EAT MORE BEEF

EAT MORE BEEF

Eat more beef dice il cartello appoggiato sul palco, alle spalle del cantante.

Siamo a Ovando (leggi Oveeendo) paesino con otto case e 71 abitanti, secondo Wikipedia, territorio in cui vivevano i Blackfoot, uno dei più famosi gruppi di nativi americani.

È sabato e in Montana tutti fanno festa, scorrono fiumi di birra, si lustrano gli stivali da cowboy e si sfoggiano fantastici cappelli; il gruppo suona pezzi country, si balla. 

Arriviamo da giornate di lunghissime pedalate, quattro giorni di foreste, passi, salite su terreni duri di pietre, sassi quando siamo fortunate, terra battuta quando si sfiora il miracolo. Nei pezzi rarissimi di asfalto veniamo prese da una sorta di folgorazione religiosa e ci azzardiamo ad affermazioni come: Dio esiste sotto forma di asfalto!

Tra il sudore delle salite, la tanta, tantissima terra che solleviamo e ci si appiccica addosso e il sollievo felice delle discese abbiamo incontrato decine di scoiattoli, marmotte, cerbiatti, un alce con le sue corna gigantesche e un piccolo di grizzly che ci ha attraversato la strada, poco più avanti, lasciandoci pietrificate. Siamo restate cinque minuti buoni immobili in mezzo al sentiero a guardarci intorno temendo l’arrivo della mamma grizzly, poi ci siamo fatte coraggio e suonando tutte cinque le campanelle anti-orso siamo ripartite, pedalando come matte con l’adrenalina alle stelle. Io, addetta d’ufficio alla spray, mentre pedalavo buttavo un occhio alla bomboletta agganciata sulla forcella della mia bici provando a calcolare quanto velocemente sarei stata in grado di: disarcionarmi dalla bici, impugnare la bomboletta, strappare la linguetta di sicurezza, direzionare, allargare le gambe per essere più stabile, spraiare e salvare tutte. 

Abbiamo visto un grizzly continuavamo a ripeterci poi, abbiamo visto un grizzly!

Poi i balli country, poi dormire in una vecchia prigione diventata rifugio per i ciclisti, poi imbattersi in un rodeo a Lincoln di donne che sparano con due pistole ai palloncini, poi perdersi di nuovo sui sentieri non segnati e pedalare per dodici ore fino a Helena, poi mangiare sfinite l’ennesimo hamburger che è l’unica cosa che trovi ovunque, eat more beef, eat more beef.

In Montana, ci dicono tutti con un certo divertimento, i manzi sono più delle persone: due milioni e mezzo di mucche per un milione di abitanti.

Ramona è l’unica che ha ceduto solo a una fetta di salame, una sera di fame disperata in campeggio, Silvia e la Pez hanno ormai mangiato ogni genere di carne: costine, bisonte, bistecche, pollo, manca l’alce e l’orso ma solo perché non li abbiamo trovati ancora in menù. Io vorrei essere non carnivora ma spesso l’alternativa è una lattuga dura e insapore su cui vengono versati litri di salsa. Ci provo, la prendo, e poi ammorbo tutte mentre mastico svogliatamente: che cosa mangiamo a fare l’insalata che è per il 96 per cento acqua e cito articoli che sostengono che coltivarla rappresenti uno spreco di risorse enorme; è anti ecologico, anti economico… Insomma per pietà delle mie compagne di viaggio prendo un hamburger e provo a non lamentarmi anche della carne.

Oggi giornata libera a Butte, la più grande città industriale del Montana tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento con le sue ricchissime miniere.

