SONO UNA DONNA, NON SONO UNA SANTA

SONO UNA DONNA, NON SONO UNA SANTA

Certo la posa potrebbe sembrare quella di una santa misericordiosa, con il braccio destro allargato, la mano aperta, lo sguardo placido e lontano; evidentemente è così che ci vedono gli uomini, nonostante tutto. Nonostante i vetri rotti, le case incendiate, lo sciopero della fame.
Certo la mia postura è statica, il sorriso lieve, perché è così che ci vedono gli uomini. Nonostante tutti i miei viaggi in giro per il mondo, le fughe, la prigione, le marce, le manifestazioni, nonostante le urla inneggianti alla rivolta, le parole infuocate che hanno acceso gli animi di tutte quelle donne sottomesse.
Certo sembra che il mio sia uno sguardo delicato e lieve, come si addice a una donna, come dicevo gli uomini ci vedono così, nonostante il mio piglio per tutta la vita sia stato duro, fermo e irremovibile.

Mio padre da piccola, quando veniva a rimboccarmi le coperte, mi guardava, col mio libro enorme, l’Odissea o la storia a volumi della Rivoluzione francese, che era il mio preferito, si fermava un attimo con un disappunto, un dispiacere negli occhi e un rammarico nella piega della bocca. Sei una bambina eccezionale, peccato che tu non sia nata maschio, diceva. Eppure mio padre era un uomo meraviglioso e mi ha insegnato a lottare per i diritti di tutti, lui che era membro dell’associazione per l’abolizionismo degli Stati Uniti d’America, lui che ci portava alla raccolta fondi per gli schiavi appena liberati. Così come mia madre, che riceveva la rivista delle Suffragette ogni mese e che mi portava con lei alle loro riunioni fin da ragazzina, si preoccupava solo di trovarmi un marito, sapendo che quello era l’unico destino che mi attendeva. Quello di madre e di moglie.
Ma io ero nata il giorno della Presa della Bastiglia e per questo nel sangue ero una rivoluzionaria, prima ancora di essere donna. Il coraggio, la spavalderia, li avevo acquisiti alla nascita.
Sono stata una rivoluzionaria fortunata perché la mia lotta, che è durata tutta una vita e che mi ha portato a rischiare la morte più volte, ha avuto un esito vittorioso. Tante donne prima di me non hanno avuto questa fortuna.
Alla fine della mia vita le donne potevano votare in Gran Bretagna, grazie anche a me.
Ora, da quasi novant’anni, dopo aver tanto combattuto, aver speso ogni mia parola, aver viaggiato in lungo e in largo con guardie del corpo che mi proteggevano, aver fatto figli, aver letteralmente consumato il mio corpo in nome del più alto degli ideali; sono ferma nella mia posa da Santa a osservare il mondo che passa, da questo bellissimo angolo dei giardini dietro a Westminster. Poche persone si fermano, il mio nome dopo quasi cento anni non dice più niente a nessuno, o quasi.

Mi fa sorridere, ma un sorriso leggero come si addice ad una statua di bronzo, che nessuno abbia pensato a una scultrice donna per fare un monumento a una donna come me. Che siano state le mani di uomo a forgiare la mia statuaria memoria.
Se avessi potuto scegliere avrei voluto essere rappresentata come La libertà che guida il popolo, con le vesti stracciate e il seno scoperto. Coi capelli scompigliati e la bandiera in mano che trascina tutti alla rivolta. Ma si sa, noi inglesi siamo puritani e perbene, abbottonati e seri. E quindi vada per la Santa se l’alternativa è l’oblio.
Dal mio piedistallo di Santa indomita vedo passare le stagioni, vedo il tempo che scorre ma con la pazienza di chi non ha più niente da rincorrere affannosamente. Quello che potevo fare l’ho fatto e più di così non avrei potuto. Ora aspetto voi, c’è ancora molto da fare, moltissimo, e ve lo dice una che vede passare le stagioni da novant’anni; sono curiosa di vedere cosa succederà, è uno spettacolo un po’ lento da qui ma se si guardano i dettagli non ci si annoia mai e si impara a essere ottimisti.

