LA TASCA SEGRETA

LA TASCA SEGRETA

Qualcuno picchietta con le unghie, da fuori, sul vetro della finestra mentre sto dormendo. Noi cominciamo a partire mi dice quando mi alzo e socchiudo l’anta per vedere chi è. Si avviano in bici e io, anche se ancora mezza addormentata, comincio a prepararmi per raggiungerle.

Siamo sul pullman per Phoenix, le bici smontate e con le gomme sgonfie sono chiuse dentro un cartone, ognuna con il nome e l’indirizzo italiano scritto a pennarello, che non si sa mai. Dormono nel vano valigie, nella pancia del grosso veicolo. Dal finestrino il deserto sembra passare a una velocità folle, in realtà ci superarono quasi tutti, sulla highway, e quindi mi dico che dobbiamo solo riabituarci. Farci una ragione che questo bestione non lo dobbiamo mandare avanti con la forza delle nostre gambe. Possiamo dormicchiare anche noi, come le bici, farci portare, godere della comodità di questo sedile, cullarci nella noncuranza con cui si può affrontare ogni salita come fosse niente, quando hai un pedale da schiacciare sotto al piede. Invece sono irrequieta. 

Saranno queste giovanissime donne indiane e messicane, in viaggio da due giorni, che occupano quattro sedili a testa tra bambini e borse a cui proviamo a chiedere se ci liberano qualche posto, sarà la nostra abbronzatura da cicliste, sarà che fino a ieri pedalavamo otto-dieci ore ogni giorno, sarà che sono passati due mesi quasi da quando siamo partite.

Chiudo gli occhi. Sotto le palpebre saltellano le immagini delle ultime ore, prima del border del Messico, l’ultima pedalata cominciata all’alba con un sole velato da nubi striate e una montagna bellissima che sembrava fatta con la carta delle montagne dei presepi. Una strada con due curve a gomito in 70 chilometri e poi solo una striscia di asfalto dritta a perdita d’occhio, caldo terribile, appena le nubi si diradano, e una nostalgia mista a sollievo perché laggiù cominciamo a immaginare già la fine. 

Mi sforzo di ricordare tutti i momenti in cui ho maledetto l’idea di questo viaggio perché adesso con l’arrivo laggiù, i festeggiamenti dietro l’angolo e la retorica della vittoria, è troppo facile crogiolarsi nel piacere.

Ogni singolo schifoso bagno, ogni doccia in cui mi si sono rattrappite le dita dei piedi dallo schifo, ogni hamburger ingurgitato anche se era secco e le patatine riscaldate, quella volta che doveva esserci un ristorante e non c’era niente e abbiamo mangiato una fetta di pane con la marmellata che era l’unica roba che avevamo e la fatica mostruosa di spingere su uno sterrato irto come un muro la bici da trentacinque chili con le scarpe che sdrucciolano sulla terra e sui sassi e la mano destra che per la prima ora di bici si addormenta e il punto morto nel mezzo delle spalle subito sotto al collo con il sudore ghiacciato e le gambe di cemento e il paesaggio sempre uguale per ore e questa America che fa schifo e i recinti che non fanno più migrare le alci d’inverno e il sacco a pelo mummia e il vento contro e le città abbandonate e le lattine di birra buttate dalle macchine in corsa e le pedalate di taglio sugli stinchi e le zanzare e le zanzariere rotte e i cerotti per provare ad aggiustare le zanzariere e I can’t help you e le pistole e le mucche col numero tatuato a fuoco sul fianco e la grandine e i pini malati e i pini bruciati e nemmeno un albero per mangiare solo cespuglietti a perdita d’occhio e ancora una salita quando ti avevano detto che era tutta discesa e stai pedalando da nove ore e di salite ne hai fatte così tante che questa, signori, questa è una vera assoluta ingiustizia.