Abbiamo avuto la luce prima di Newyork, nel 1917 vivevano qui 91.000 persone dicono gli abitanti con grande orgoglio, ma è l’orgoglio di chi volge lo sguardo malinconico al passato perché ora sembra di stare, perlomeno nella parte storica di Butte, in una città fantasma, piena di decadenza e bellezza, con le case di mattoni, le scale antincendio, le scritte al neon e le strade che vanno su e giù come a San Francisco. Qui Wenders ci ha girato un film nel 2005 e non ti stupisci perché camminare per queste strade è come essere su un set. Nel pomeriggio la visita obbligata a quello che si autoproclama il Museo Mondiale delle Miniere da cui esci stanca solo a guardare le foto dei minatori, ci servirà da monito domani quando staremo per lamentarci per qualche salita di troppo…

Del resto le fatiche del viaggio sono come le fatiche del parto, si dimenticano nel giro di poco e ci si rimette in sella. Il passato è passato, la salita pesantissima del giorno prima è archiviata, si sedimenta nel corpo ma la mente smarrisce le preoccupazioni e le paure e si proietta sulla strada là in fondo. 

La bici non è una sport per malinconici e quindi ciao malinconica Butte noi si parte verso il futuro con le luci intermittenti dei tuoi neon a colorarci la schiena.

 

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GRATITUDINE

GRATITUDINE

18 Luglio 1894

L’uomo si fermò col suo carretto che ormai stava facendo buio. 

Pioveva una pioggia obliqua e Annie era ferma da quasi un’ora davanti a un tratto di strada allagato, inzaccherata di fango fino alle ginocchia. Aveva tentato di proseguire trascinandosi la bicicletta, strattonandola con tutta le forza che aveva nelle braccia, ma aveva dovuto rinunciare e ora era ferma nel punto in cui la strada cominciava a scendere, prima dell’avvallamento pieno di acqua e fango. Tornare indietro al paese più vicino era impensabile, era stremata ed era quasi notte. 

Si trovava, secondo i suoi calcoli, a 15 miglia da Singapore e per la prima volta dall’inizio del suo viaggio, iniziato dieci mesi prima, si sentiva senza forze, senza motivazioni, a un passo dal crollo, così stanca che stava per scoppiare a piangere davanti a quella campagna sconfinata, uguale da ore. 

Pensava a suo marito, alle scommesse fatte su di lei, ai suoi bambini, a tutte le donne che le mettevano forza nelle gambe mentre passava con la sua bicicletta, a una vecchia che le aveva stretto la mano a Nantes, a una bambina che le aveva dato una rosa nei sobborghi di un paese che non ricordava più, vicino al Nilo. Ne aveva passate di tutti i colori e non si era mai arresa ma ora, per qualche motivo, le sembrava impossibile superare anche questa, le sembrava impossibile credere che valesse la pena continuare. Sentì un grande vuoto, voleva solo buttarsi per terra, sfinita, e dire a se stessa e al mondo intero: non ce la faccio, mi arrendo.

L’uomo fermò il cavallo con un verso acuto; sembrava un contadino e aveva uno strano capello in testa con cui tentava di ripararsi dalla pioggia.

Annie infilò la mano destra sotto la giacca e toccò l’impugnatura di madreperla della pistola. Era spaventata e sollevata allo stesso tempo.

L’uomo le chiese qualcosa in una lingua incomprensibile e Annie rispose in inglese, l’unica lingua che conosceva e l’unica che poteva usare per non perdere la scommessa: Mi porterebbe a Singapore? Posso darle dei soldi!  Pausa. Singapore? S-i-n-g-a-p-o-r-e?

Xīnjiāpō? Domandò finalmente l’uomo, sorridendo sotto il suo cappello. Saltò giù dal cavallo e guardò a lungo la bicicletta di Annie parlottando tra sé e sé. Poi la sollevò a fatica e la caricò sul carretto, infine fece salire anche Annie sullo stretta panchetta del guidatore, mosse le briglie con un gesto secco e ripartirono. Annie cominciò a piangere silenziosamente, senza farsi vedere, sentì una gratitudine immensa per tutto; per il cavallo forte che la trascinava fuori da quell’incubo, per l’uomo gentile e il suo cappello buffo, per la pioggia che presto avrebbe smesso di scendere, per il sudore che sentiva sulle labbra. 