Nel 1999 la rivista statunitense TIME proclamò Emmeline Pankhurst come una delle “persone più importanti del XX secolo” affermando che ella “ha modellato un’idea di donna per il nostro tempo, ha scosso la società in un nuovo modello da cui non ci sarebbe stata più possibilità di tornare indietro”.
Emmeline Pankhurst in realtà nacque il 15 luglio 1858 ma nella sua autobiografia e in molti altri libri la data di nascita risulta essere il 14 luglio, giorno della Presa della Bastiglia.

 

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IL NUMERO 5

IL NUMERO 5

Il 5 è sempre stato il mio numero preferito. Passo dopo passo, anno dopo anno, il 5 era sempre lì, fin da piccola ha costellato la mia vita di mille coincidenze.

Abitavamo in Rue Saint Eustache al numero 5 quando ero bambina. Eravamo 5 fratelli. A scuola dalle suore ero la quinta in ordine alfabetico sul registro. Quando ho cominciato a cantare mi esibivo in un locale che si chiamava 55 e li ho conosciuto Etienne e la mia vita è cambiata.
Poi il 5 l’ho perso cominciando a inseguire gli uomini.

Etienne mi ha fatto scoprire la passione per i cavalli e cavalcare mi ha fatto scoprire che volevo essere una donna libera. Ho disegnato pantaloni e vestiti comodi, ho accorciato le gonne e mi sono tagliata i capelli corti, ho cucito dei vestiti per donne che potessero andare a cavallo, in bicicletta; fino a oggi le donne dovevano farsi stringere il corsetto dalla cameriera, farsi infilare le maniche perché da sole non potevano vestirsi. È arrivato il momento perché la nuova donna che sta per arrivare abbia i vestiti che si merita.

Dicono che la mia passione per il bianco e nero sia nata quando ero piccola e l’unico esempio di eleganza che avevo erano le vesti delle suore. Dicono che sono così ossessionata dagli uomini perché mio padre ci ha abbandonate quando eravamo piccole. Dicono che sono irascibile e scontrosa. Dicono che sono una pazza, una mezza pazza, un’eccentrica.
Dicono tante cose ma ci sarebbe solo da tacere e lasciare che le rivoluzioni facciano il loro coso. Sono arrogante e presuntuosa? Dicono anche questo, ma sono passata per così tante disgraziate circostanze che non mi importa di quello che si dice di me. Ho perso mia madre, sono stata in orfanotrofio, ho fatto la fame, ho cantato in un nightclub per sopravvivere; ho imparato a planare con leggerezza ed eleganza sopra a ogni cosa.
Dicono di me che sia fredda e austera. Dicono tante cose, non date retta.

Ma sto divagando, scusate. Tornando al numero 5. Dopo averlo perso per molti anni poi a un certo punto per una strana coincidenza l’ho ritrovato, il mio numero.
Camminavo per Rue Chambon, erano settimane che cercavo un profumo, un profumo che non fosse di rosa, perché una donna dovrebbe sapere di rosa? Ma se non sa di rosa e non sa di mughetto di cosa deve profumare una donna? Una donna dovrebbe sapere di donna! Ecco quello che volevo, mi sono detta. Ho chiamato il mio profumiere e gli ho spiegato cosa avevo in mente. Un profumo mai sentito prima per una donna che non è mai esistita prima. Dopo qualche giorno è arrivato con dei flaconi di prova. Sopra a ogni bottiglia c’era un’etichetta con un semplice numero, solo per distinguere i campioni l’uno dall’altro.
Senza provarli sapevo già quale sarebbe stato il prescelto. Il numero 5 si stagliava nero sul bianco dell’etichetta e prometteva già tutto.
Un mondo nuovo stava per aprirsi e io mi sentivo la sacerdotessa, pronta a battezzare questo nuovo corso.

Dicono che il 5 sia stato da sempre il mio numero preferito. Dicono che da piccola quando ero la quinta nel registro delle suore abbia cercato di scappare di notte da una finestra. Dicono che da quando sono diventata famosa non ho mai più voluto vedere i miei fratelli e le mie sorelle. Dicono che quando aspettavo mio padre che a volte veniva a trovarci la domenica mi mettessi all’angolo della via sperando di vederlo comparire e contassi fino a 5 e poi ancora 5 e poi ancora…
Dicono una sacco di cose quando una donna è libera, ma voi non date retta.

