Ramona e La Pez!

Un ringraziamento speciale ad Adventure Cycling Association che ci ha fornito le mappe della GDMBR e il prezioso libro Cycling the Great Divide di Micheal McCoy, con il quale stiamo costruiendo il nostro itinerario.

Maggiori dettagli sulla pagina dedicata GDMBR! Intanto noi abbiamo cominciato ad allenarci…

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GIGABIKER

GIGABIKER

Ok che 15km sono pochini, ma sono stati uno spasso!

La nostra prima #vodafonemilanoride è stata davvero bella, pedalare per le strade di Milano chiuse al traffico è sempre uno spettacolo, se poi ci metti che è stata una bellissima giornata di sole, che non essendoci competizione ti puoi godere davvero la pedalata e che tra i ciclisti si crea subito quel feeling, quell’empatia contagiosa… Beh, è stata una domenica divertente!

E poi c’era il Deejay Village al Vigorelli. Non so se ci siete mai stati, ma il Vigorelli è davvero un posto speciale, ti sembra di essere dentro alla storia del ciclismo, con quel legno un po’ rovinato, le strisce colorate, le curve che si inclinano prepotenti: viene subito voglia di salire in sella e correre forte. La cosa più hardcore fatta nel week-end? Un tratto della salita alla Cima Grappa, sui rulli del Vodafone Bike Hub ovviamente ;)! #Gigabiker

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DAL 22 AL 24 SETTEMBRE “VODAFONE MILANO RIDE”, NOI CI SAREMO!

DAL 22 AL 24 SETTEMBRE “VODAFONE MILANO RIDE”, NOI CI SAREMO!

Siamo tornate a Milano da poco più di due settimane e la prima cosa è stata tornare in sella.

Pedalare in giro per la nostra città è sempre bellissimo, ma non sempre facile o senza rischi… Ci sembra però che qualcosa si stia muovendo, che la bicicletta stia sempre più conquistando il cuore delle persone e che anche la nostra Milano stia riscoprendone la bellezza, stanno infatti nascendo sempre più eventi dedicati agli amanti delle due ruote, e questo non può che renderci felici.

Manca ormai pochissimo alla Vodafone Milano Ride, che trasformerà nel prossimo week-end Milano nella capitale del ciclismo per tutti. Dal 22 al 24 settembre tanti appuntamenti, tanto spettacolo e tanto da pedalare: dalla DEEJAY 100, una gara di 100km, alla Fixed, e poi MTb e la MILANO LIGHT, una pedalata di 15km per tutti… Noi ovviamente ci saremo!

Sarà inoltre un modo per scoprire una zona di Milano nuova che conosciamo pochissimo, City Life, e riscoprire un luogo storico del ciclismo meneghino, il mitico velodromo Vigorelli. Non dimenticate inoltre di visitare il Vodafone Bike Hub, ci saranno sorprese epr grandi e piccini.

Buona #vodafonemilanoride a tutti!

 

VENERDÌ 22 SETTEMBRE

14.00-19.00: apertura Deejay Village Velodromo Vigorelli, iscrizione eventi e attività

18.30: presenzazione ufficiale Vodafone Milano Ride

 

SABATO 23 SETTEMBRE

9.00-18.30: apertura Deejay Village Velodromo Vigorelli, iscrizione eventi e attività

14.30: CITYLIFE URBAN CRONO KIDS MTB, attività giovanissimi con la FCI Lombardia

16.00-18.00: CITYLIFE URBAN CRONO MTB

18.00: premiazioni CITYLIFE URBAN CRONO MTB

19.00-21.00: MILANO FIXED

21.30: premiazioni FIXED

 

DOMENICA 24 SETTTEMBRE

6.30-15.00: apertura Deejay Village Velodromo Vigorelli, iscrizione eventi e attività