Chiuse gli occhi lasciando che il corpo assecondasse il dondolio della carrozza, con la mano che lentamente mollava la presa dell’impugnatura in madreperla, scivolando fuori dalla giacca.*

18 luglio 2018

Linda, Silvia, la Pez e Ramona stremate e avvilite dopo aver sbagliato strada tre volte si ritrovano tra Swan Lake e Seeley Lake davanti a una strada bloccata per il rifacimento del manto stradale. Non si può passare, affondereste nell’asfalto fresco ci dice un addetto ai lavori, tornate indietro. Rimangono attonite, senza sapere cosa fare. Dopo qualche minuto un uomo su un pick-up le affianca e si offre di caricare le bici e loro quattro, fino in fondo alla strada.

 

*Annie Londonderry partì dal Massachusetts nel 1894 in sella ad una bicicletta Columbia per ritornarvici solo 15 mesi dopo a testa alta dopo aver compiuto il giro del mondo e aver quindi vinto la scommessa che l’aveva spinta a partire: due facoltosi signori di Boston sostenevano apertamente che mai nessuna donna sarebbe riuscita ad eguagliare o migliorare l’impresa svolta da un uomo solo 10 anni prima. Annie rispose all’appello e, per l’occasione, imparò ad andare in bici. Lasciati a casa gonne lunghe e corsetti, partì portando con se solo un cambio di biancheria e una pistola. Arrivò fino in Cina, passando per Parigi, Gerusalemme, Singapore.

 

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LA NOSTRA BICI: SPECIALIZED SEQUOIA

Ci chiedete sempre tutti che bicicletta stiamo usando: “E’ una gravel? Una MTB? Una bici da corsa?”

No, la nostra Specialized “Sequoia” è una bici progettata apposta per l’avventura, che unisce il meglio dei mondi road e off road… Perfetta quindi per la nostra grande avventura lungo la GDMBR!

Ha geometria Adventure (cioè a metà fra una bici da corsa e una bici da cicloturismo), telaio in acciaio inossidabile, freni a disco, pneumatici Sawtooth 700×42 e presenta numerosi montaggi per portapacchi, parafanghi e portaborracce. Trasmissione 2×9 con cambio anteriore Shimano Sora, deragliatore posteriore Alvio, corone FSA 48/32T con cassetta pignoni 12-36t. Peso circa 13kg.

Dopo circa due mesi di utilizzo, possiamo dire che ci troviamo davvero benissimo: è efficiente e veloce anche se carica di borse, super sia su strada che sui sentieri dissestati!

Trovate maggiori informazioni sul sito Specialized.

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PINKPOWER2018 CON AIR CANADA

Quest’estate, per affrontare l’avventura lungo la GDMBR, noi voleremo con Air Canada.

Se anche voi state pianificando le vostre vacanze e le vostre avventure, non perdetevi l’incredibile offerta che Air Canada Italia ha preparato per tutti i nostri amici!

Per avere uno sconto dedicato scrivete a infoitaly@aircanada.ca  e indicate il codice PinkPower18. Vi aspettano tanti voli per il Canada, gli Usa e verso molte altre destinazioni. Cosa aspettate?

Per visitare la pagina dedicata cliccate qui: PinkPower18

 

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APRICA CONQUISTATA

Ecco un altro bel giro che abbiamo provato durante il ponte pel primo maggio. Da Milano con il treno ad Iseo e poi attraverso il passo dell’Aprica e la Valtellina fino al Lago di Como, Bellagio, Lecco e pedalando siamo tornate a Milano. Un percorso vario e divertente. Buona lettura e buona pedalata!

 

GIORNO 1

Iseo-Edolo

79km – 912m dislivello positivo – 2.132 calorie consumate

Da Milano Lambrate siamo saltate su un regionale che, con cambio a Brescia, in 2 ore circa ci ha portate a Iseo, dove abbiamo cominciato a pedalare.