 

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LO CHAMPAGNE È COME LA TOSCANA, QUASI

LO CHAMPAGNE È COME LA TOSCANA, QUASI

Anche oggi abbiamo sbagliato a ordinare. Non è solo una questione di lingua, credo, è che proprio non riusciamo a capirci coi francesi. Croque monsier on salade uno si aspetta una bella insalata, non si sa perché ‘sotto’ al croque monsier ma comunque inequivocabile, insalata: c’è scritto. Vai che si mangia un po’ di verdura. Invece arriva il croque monsier con una montagna di immancabili patatine fritte a fianco, appoggiato su una foglia di lattuga. Piccola peraltro. Il croque monsier enorme, fritto pure lui, pesantissimo, l’ho digerito fino alle quattro del pomeriggio pedalando sotto alla pioggia.
Sì perché nel baretto ci siamo riparate disperate dopo un’ora di pioggia fitta, ci siamo cambiate nel bagno, cercando nella borsa qualcosa di asciutto, e abbiamo preso un té caldo nel vano tentativo di scaldarci. Poi, dopo aver mangiato i nostri piatti sbagliati, siamo restate a lungo sulla porta scrutando il cielo e provando a indovinarlo, tentando più volte di ripartire ma ogni volta fermate da uno scroscio torrenziale che ci faceva rimandare la partenza di qualche minuto.

La strada lungo il fiume, piatta e facile all’apparenza ma battuta da un vento gelido e contrario, si interrompe proprio qui e siamo incerte se prenderci l’acqua lungo lo stradone, che è più veloce ma trafficato, o bagnarci da capo a piedi sulle colline, strada con continui saliscendi ma poche macchine. Decidiamo per il saliscendi e dopo la prima mezz’ora di diluvio il cielo si apre e ci ritroviamo in una delle più belle strade fatte dall’inizio del nostro viaggio. Il cielo con i suoi nuvoloni neri e gli squarci d’azzurro accentua i contrasti tra le macchie di verde dei vigneti, il giallo del grano, il grigio azzurro della strada bagnata, si passa in mezzo a paesini incantati, con le vecchie case di pietra e le cantine. Lo Champagne è un po’ come la Toscana, gli assomiglia davvero moltissimo, ma qui c’è più pioggia e se sei un’oca sei piuttosto sfortunata.
Il saliscendi è divertente ma dopo aver fatto 65 chilometri le gambe cominciano a farsi sentire e le vigne, le colline, i campi, le nuvole, diventano una geometrie sfocata sullo sfondo. In primo piano la fatica.

Comunque il lavoro vero di oggi è stato il cambio di abbigliamento; ogni dieci minuti cambio di tempo e quindi ogni dieci minuti cambio vestiti. Pantalone lungo, corto, felpa, giacca per la pioggia, giacchina leggera per il vento, rimetti la felpa, togli tutto e rimani con la maglietta corta, rimetti la giacca per la pioggia, che caldo con la giacca per la pioggia… Una specie di sfilata primavera estate autunno inverno e ancora primavera, come passerella lunghissimi filari di vite, come pubblico le simpatiche e sfortunate oche.

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CARO HANS

CARO HANS

Caro Hans, mi hanno detto che posso scrivere una lettera e quindi eccomi qua a parlare con te, forse per l’ultima volta.

Caro Hans, fratello adorato, il cielo mi ha regalato la fortuna di averti come fratello. La nostra è sempre stata una famiglia molto unita, è vero, ma tra noi, più che con gli altri fratelli, c’è sempre stato qualcosa di speciale, come fossimo anime gemelle. Forse perché ci assomigliavamo davvero molto da ragazzini, con lo stesso ciuffo ribelle che ci ricadeva sulla fronte e quelle espressioni identiche che vengono a chi sta tanto tempo insieme. Ogni tanto qualcuno ci scambiava davvero per gemelli, tu ti schernivi, io facevo finta di niente ma mi scappava un sorriso felice.
«Strappate il mantello dell’indifferenza che avvolge il vostro cuore!
Decidetevi prima che sia troppo tardi»

Caro Hans, ricordi il primo volantino che abbiamo stampato? Siamo stati in piedi tutta la notte facendo i turni coi compagni per riuscire a stamparne migliaia di copie con quella vecchia stampante a mano. E poi il giorno dopo li abbiamo cominciati a diffondere in università. Ricordi? eravamo così agitati e fieri.
Tu sei sempre stato così: inattaccabile nelle tue convinzioni, senza paura, senza ripensamenti, retto nella tua morale. Pulito, mi viene da dire. E io ti ho seguito, mia anima gemella, condividendo ogni slancio, ogni idea, non so se per abitudine a venirti dietro come sempre o per sentirmi dire ancora, come quando eravamo piccoli: ma quanto vi assomigliate!
Io volevo assomigliarti, essere proprio come te, intrecciare il mio destino col tuo; non mi sono mai chiesta il perché; le cose giuste non generano mia domande, accadono e basta.