7.20: apertura griglie DEEJAY 100

8.00: partenza DEEJAY 100

9.30: partenza MILANO LIGHT

12.00: premiazioni DEEJAY 100

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IMBARCO IN NORMANDIA

IMBARCO IN NORMANDIA

Plumbeo.
Cirri, nembi, cumuli, strati, si sommano e sottraggono in un cielo che raramente lascia spazio a qualche raggio di sole. Pedaliamo come rabdomanti all’incontrario, sperando di non trovare l’acqua, inseguendo le tracce nel cielo di un possibile sereno.
Plumbeo, è l’aggettivo che accompagna la nostra osservazione del cielo la mattina prima della partenza, da almeno una settimana, ma oggi, grazie alle nostre giacche nuove per la pioggia, plumbeo suona un po’ meno sinistro.
Lasciamo Parigi all’inseguimento della famosa Avenue Verte, la ciclabile che dovrebbe condurci a Londra, partiamo di buona lena ma dopo una ventina di chilometri di periferia degradata, murales colorati e uomini che fanno jogging lungo il canale, siamo costrette a fermarci. Una chiamata dall’albergo di Parigi ci avvisa che abbiamo dimenticato il passaporto in reception. Silvia prende un treno e io rimango a Saint Denis con le bici, sembra la soluzione più veloce e logica per non perdere l’intera giornata. Il piazzale della stazione, che dopo un breve giro pare essere il posto più sicuro, sembra un mercato negli slum di Nairobi, lo slargo è affollato di piccoli capannelli di uomini di colore; chi spaccia, chi chiacchiera aspettando qualcuno o qualcosa, chi si ingegna cuocendo mini spiedini su griglie improvvisate appoggiate a carrelli del supermercato.
Sono l’unica caucasica in tutto Saint Denis, siedo in disparte in un bar cercando di sparire col mio pallore dentro alla mia sedia e fingendo di scrivere su un quaderno. Lo squallore delle due ore nella piazza comincia a entrarmi sotto pelle e il cielo minaccia pioggia, di nuovo, come se non bastasse. Arriva Silvia e ripartiamo ma la ‘giornata degrado’ non è finita e si conclude col pernottamento nel più squallido albergo del mondo, in una cittadina di cui scordo subito il nome, in cui c’è la più grande concentrazione di cinesi di tutta la Francia.
Ripartiamo la mattina cercando lungo la ciclabile che si snoda sulla Senna gli indimenticabili scorci che hanno ispirato gli impressionisti. Mi immagino Monet con il suo cavalletto e i colori alla ricerca del punto giusto sulla riva, tra il verde incontaminato, il punto giusto per farsi investire dalla bellezza del colore puro, dalla luce, della mutevolezza del paesaggio.
Ma oggi, dietro le fronde, mentre pedaliamo, sbucano solo cementifici e poli industriali con le ciminiere fumanti e l’unica cosa realmente impressionante è un rumore metallico, fortissimo, che ci accompagna per qualche chilometro.

Sorprese.
Le sorprese in Normandia sono molte, a cominciare dalle strade che ci aspettavamo tutte piatte (del resto la Normandia non dovrebbe essere un posto comodo per farci uno sbarco?) e che invece si rivelano dei continui saliscendi, alcuni piuttosto impegnativi. E poi le case dove capitiamo a dormire, due bed & breakfast bellissimi, uno pieno di quadri, l’altro di gatti. La prima casa è una villa di campagna piena di quadri e sculture di un pittore ottantaquattrenne. La moglie ha deciso di aprirla per ospitare viaggiatori da tutto il mondo, il marito è malato di parkinson e lei pensa che sia una bella idea essere circondati da stimoli nuovi ogni giorno.
Ceniamo con altri due ospiti su una tavola curata in ogni dettaglio, circondati da bellezza, arte, attenzioni speciali, cibo buonissimo.
L’anziano pittore si aggira a passetti per casa trascinando delle vecchie ciabatte finché decide di sedersi a capotavola e trasforma la cena in una serata surreale, fatta di silenzi e lunghi sguardi, di assenza e presenza. La moglie dice che lui non parla ma capisce tutto. Dopo cena ci porta a vedere lo studio dell’artista, riempito di opere fino al soffitto, riempito di donne viene da dire, perché il soggetto unico in mille varianti sono i corpi di donne nude disegnati, dipinti, il più delle volte fermati con un segno di matita fluido e ripetuto che cerca la forma; in mezzo alla stanza una poltrona: “sta seduto qui ore a guardare i suoi lavori, chissà cosa pensa…” dice la moglie mentre sta per uscire. Io sono attratta da un’opera in particolare e glielo dico nel mio francese stentato, lui si avvicina a passetti, mi fa un piccolo inchino, mi prende la mano e me la bacia. Non parla ma capisce tutto.

