Quarta tappa del nostro giro d’Italia sulle tracce di Alfonsina strada. Siamo in Toscana. E incontriamo Liliana Benvenuti, nome di battaglia Angela. Che ci racconta la sua Resistenza sull’Arno.

Cicliste per Caso

«Facevo parte del comando della divisione Arno. C’erano poche donne e io ero la più coraggiosa. Facevo parte del comando divisione Arno. Mi chiamo Liliana Benvenuti ma il mio nome di battaglia era Angela. Angela perché ero credente, ero l’unica ad avere fede perché gli altri erano tutti atei, ma quando mi facevo il segno della croce prima di ogni azione tutti pensavano che quel gesto ci avrebbe protetto, gli atei sono così. Mi facevo sempre il segno della croce, sempre.

Andavo spesso in chiesa a pregare Santa Rita. Le dicevo: se devo morire fammi morire senza soffrire. A Santa Rita lo dicevo. Ma io non pensavo che sarei morta, io avevo la sicurezza che da lassù la mia mamma mi proteggeva sempre. Ogni tanto andavo al cimitero a trovarla e le dicevo: ma cosa ti è saltato in mente di morire che avevo appena 15 anni? 15 anni avevo, ma te lo immagini?

Mio padre era un piacione e ha trovato subito un’altra donna. Bell’uomo mio padre. Un gran bell’uomo. Ma piacione. Si sentiva sicuro colle donne. Un piacione.

Lo so, sembra strano che mi presenti tutta così elegante. Sono elegante? Avete visto la calza nera? Cosa ne pensate? Doveva venire la parrucchiera, a farmi la messa in piega; poi non è riuscita a venire. Ma mi sono data il colore sugli occhi. Vedete? Ma perché una che ha fatto la Resistenza e che era nel comando Arno non può essere vanitosa? Gli occhiali grandi e scuri li ho messi perché c’ho lo sguardo ebete. Si sì, ho lo sguardo ebete. Come no. Da due anni, da quando mi è venuto un colpo, non ricordo più bene le cose, confondo le date. E c’ho sto sguardo che non è più tanto intelligente.

Che poi io non ho mai voluto scrivere niente perché è tutto dentro la mia testa. Perché sono io che ho vissuto tutto. E tutto è stampato qui, nella mia testa. Io con la matita non ho mai voluto raccontare. Ho tutto nella testa. Ho mille episodi di azioni che ho compiuto. C’è quella volta che mi hanno vestita da sposa e messa su una carrozza con delle valigie piene di soldi rubati alle ferrovie per la Resistenza. E quella volta che ho spinto un carretto da gelataio pieno di molotov e fucili Thompson che l’ho raccontato anche alla Rai, con sopra il pane e i nazisti mi hanno fermato e io senza un filo di paura. Ma ora che ci penso mi viene paura, ora. Affrontare un nazista era come affrontare una tigre in un giardino. Ora mi viene paura sì, mamma mia. Ma allora non avevo paura di niente. C’era la mamma che mi proteggeva. La mia mamma. Noi abbiamo cambiato il mondo. Le donne non sono più state le stesse. Volevamo non essere più sudditi ma cittadini, volevamo combattere perché tutto fosse diverso. Meno male che abbiamo tirato su dei figli onesti che possono portare avanti le nostre idee. Perché il mio figliolo è onesto. Noi eravamo tutti onesti e rispettosi.

Io vivevo in una casa con dieci partigiani e nessuno s’è mai sognato di mancarmi di rispetto. Il rispetto prima di tutto. Il rispetto. Ma io volevo anche essere la più bella, mica solo combattere. E quanto poi tutto è finito e quel giornalista mi ha chiesto: è quindi ora comincia un suo impegno politico? Io gli ho risposto: intanto io adesso vorrei andare a ballare! Tu adesso mi vedi su questa carrozzella ma immaginami a spingere quel carretto tutto pieno di molotov… Con i nazisti come tigri e io che muovevo un po’ i capelli e loro dicevano: vai, vai».

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