Caro Hans non rimpiango nulla di tutto quello che abbiamo fatto, dalle prime riunioni della Rosa Bianca, all’ultima valigia piena di volantini che abbiamo lanciato nella tromba delle scale dell’Università. Oh che momento, che pazzia! Che gioia!
Mi dispiace solo per i nostri genitori che certo soffriranno, forse ci vedranno come degli sconsiderati, degli scriteriati senza il senso del pericolo. Ma chi definisce il confine tra coraggio e incoscienza?
Abbiamo semplicemente aperto il nostro cuore alla lotta per ciò che era giusto, senza curarci delle conseguenze; chiamatelo come volete, dovevamo farlo.

Caro Hans condividere la mia vita, tutta, per intero, con te, è stato un grande privilegio ma spero che il nostro finale invece sarà diverso, che tu possa leggere questa lettera, che i giudici con te siano stati più clementi, che tu abbia saputo convincerli della tua innocenza come non ho saputo fare io. In questi tempi bui il diritto di opinione non è più un diritto, pare.
Ti lascio col ricordo di noi in cima a quelle scale, tutti quei fogli che volteggiavano e noi pieni di vita, sarà l’immagine gloriosa e felice che porterò con me, per sempre.
«È una giornata di sole così bella, e devo andare, ma che importa la mia morte, se attraverso di noi migliaia di persone sono risvegliate e suscitate all’azione?»

Il 22 febbraio 1943 Sabine Scholl venne condannata a morte per la sua condotta antifascista e sovversiva.
Lo stesso giorno vennero ghigliottinati il fratello Hans e l’amico Christoph Probst.

 

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INSTANCABILI LUMACHE

INSTANCABILI LUMACHE

Sono notti gelide queste di inizio febbraio a Worblaufen. Ma stanotte non è una notte per starsene sotto al piumone a dormire, anche se i piedi caldi di mio marito sono una tentazione e non vorrei svegliare i bambini. Ma stanotte, stanotte, è la notte prima del grande giorno. E quindi me ne sto con una coperta sulle spalle e aggiungo legna al fuoco in sala, leggendo il quaderno nero del nostro collettivo. Zitta zitta, giro le pagine senza che la carta faccia rumore. Non voglio svegliare nessuno. Voglio che questo sia un momento solo mio. Mi asciugo le lacrime più volte leggendo quello che le mie compagne hanno scritto sul nostro quaderno. I motivi che ci hanno ispirate, la lunghissima battaglia che ci ha unito, piango lacrime di commozione e di speranza perché insieme siamo riuscite a ottenere qualcosa che pareva impossibile. Da domani tutto sarà diverso, da domani grazie a noi il mondo sarà più giusto.
Ho ricevuto insulti, sono stata persino licenziata dal mio lavoro ma non ho mai abbassato la testa in tutti questi lunghi anni.
Un mese fa un uomo per strada girava con un cartello appeso al collo:
uomo= capo famiglia= ecco perché no!
Mi sono fermata a guardarlo, volevo guardarlo negli occhi, forse sfidarlo; lui ha distolto subito lo sguardo e si è girato di spalle a mostrare altrove il suo cartello.
Ho dovuto ricordarmi che ci sono uomini che ci sostengono, ho dovuto pensare a mio marito e ai miei figli che cresceranno in un altro mondo. Solo così mi sono calmata e solo così non ho perso la concentrazione. Perché non è solo una questione di coraggio, bisogna tenere sempre lo sguardo fisso all’obiettivo, essere forti, non lasciare che niente ci distolga da ciò che vogliamo.
Sulla prima pagina del quaderno abbiamo disegnato il nostro simbolo: una lumaca a rappresentare la lentezza delle istituzioni a recepire e accettare il cambiamento, ma anche la lenta ma inesorabile marcia di tutte noi donne svizzere.
Domani, 7 febbraio 1971, io, Marthe Gosteli, madre, moglie, ma prima di tutto donna, domani potrò votare!
Quasi cinquant’anni dopo le donne inglesi e molti anni dopo tutte le donne dei paesi europei. Perché noi donne svizzere siamo come delle instancabili lumache. Lente ma tenaci. Prima o poi arriviamo. State tranquilli che arriviamo.