Lento.
Quando rientreremo a casa cercherò tra i miei libri La lentezza di Kundera. Mi è proprio venuta voglia di rileggerlo.
Dopo due settimane di esercizio quotidiano, sei, sette ore ogni giorno, la velocità del nostro mezzo è diventata la nostra velocità interna, una sorta di abito mentale, un’abitudine, una consuetudine che si è sedimentata via via. Così ora pare che anche i nostri pensieri si siano modellati sulla velocità delle nostre gambe, sul ciclico battere del nostro cuore, che pompa sangue ai muscoli.
Adesso, dopo due settimane, le macchine che ci sfrecciano a fianco pare che vadano a una velocità assurda, che prima non avevamo notato, fuori da ogni logica, dei pachidermi di migliaia di chili ci sfiorano lanciati follemente verso destinazioni troppo lontane per noi, destinati a sparire in un attimo dalla nostra vista di lumache. Ritrovarsi a Londra, in una grande città caotica, toglie il fiato, le macchine e le moto se non riescono a superarci subito ruggiscono dietro di noi impazienti, le biciclette scampanellano isteriche, perché anche le bici in città sono stressate. L’attraversamento si rivela faticoso ma la meta è vicina.
Nessuno sa dirci dove si trovi la statua di Emmeline Pankhurst e quindi vaghiamo nei pressi dei giardini di Westminster per un po’…
Quando finalmente la avvistiamo siamo emozionate e stanche, stanche e emozionate, i sentimenti si alternano e si confondono. Facciamo un po’ di foto e poi non ce lo diciamo ma il nostro viaggio è davvero finito. Risaliamo sulle biciclette che ora paiono leggere e con un po di malinconia percorriamo gli ultimi chilometri. Delle amiche ci aspettano per ospitarci per quest’ultimo giorno, domani laveremo le nostre eroiche compagne di viaggio e le manderemo a casa a riposare per un po’, chiuse in cantina, in penombra, a meditare sulle prossime avventure.

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SONO UNA DONNA, NON SONO UNA SANTA

SONO UNA DONNA, NON SONO UNA SANTA

Certo la posa potrebbe sembrare quella di una santa misericordiosa, con il braccio destro allargato, la mano aperta, lo sguardo placido e lontano; evidentemente è così che ci vedono gli uomini, nonostante tutto. Nonostante i vetri rotti, le case incendiate, lo sciopero della fame.
Certo la mia postura è statica, il sorriso lieve, perché è così che ci vedono gli uomini. Nonostante tutti i miei viaggi in giro per il mondo, le fughe, la prigione, le marce, le manifestazioni, nonostante le urla inneggianti alla rivolta, le parole infuocate che hanno acceso gli animi di tutte quelle donne sottomesse.
Certo sembra che il mio sia uno sguardo delicato e lieve, come si addice a una donna, come dicevo gli uomini ci vedono così, nonostante il mio piglio per tutta la vita sia stato duro, fermo e irremovibile.

Mio padre da piccola, quando veniva a rimboccarmi le coperte, mi guardava, col mio libro enorme, l’Odissea o la storia a volumi della Rivoluzione francese, che era il mio preferito, si fermava un attimo con un disappunto, un dispiacere negli occhi e un rammarico nella piega della bocca. Sei una bambina eccezionale, peccato che tu non sia nata maschio, diceva. Eppure mio padre era un uomo meraviglioso e mi ha insegnato a lottare per i diritti di tutti, lui che era membro dell’associazione per l’abolizionismo degli Stati Uniti d’America, lui che ci portava alla raccolta fondi per gli schiavi appena liberati. Così come mia madre, che riceveva la rivista delle Suffragette ogni mese e che mi portava con lei alle loro riunioni fin da ragazzina, si preoccupava solo di trovarmi un marito, sapendo che quello era l’unico destino che mi attendeva. Quello di madre e di moglie.
Ma io ero nata il giorno della Presa della Bastiglia e per questo nel sangue ero una rivoluzionaria, prima ancora di essere donna. Il coraggio, la spavalderia, li avevo acquisiti alla nascita.
Sono stata una rivoluzionaria fortunata perché la mia lotta, che è durata tutta una vita e che mi ha portato a rischiare la morte più volte, ha avuto un esito vittorioso. Tante donne prima di me non hanno avuto questa fortuna.
Alla fine della mia vita le donne potevano votare in Gran Bretagna, grazie anche a me.
Ora, da quasi novant’anni, dopo aver tanto combattuto, aver speso ogni mia parola, aver viaggiato in lungo e in largo con guardie del corpo che mi proteggevano, aver fatto figli, aver letteralmente consumato il mio corpo in nome del più alto degli ideali; sono ferma nella mia posa da Santa a osservare il mondo che passa, da questo bellissimo angolo dei giardini dietro a Westminster. Poche persone si fermano, il mio nome dopo quasi cento anni non dice più niente a nessuno, o quasi.

Mi fa sorridere, ma un sorriso leggero come si addice ad una statua di bronzo, che nessuno abbia pensato a una scultrice donna per fare un monumento a una donna come me. Che siano state le mani di uomo a forgiare la mia statuaria memoria.
Se avessi potuto scegliere avrei voluto essere rappresentata come La libertà che guida il popolo, con le vesti stracciate e il seno scoperto. Coi capelli scompigliati e la bandiera in mano che trascina tutti alla rivolta. Ma si sa, noi inglesi siamo puritani e perbene, abbottonati e seri. E quindi vada per la Santa se l’alternativa è l’oblio.
Dal mio piedistallo di Santa indomita vedo passare le stagioni, vedo il tempo che scorre ma con la pazienza di chi non ha più niente da rincorrere affannosamente. Quello che potevo fare l’ho fatto e più di così non avrei potuto. Ora aspetto voi, c’è ancora molto da fare, moltissimo, e ve lo dice una che vede passare le stagioni da novant’anni; sono curiosa di vedere cosa succederà, è uno spettacolo un po’ lento da qui ma se si guardano i dettagli non ci si annoia mai e si impara a essere ottimisti.