Il primo tratto lungo il Lago d’Iseo purtroppo è su una Provinciale, ma ne vale ugualmente la pena perché si gode della bella vista sul Monte Isola. Poi, una volta a Vello, comincia la panoramicissima pista ciclo-pedonale Vello-Toline: 5 km caratterizzati dal lago da una parte e dalle pareti rocciose dall’altra. Si prosegue fino a Pisogne sempre su pista ciclabile.

Da Pisogne si imbocca la Ciclovia del Fiume Oglio, facile e ben segnalata, che piano piano comincia a salire. Da segnalare, poco dopo Darfo-Boario Terme una vecchia galleria molto pittoresca. Arrivare a Edolo, però, richiede un bello sforzo poiché, mentre la Statale sale in maniera graduale, la Ciclovia si inerpica sulle montagne. Si attraversano vigneti e boschi, a tratti il percorso è sterrato, alcune volte diventa addirittura un single trak, il paesaggio è molto bello… Ma la pedalata non è sicuramente per tutti con strappi anche del 14%. Noi siamo arrivate a Edolo (720m slm) stanche morte sotto la pioggia.

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GIORNO 2

Edolo-Colico

94.5km – 701m dislivello positivo – 1.141m discesa – 2.454 calorie consumate

Un solo pensiero: Passo dell’Aprica (1.200m slm).

Probabilmente per i ciclisti più esperti è un passo abbastanza facile, se paragonato ad esempio al Tonale, ma soprattutto i primi chilometri dopo Edolo, passando da Santicolo per evitare la Statale, sono davvero impegnativi, con muri fino al 17%. Una volta arrivati a Pisogneto ci si ricongiunge alla Statale, le pendenze diventano più accessibili e i 15 km da Edolo all’Aprica vanno via veloci.

Superato il paese ci aspetta una lunga e ripida discesa fino a fondo valle, dove scorre l’Adda. Da lì in poi è tutta pianura (o leggera discesa), si segue il corso del fiume lungo la bella ciclabile Sentiero Valtellina per una sessantina di chilometri, fino ad arrivare al Lago di Como. Attenzione: nei pressi di Morbegno la ciclabile non è completata e bisogna percorrere 2 km sulla trafficatissima statale.

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GIORNO 3

Colico-Milano (con battello Varenna/Bellagio)

114 Km – 350m dislivello positivo – 2.403 calorie consumate

Da Colico a Varenna, dove partono i traghetti per Bellagio, sono 18 km piacevoli con leggeri saliscendi costeggiando il lago. Peccato non ci sia una pista ciclabile, ma partendo presto alla mattina si riesce ad evitare il traffico. Il traghetto impiega circa 15 minuti ad attraversare il lago, orari e prezzi qui.

Bellagio è il paradiso dei ciclisti, ne abbiamo incontrati tantissimi, molti anche stranieri. Da qui ci sono molte possibilità: si può pedalare verso Como o salire al Ghisallo o, come abbiamo fatto noi, puntare verso Lecco. Il percorso è stupendo e offre viste mozzafiato sul lago. Essendo su strada normale, però, bisogna fare molta attenzione alle macchine, soprattutto nelle due lunghe gallerie poco prima di Lecco. Il tratto da Lecco a Milano, invece, è uno splendido percorso ciclopedonale di circa 70km che permette di pedalare in tutta tranquillità. Nella prima parte, quasi interamente sterrata, si costeggia l’Adda e si incontrano alcune centrali idroelettriche. Da Cassano d’Adda, poi, si segue il naviglio della Martesana sulla ciclabile asfaltata fino al centro di Milano.

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MILANO-MONEGLIA

Durante il break di Pasqua abbiamo fatto la nostra prima di uscita di più giorni in bikepacking, per provare le nuove bici Specialized! Abbiamo pedalato da Milano a Moneglia, per poi concederci un pomeriggio di relax in spiaggia. Un percorso davvero bello e vario, che vi consigliamo. Qui sotto i dettagli, nel caso aveste voglia di provarlo anche voi. Buona pedalata!