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UNA SERATA DA CICLOSFUSO – GIOVEDI’ 1 DICEMBRE

UNA SERATA DA CICLOSFUSO – GIOVEDI’ 1 DICEMBRE

Giovedì 1 dicembre saremo dagli amici di Ciclosfuso – via Sartirana 5, Milano – per raccontarvi il nostro incredibile viaggio in bici attraverso l’Italia.

1.620 km da Milano a Catania in completa autonomia per parlare di donne, emancipazione e pari opportunità, partendo dalla storia di Alfonsina Strada, una ciclista eccezionale che sfidò il mondo col suo coraggio.

Vi aspettiamo!

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UNA CASA ALLA FINE DEL MONDO

UNA CASA ALLA FINE DEL MONDO

Hurta ci accoglie nella sua cucina con il sorriso sdentato e gli occhi dolci da nonna delle favole. I figli Tito e Roberto, da qui in poi per tutto il tempo sarà impossibile capire chi sia Tito e chi Roberto, vivono con lei in una casa col tetto di lamiera che sta insieme con lo sputo.
Siamo arrivate qui, a Candelario Mancilla, su un battello da Villa O’Higgins dove finisce la Carretera Austral e si può proseguire solo in bicicletta o a piedi.
Tito e Roberto avranno rispettivamente 40 e 50 anni e uno dei due viene ad accogliere i turisti, dieci in tutto, al porticciolo. Sembrerebbe la solita tattica furbetta per accaparrarsi per primo i turisti, ma ben presto scopriamo che la loro casa è l’unica di tutto Candelario Mancilla. Tre abitanti. Cinque se si considerano i due cani.

Si potrebbe campeggiare ma siamo troppo stanche e così decidiamo di dormire a casa loro, in una stanza povera e piena di roba, con un bagno in comune che non viene pulito decentemente da quando mamma Hurta aveva ancora tutti i capelli neri. Ma fa molto viviamo come vivono loro e ci piace.
Tito e Roberto cucinano, minestra con verdure del loro orto. Poi arriva la carne delle loro mucche, che macellano loro. Il pane lo impastano lo sera e lo infornano la mattina. Hanno un armadio stipato di lattine di birre, per i turisti tedeschi e inglesi, che fanno pagare come se fosse oro. L’energia viene prodotta da pannelli solari e da una turbina, le comunicazioni col mondo avvengono solo tramite una ricetrasmittente, come i camionisti.
Lavorano coi turisti tre mesi l’anno, d’inverno il traghetto che li collega col mondo c’è ogni dieci giorni, tempo e lago premettendo.
Mentre vado in bagno dopo cena li vedo davanti alla televisione che guardano una partita di calcio. Toglietemi tutto ma non la mia squadra del cuore.

Abbiamo letto un po’ di resoconti del faticosissimo e affascinante passo da valicare per andare in Argentina da qui. In bicicletta coi bagagli sembra un’impresa da morire e per questo in molti li consegnano a Tito, o Roberto, che con tre cavalli ci precede nel tragitto.
Il percorso si è poi rivelato molto faticoso anche così, senza il fardello delle borse pesanti, ma anche bellissimo e divertente. Con passaggi nei torrenti gelati, nel fango, sotto o sopra alberi caduti.
All’arrivo al lago del desierto in terra Argentina, dopo 23 chilometri, ci sentiamo delle pioniere che hanno scoperto nuove terre, di fronte a noi il lago e in lontananza il Fitz Roy con tutta la sua bellezza.
Coi piedi scalzi e le scarpe al sole ad asciugare andiamo a farci identificare.
Los carabineros sono quattro. Uno timbra il passaporto e soffia sul timbro prima di aggiungere la data a penna, uno guarda dalla finestra con sguardo assorto cercando di darsi un contegno e sbirciando per vedere se lo guardiamo. Gli altri due seguono l’operazione della timbratura con grande interesse e partecipazione.
Intanto Tito, o Roberto, sarà tornato a casa coi cavalli e andrà a ad accogliere i nuovi turisti.