Nel 1999 la rivista statunitense TIME proclamò Emmeline Pankhurst come una delle “persone più importanti del XX secolo” affermando che ella “ha modellato un’idea di donna per il nostro tempo, ha scosso la società in un nuovo modello da cui non ci sarebbe stata più possibilità di tornare indietro”.
Emmeline Pankhurst in realtà nacque il 15 luglio 1858 ma nella sua autobiografia e in molti altri libri la data di nascita risulta essere il 14 luglio, giorno della Presa della Bastiglia.

 

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IL NUMERO 5

IL NUMERO 5

Il 5 è sempre stato il mio numero preferito. Passo dopo passo, anno dopo anno, il 5 era sempre lì, fin da piccola ha costellato la mia vita di mille coincidenze.

Abitavamo in Rue Saint Eustache al numero 5 quando ero bambina. Eravamo 5 fratelli. A scuola dalle suore ero la quinta in ordine alfabetico sul registro. Quando ho cominciato a cantare mi esibivo in un locale che si chiamava 55 e li ho conosciuto Etienne e la mia vita è cambiata.
Poi il 5 l’ho perso cominciando a inseguire gli uomini.

Etienne mi ha fatto scoprire la passione per i cavalli e cavalcare mi ha fatto scoprire che volevo essere una donna libera. Ho disegnato pantaloni e vestiti comodi, ho accorciato le gonne e mi sono tagliata i capelli corti, ho cucito dei vestiti per donne che potessero andare a cavallo, in bicicletta; fino a oggi le donne dovevano farsi stringere il corsetto dalla cameriera, farsi infilare le maniche perché da sole non potevano vestirsi. È arrivato il momento perché la nuova donna che sta per arrivare abbia i vestiti che si merita.

Dicono che la mia passione per il bianco e nero sia nata quando ero piccola e l’unico esempio di eleganza che avevo erano le vesti delle suore. Dicono che sono così ossessionata dagli uomini perché mio padre ci ha abbandonate quando eravamo piccole. Dicono che sono irascibile e scontrosa. Dicono che sono una pazza, una mezza pazza, un’eccentrica.
Dicono tante cose ma ci sarebbe solo da tacere e lasciare che le rivoluzioni facciano il loro coso. Sono arrogante e presuntuosa? Dicono anche questo, ma sono passata per così tante disgraziate circostanze che non mi importa di quello che si dice di me. Ho perso mia madre, sono stata in orfanotrofio, ho fatto la fame, ho cantato in un nightclub per sopravvivere; ho imparato a planare con leggerezza ed eleganza sopra a ogni cosa.
Dicono di me che sia fredda e austera. Dicono tante cose, non date retta.

Ma sto divagando, scusate. Tornando al numero 5. Dopo averlo perso per molti anni poi a un certo punto per una strana coincidenza l’ho ritrovato, il mio numero.
Camminavo per Rue Chambon, erano settimane che cercavo un profumo, un profumo che non fosse di rosa, perché una donna dovrebbe sapere di rosa? Ma se non sa di rosa e non sa di mughetto di cosa deve profumare una donna? Una donna dovrebbe sapere di donna! Ecco quello che volevo, mi sono detta. Ho chiamato il mio profumiere e gli ho spiegato cosa avevo in mente. Un profumo mai sentito prima per una donna che non è mai esistita prima. Dopo qualche giorno è arrivato con dei flaconi di prova. Sopra a ogni bottiglia c’era un’etichetta con un semplice numero, solo per distinguere i campioni l’uno dall’altro.
Senza provarli sapevo già quale sarebbe stato il prescelto. Il numero 5 si stagliava nero sul bianco dell’etichetta e prometteva già tutto.
Un mondo nuovo stava per aprirsi e io mi sentivo la sacerdotessa, pronta a battezzare questo nuovo corso.

Dicono che il 5 sia stato da sempre il mio numero preferito. Dicono che da piccola quando ero la quinta nel registro delle suore abbia cercato di scappare di notte da una finestra. Dicono che da quando sono diventata famosa non ho mai più voluto vedere i miei fratelli e le mie sorelle. Dicono che quando aspettavo mio padre che a volte veniva a trovarci la domenica mi mettessi all’angolo della via sperando di vederlo comparire e contassi fino a 5 e poi ancora 5 e poi ancora…
Dicono una sacco di cose quando una donna è libera, ma voi non date retta.

 

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