GIORNO 1

Milano- Località Caratta Maruffi (PC)

97, 2 km – 240m dislivello positivo – 2.293 calaorie consumate.

Abbiamo lasciato Milano pedalando lungo il naviglio Pavese. La ciclabile è facile e ben segnalata, a tratti noiosa, ma si può fare una pausa per visitare la bellissima Certosa di Pavia (apertura mattutina 9:00 / 11:30). La ciclabile poi porta fino in centro a Pavia, dove è d’obbligo una sosta al Ponte Coperto per una foto. Si prosegue seguendo le indicazioni di una ciclopista e della Via Francigena, ma non si può evitare un brutto tratto lungo la statale. Superato il Ponte della Becca però si imbocca subito la Ciclovia del Po, che corre lungo l’argine sterrato del fiume. Pedalando lungo alcune poco trafficate stradine di campagna abbiamo poi raggiunto Castel San Giovanni e Borgo Val Tidone con la sua bella rocca. Nella campagna piacentina abbiamo scoperto il curioso Museo della Merda a Castelbosco, poco prima di arrivare al Trebbia. Per arrivare a Caratta, dove abbiamo pernottato presso l’Agriturismo Locanda dei Melograni, si attraversa il fiume sul ponte di Canneto Sotto, che consente una bellissima vista sul Castello di Rivalta. la Locanda è stata una piacevolissima scoperta, ci torneremo anche senza bici!

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GIORNO 2

Caratta Maruffi – Borzonasca (GE)

94 km -1.109m dislivello positivo – 2.591 calorie consumate.

Abbiamo subito riattraversato il ponte per portarci sul lato destro del Trebbia (alla fine del ponte c’è una curiosa statua dedicata a Scipione e alla guerra punica)! Fino a Travo la strada è molto bella, un saliscendi panoramico ed allenante. Poi bisogna attraversare di nuovo il fiume e proseguire lungo la trafficata SS45 sul lato sinistro del Trebbia, che ha però il vantaggio di essere molto larga e tendenzialmente piana fino a Bobbio (occhio, ci sono alcune gallerie). Bobbio è il posto adatto per un break e una passeggiata nel bel centro medioevale. Si prosegue poi ancora una decida di Km sulla SS45, che diventa però più piacevole e meno trafficata, fino a Marsaglia, dove si comincia a salire verso Rezzoaglio. La Val d’Aveto ci ha stupito per la sua bellezza e per il poco traffico, il paradiso dei ciclisti! Fino al passo Forcella sono 42 km di saliscendi (tendenzialmente più sali che scendi) anche belli tosti a tratti, ma che vanno via abbastanza veloci perché il paesaggio è davvero bello e la strada varia. Una volta conquistata la cima, poi, è quasi tutta discesa fino a Chiavari. Noi abbiamo deciso di fermarci a dormire nella curiosa Casa Balsamo a Borzonasca, e lasciare un po’ di strada per il giorno dopo, ma volendo si arriva comodamente al mare in giornata.

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GIORNO 3

Borzonasca – Moneglia

46 km – 403 m dislivello positivo – 1.233 calorie consumate.

La partenza è tutta in discesa fino a Chiavari, dove è d’obbligo una tappa focaccia e una passeggiata nel bel centro. Da lì si costeggia il mare fino a Sestri Levante, per cominciare la salita panoramica sul Bracco (seguire le indicazioni per Trigoso). Volendo si arriva a Moneglia anche attraverso la più veloce e piana galleria… Ma vi perdereste uno dei momenti più belli del viaggio. Sono 7 km di salita costante per arrivare in cima, ma poi si viene ricompensati con una discesa incredibile tutta vista mare verso Moneglia. Ne vale davvero la pena! A questo punto si può decidere se tornare subito con il treno (l’opzione migliore è prendere il regionale delle 12.06, cambio a Sestri e a Genova, arrivo a Milano 15.35) oppure concedersi un pomeriggio al mare. Noi abbiamo optato per la seconda soluzione e siamo tornate il giorno dopo ;).