Ancora un mese. Minestrina, jeep, cavalli, pane da impastare.
Poi lunghi mesi vuoti, sotto la neve.
Cosa faranno Tito, Roberto e Hurta tutto questo tempo?
Si potrebbe dare una bella pulita al bagno, che dite?

 

IL MIGLIOR NEMICO DELL’UOMO

IL MIGLIOR NEMICO DELL’UOMO

Vorrei incontrare un entomologo e parlare lungamente degli usi e costumi dei tafani. Pensavate anche voi che l’animale più fedele all’uomo fosse il cane?

Prima della Patagonia la mia unica esperienza diretta coi tafani era stata una puntura un pomeriggio di luglio in piscina all’età di quindici anni. Tutti scappavano tuffandosi in acqua per sfuggire al suo attacco ossessivo e io ignara ero rimasta sul bordo ed ero stata punta.
Mi ero fatta l’idea che i tafani fossero insetti rari, non avendone più incontrati se non qualche volta in montagna.
In Patagonia ho avuto modo di rivedere la mia idea sulla diffusione dei tafani, e sono arrivata alla conclusione che, insieme agli gnu africani, prenderanno possesso del mondo.
Gnu e tafani.

Sulla Carretera Austral, specie sui valichi montani, specie nelle ore più calde, specie quando il vento si calma, l’aria è invasa da questi esseri neri ronzanti. Intercettano il tuo corpo di passaggio e non lo mollano più. Ti hanno scelto, come se fosse un giuramento di fedeltà eterna, e non ti mollano se non dopo aver ficcato i loro piccoli denti nella tua carne o dopo che li hai uccisi e in questo caso prima di morire passano il testimone a un loro hermano e chiedono a lui di continuare a ossessionarti. Finché morte non vi separi, gli dicono.
Possono seguirti per chilometri senza stancarsi e il motto ammazzarne uno per educarne cento su di loro non ha presa.
Ieri in una delle solite salite terribili, andando verso Puerto Yungay ad un certo punto io e Silvia eravamo circondate da venti, trenta esemplari ognuna. A nulla serviva il mulinare delle braccia frenetiche e le imprecazioni crescenti.
Non credevo di poter ammazzare con tanto gusto sadico degli essere viventi. Nella pausa per riprendere fiato a un certo punto io e Silvia abbiamo cominciato ad ammazzarceli a vicenda dandoci delle pacche violente, perché i tafani sono pure resistenti, all’urlo di “tié, muoriiiii!”

In tutti i discorsi con i ciclisti incrociati per strada o con cui campeggiavamo ad un certo punto inevitabilmente si finiva a parlare di tafani. “Oh my god, those horrible horseflies!”.

Mi immagino che nelle città dei tafani, nelle loro piazze, ci siano monumenti ai tafani più eroici, i più forti, i più resistenti, i più caparbi. Quelli più fedeli, quelli che fino alla morte non mollano. Sotto, incisa, la dicitura: El tabano patagonico, il miglior nemico dell’uomo.

 

NEVER GIVE UP?

NEVER GIVE UP?

Gli aforismi mi hanno sempre fatto venire l’orticaria, anche quelli che dicono cose vere ma che, solo per il fatto di essere diventati aforismi, si sono svuotati di ogni senso. Sono diventati comodi proclami, a rassicurarci su ciò che è giusto dividendolo con una linea netta da ciò che non lo è, per niente.
Ma anche le frasi a effetto, che sono un po’ dei motti, delle massime di vita, non le ho mai sopportate.
Quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare!
Dai sempre il massimo!
Vai oltre i tuoi limiti!
Never give up!

Sarà il nome del posto, Porto Rio Tranquillo, sarà che Silvia dopo avermi trascinato con la sua determinazione su per le salite, e avermi convinta a resistere al ripio, oggi ha avuto un tracollo, sarà la polvere che ci ha appesantito le gambe, ma noi oggi ci siamo fermate.
Ci siamo sedute sulla riva del lago General Carrera, che sulla sponda Argentina si chiama lago Buenos Aires, guardando le piccole onde infrangersi sulla riva e ci siamo prese il tempo per digerire questi sei giorni.