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Trovate maggiori info in merito al percorso (mappa e altimetria) qui. Con un pò più di allenamento è un giro che si può fare in 2 giorni, o per i più fanatici anche in uno solo… Ma questa non è la nostra filosofia di viaggio. A noi piace pedalare, ma anche fermarci per godere della bellezza che ci circonda!

GDMBR COMING SOON

Abbiamo deciso quale sarà il nostro prossimo viaggio: affronteremo l’incredibile Great Divide Mountain Bike Route che attraversa gli Stati Uniti dal Canada al confine del Messico.

Partenza prevista l’11 luglio 2018: 4.500 km da pedalare con 60.000 metri di dislivello, pernottamenti quasi esclusivamente in tenda nella natura selvaggia. Circa 48 giorni in sella. Verranno con noi due care amiche per aiutarci a documentare quest’incredibile avventura con foto e video, e naturalmente pedaleranno anche loro: Ramona e La Pez!

Un ringraziamento speciale ad Adventure Cycling Association che ci ha fornito le mappe della GDMBR e il prezioso libro Cycling the Great Divide di Micheal McCoy, con il quale stiamo costruiendo il nostro itinerario.

Maggiori dettagli sulla pagina dedicata GDMBR! Intanto noi abbiamo cominciato ad allenarci…

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GIGABIKER

GIGABIKER

Ok che 15km sono pochini, ma sono stati uno spasso!

La nostra prima #vodafonemilanoride è stata davvero bella, pedalare per le strade di Milano chiuse al traffico è sempre uno spettacolo, se poi ci metti che è stata una bellissima giornata di sole, che non essendoci competizione ti puoi godere davvero la pedalata e che tra i ciclisti si crea subito quel feeling, quell’empatia contagiosa… Beh, è stata una domenica divertente!

E poi c’era il Deejay Village al Vigorelli. Non so se ci siete mai stati, ma il Vigorelli è davvero un posto speciale, ti sembra di essere dentro alla storia del ciclismo, con quel legno un po’ rovinato, le strisce colorate, le curve che si inclinano prepotenti: viene subito voglia di salire in sella e correre forte. La cosa più hardcore fatta nel week-end? Un tratto della salita alla Cima Grappa, sui rulli del Vodafone Bike Hub ovviamente ;)! #Gigabiker

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DAL 22 AL 24 SETTEMBRE “VODAFONE MILANO RIDE”, NOI CI SAREMO!

DAL 22 AL 24 SETTEMBRE “VODAFONE MILANO RIDE”, NOI CI SAREMO!

Siamo tornate a Milano da poco più di due settimane e la prima cosa è stata tornare in sella.

Pedalare in giro per la nostra città è sempre bellissimo, ma non sempre facile o senza rischi… Ci sembra però che qualcosa si stia muovendo, che la bicicletta stia sempre più conquistando il cuore delle persone e che anche la nostra Milano stia riscoprendone la bellezza, stanno infatti nascendo sempre più eventi dedicati agli amanti delle due ruote, e questo non può che renderci felici.

Manca ormai pochissimo alla Vodafone Milano Ride, che trasformerà nel prossimo week-end Milano nella capitale del ciclismo per tutti. Dal 22 al 24 settembre tanti appuntamenti, tanto spettacolo e tanto da pedalare: dalla DEEJAY 100, una gara di 100km, alla Fixed, e poi MTb e la MILANO LIGHT, una pedalata di 15km per tutti… Noi ovviamente ci saremo!

Sarà inoltre un modo per scoprire una zona di Milano nuova che conosciamo pochissimo, City Life, e riscoprire un luogo storico del ciclismo meneghino, il mitico velodromo Vigorelli. Non dimenticate inoltre di visitare il Vodafone Bike Hub, ci saranno sorprese epr grandi e piccini.

Buona #vodafonemilanoride a tutti!

 

VENERDÌ 22 SETTEMBRE

14.00-19.00: apertura Deejay Village Velodromo Vigorelli, iscrizione eventi e attività

18.30: presenzazione ufficiale Vodafone Milano Ride

 

SABATO 23 SETTEMBRE

9.00-18.30: apertura Deejay Village Velodromo Vigorelli, iscrizione eventi e attività

14.30: CITYLIFE URBAN CRONO KIDS MTB, attività giovanissimi con la FCI Lombardia

16.00-18.00: CITYLIFE URBAN CRONO MTB

18.00: premiazioni CITYLIFE URBAN CRONO MTB

19.00-21.00: MILANO FIXED

21.30: premiazioni FIXED

 

DOMENICA 24 SETTTEMBRE

6.30-15.00: apertura Deejay Village Velodromo Vigorelli, iscrizione eventi e attività

7.20: apertura griglie DEEJAY 100

8.00: partenza DEEJAY 100

9.30: partenza MILANO LIGHT

12.00: premiazioni DEEJAY 100

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IMBARCO IN NORMANDIA

IMBARCO IN NORMANDIA

Plumbeo.
Cirri, nembi, cumuli, strati, si sommano e sottraggono in un cielo che raramente lascia spazio a qualche raggio di sole. Pedaliamo come rabdomanti all’incontrario, sperando di non trovare l’acqua, inseguendo le tracce nel cielo di un possibile sereno.
Plumbeo, è l’aggettivo che accompagna la nostra osservazione del cielo la mattina prima della partenza, da almeno una settimana, ma oggi, grazie alle nostre giacche nuove per la pioggia, plumbeo suona un po’ meno sinistro.
Lasciamo Parigi all’inseguimento della famosa Avenue Verte, la ciclabile che dovrebbe condurci a Londra, partiamo di buona lena ma dopo una ventina di chilometri di periferia degradata, murales colorati e uomini che fanno jogging lungo il canale, siamo costrette a fermarci. Una chiamata dall’albergo di Parigi ci avvisa che abbiamo dimenticato il passaporto in reception. Silvia prende un treno e io rimango a Saint Denis con le bici, sembra la soluzione più veloce e logica per non perdere l’intera giornata. Il piazzale della stazione, che dopo un breve giro pare essere il posto più sicuro, sembra un mercato negli slum di Nairobi, lo slargo è affollato di piccoli capannelli di uomini di colore; chi spaccia, chi chiacchiera aspettando qualcuno o qualcosa, chi si ingegna cuocendo mini spiedini su griglie improvvisate appoggiate a carrelli del supermercato.
Sono l’unica caucasica in tutto Saint Denis, siedo in disparte in un bar cercando di sparire col mio pallore dentro alla mia sedia e fingendo di scrivere su un quaderno. Lo squallore delle due ore nella piazza comincia a entrarmi sotto pelle e il cielo minaccia pioggia, di nuovo, come se non bastasse. Arriva Silvia e ripartiamo ma la ‘giornata degrado’ non è finita e si conclude col pernottamento nel più squallido albergo del mondo, in una cittadina di cui scordo subito il nome, in cui c’è la più grande concentrazione di cinesi di tutta la Francia.
Ripartiamo la mattina cercando lungo la ciclabile che si snoda sulla Senna gli indimenticabili scorci che hanno ispirato gli impressionisti. Mi immagino Monet con il suo cavalletto e i colori alla ricerca del punto giusto sulla riva, tra il verde incontaminato, il punto giusto per farsi investire dalla bellezza del colore puro, dalla luce, della mutevolezza del paesaggio.
Ma oggi, dietro le fronde, mentre pedaliamo, sbucano solo cementifici e poli industriali con le ciminiere fumanti e l’unica cosa realmente impressionante è un rumore metallico, fortissimo, che ci accompagna per qualche chilometro.