Per digerire le montagne salite e quelle scese, le piccole innumerevoli nuvole nel cielo limpido, la polvere del ripio, i laghetti azzurri, ma come faranno poi a essere così azzurri, le mucche, le troppe troppe stelle nel cielo nero, i cani, la sorpresa di un picchio di fianco alla nostra tenda, le unghie tagliate con la forbicina del coltellino svizzero, le borracce riempite nel ruscello, un cavallo libero che corre con noi per cento metri, la signora che ci dice che siamo valienti, il meccanico che ci aggiusta i freni, le frenate in discesa senza finire sul brecciolino, lo sguardo che impara a scovare stradine più lisce nella strada sterrata, la frustrazione di una nuova salita all’orizzonte, il vento che una volta ci ha spinto su una salita, come una mano forte e buona sulle schiena, ma mille altre volte è stato un muro contro la faccia.

Oggi abbiamo schiacciato il tasto pause del nostro lato selvaggio, coraggioso e avventuroso e abbiamo preso un pullman, caricato le nostre bici e deciso che per un giorno potevamo riposare e stare a digiuno. Never give up sarà per un’altra volta.

Domani rischiacceremo il tasto play, guarderemo la strada da fare e riprenderemo a pedalare perché chi si ferma è perduto. O no?

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CHILE MEJOR

CHILE MEJOR

Chile Mejor inneggia a caratteri cubitali la cartellonistica a lato delle Carretera Austral. In helvetica bianco su una foto sciatta di una strada già asfaltata.
Chile Mejor è il ritornello che mi gira in testa mentre pedaliamo provando a trovare un ritmo sul ripio. Il ripio è quello che noi chiamiamo comunemente sterrato ma qui sulla Carretera Austral, dove tutto è costantemente variabile, anche il ripio cambia ogni chilometro.
Direi che, a memoria, in tre giorni abbiamo incontrato una decina di varietà di ripio.
Terra smossa con sassi e buche, selciato classico, brecciolino insidioso, terra schiacciata e compatta, terra schiacciata ma bagnata, sassi piccoli e bianchi, cemento con sopra sassi liberi, cemento con incastrati qua e là dei sassi, sabbia con grossi sassi liberi, mattoncini autobloccanti coperti di sabbia.
Chile mejor ma con calma.
Intanto la Carretera Austral rimane prevalentemente sterrata, appunto, e questo è il suo bello, ciò che rende il nostro viaggio ancora più epico. Ma sterrato viene da terra e la terra ce la siamo ritrovata fin dentro le orecchie per non nominare parti più scabrose.
Terra un po’ sollevata dalle nostre bici ma soprattutto dalle macchine che incrociamo, che non sono moltissime, ma viaggiano tutte a velocità folle incuranti delle nuvole che sollevano.
E ovviamente i primi due giorni di ripio abbiamo dormito in tenda, campeggiando a caso, quando eravamo troppo stremate per continuare. Pulendoci la faccia con dei fresh&clean perché avevamo poca acqua e non potevamo sprecarla per lavarci.
L’acqua.
Silvia proponeva di raccoglierla dal fiume di fianco alla nostra tenda ma io da buona cittadina mi sono opposta adducendo una serie di logiche obiezioni. La mattina dopo per fortuna degli operai di Chile mejor ci hanno riempito le bottiglie da una loro tanica.
‘Ma l’acqua del fiume si può bere?’ chiede Silvia a un’operaia.
‘Dipende, se il caballo la beve sì!’ risponde l’operaia.
Ah, ottimo, da oggi in poi ci ricorderemo di portare sempre un cavallo con noi.

Oggi siamo arrivate a Puerto Rio Tranquillo dopo cinquanta chilometri di quello che doveva essere un facile saliscendi, ma prevalentemente pianeggiante.
Ora, parlando di saliscendi, i primi giorni ci parevano meglio delle salite vere e proprie. Più brevi e con una immediata discesa corrispondente. Dopo un po’ invece ci siamo rese conto che sono una frustrazione incredibile. Perché hai appena fatto una fatica assurda per arrivare in cima e in un secondo scendi allo stesso livello di partenza, vanificando la fatica.
Ecco, io vi giuro che, se mai avessi dei soldi li investirei in una onlus benefica pro-ciclisti in Cile. Pagherei per spianare almeno uno di questi assurdi, continui e ripidissimi saliscendi. Farei mettere una targa: qui Linda Ronzoni ha fatto spianare una montagnola.
E forse altri ciclisti prenderanno esempio. E molte altre montagnole verranno spianate.
E allora sì che sarà un Chile mejor!

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