Sorprese.
Le sorprese in Normandia sono molte, a cominciare dalle strade che ci aspettavamo tutte piatte (del resto la Normandia non dovrebbe essere un posto comodo per farci uno sbarco?) e che invece si rivelano dei continui saliscendi, alcuni piuttosto impegnativi. E poi le case dove capitiamo a dormire, due bed & breakfast bellissimi, uno pieno di quadri, l’altro di gatti. La prima casa è una villa di campagna piena di quadri e sculture di un pittore ottantaquattrenne. La moglie ha deciso di aprirla per ospitare viaggiatori da tutto il mondo, il marito è malato di parkinson e lei pensa che sia una bella idea essere circondati da stimoli nuovi ogni giorno.
Ceniamo con altri due ospiti su una tavola curata in ogni dettaglio, circondati da bellezza, arte, attenzioni speciali, cibo buonissimo.
L’anziano pittore si aggira a passetti per casa trascinando delle vecchie ciabatte finché decide di sedersi a capotavola e trasforma la cena in una serata surreale, fatta di silenzi e lunghi sguardi, di assenza e presenza. La moglie dice che lui non parla ma capisce tutto. Dopo cena ci porta a vedere lo studio dell’artista, riempito di opere fino al soffitto, riempito di donne viene da dire, perché il soggetto unico in mille varianti sono i corpi di donne nude disegnati, dipinti, il più delle volte fermati con un segno di matita fluido e ripetuto che cerca la forma; in mezzo alla stanza una poltrona: “sta seduto qui ore a guardare i suoi lavori, chissà cosa pensa…” dice la moglie mentre sta per uscire. Io sono attratta da un’opera in particolare e glielo dico nel mio francese stentato, lui si avvicina a passetti, mi fa un piccolo inchino, mi prende la mano e me la bacia. Non parla ma capisce tutto.

Lento.
Quando rientreremo a casa cercherò tra i miei libri La lentezza di Kundera. Mi è proprio venuta voglia di rileggerlo.
Dopo due settimane di esercizio quotidiano, sei, sette ore ogni giorno, la velocità del nostro mezzo è diventata la nostra velocità interna, una sorta di abito mentale, un’abitudine, una consuetudine che si è sedimentata via via. Così ora pare che anche i nostri pensieri si siano modellati sulla velocità delle nostre gambe, sul ciclico battere del nostro cuore, che pompa sangue ai muscoli.
Adesso, dopo due settimane, le macchine che ci sfrecciano a fianco pare che vadano a una velocità assurda, che prima non avevamo notato, fuori da ogni logica, dei pachidermi di migliaia di chili ci sfiorano lanciati follemente verso destinazioni troppo lontane per noi, destinati a sparire in un attimo dalla nostra vista di lumache. Ritrovarsi a Londra, in una grande città caotica, toglie il fiato, le macchine e le moto se non riescono a superarci subito ruggiscono dietro di noi impazienti, le biciclette scampanellano isteriche, perché anche le bici in città sono stressate. L’attraversamento si rivela faticoso ma la meta è vicina.
Nessuno sa dirci dove si trovi la statua di Emmeline Pankhurst e quindi vaghiamo nei pressi dei giardini di Westminster per un po’…
Quando finalmente la avvistiamo siamo emozionate e stanche, stanche e emozionate, i sentimenti si alternano e si confondono. Facciamo un po’ di foto e poi non ce lo diciamo ma il nostro viaggio è davvero finito. Risaliamo sulle biciclette che ora paiono leggere e con un po di malinconia percorriamo gli ultimi chilometri. Delle amiche ci aspettano per ospitarci per quest’ultimo giorno, domani laveremo le nostre eroiche compagne di viaggio e le manderemo a casa a riposare per un po’, chiuse in cantina, in penombra, a meditare sulle prossime avventure.

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