Io in questo viaggio, Io lo devo dire, mi sono adattata e ho resistito a cose che a me la resilienza mi fa una pippa. Anche se, lo devo ammettere, prima di essere nominata Regina universale della resilienza, ho usato dei trucchi. Ho tenuto in una tasca segreta tutte le cose belle che succedevano e le ho ripescate, come una figurina, come una caramella, ogni volta che stavo per crollare.

Ho tenuto le mucche fifone che scappavano al nostro passaggio, il piccolo orso che correva, i due cerbiatti fermi davanti a noi. Ho tenuto gli abbracci di Silvia quando non ce la facevo più e il suo sorriso quando mi aspettava più avanti per fotografarmi. Ho tenuto le discese che asciugavano il sudore e la fatica. Ho tenuto cinque minuti di stelle nel deserto prima che sorgesse la luna rossa all’orizzonte. Ho tenuto le mie gambe forti all’improvviso e inaspettatamente, come se avessero una benzina che non conoscevo. Ho tenuto il piacere di sdraiarmi, allungare la schiena e sentire i muscoli arrendersi. Ho tenuto l’eleganza delle donne con le pistole al rodeo. Ho tenuto il più bel motel del mondo a Butte. Ho tenuto una pizza col pomodoro San Marzano. Ho tenuto la luce dolce del sole al tramonto sulla cima delle montagne sopra a un canyon strettissimo con un fiume ruggente che scorreva sotto. Ho tenuto i fuochi che ho acceso ogni volta che potevo, con la legna da trovare in giro e i piccoli ramoscelli asciutti per accendere. Ho tenuto la notte in tenda a leggere Baol di Benni ad alta voce per Silvia perché eravamo troppo stanche per dormire. Ho tenuto tutti i cani che venivano a farsi accarezzare e quelli che passavano in piedi dietro i pickup. Ho tenuto una birra fredda. Ho tenuto il cielo azzurro con le nuvole enormi. Ho tenuto la doccia calda e le calze asciutte e pulite. Ho tenuto gli spazi infiniti che mi ricordavano qualcosa ma non so cosa. Ho tenuto la torta più buona del mondo a Pie Town. Ho tenuto le lavanderie a gettoni e i vestiti tiepidi e profumati. Ho tenuto la faccia di un ingegnere che ci ha aiutato per strada. Ho tenuto le insegne cadenti dei motel. Ho tenuto il sollievo della pioggia che smette. Ho tenuto la sensazione di non essere sola. Ho tenuto il sollievo di essere amata e quindi di poter andare per il mondo. 

Qualcuno picchietta con le unghie, da fuori, sul vetro della finestra mentre sto dormendo. Dopo tre giorni, a Los Angeles, ancora sogno di dovermi mettere in bici e partire e se vedo qualcuno che passa per strada pedalando lo guardo con un misto di invidia e di arroganza: ehi, mi viene da dirgli, guarda che io sono stata selezionata per il premio Regina universale della resilienza, lo sai?

MISS ITALIA 1924

MISS ITALIA 1924

Se nel 1924 ci fosse stato un concorso di Miss Italia che anziché misurare seno-vita-fianchi avesse misurato la forza, la caparbietà e il coraggio, Alfonsina Strada avrebbe indiscutibilmente indossato la fascia e il diadema di vincitrice.

Invece Alfonsina, Fonsina per tutti, non aveva vinto un bel niente, era una donna sbagliata, che non si era mai preoccupata di prendere le misure prima di fare, una matta come dicevano tutti.
Ma lei si sentiva una vincitrice comunque, anche se le urlavano puttana mentre passava con la sua bici e i pantaloncini corti. Lei era una vincitrice perché dopo mille tentennamenti avevano deciso di farla partecipare al Giro d’Italia. Con gli uomini. La matta.
Del resto come poteva non sentirsi una vincitrice lei che era cresciuta a Fossamarcia, che aveva nove fratelli, che suo padre faceva il bracciante ma doveva andare in giro a chiedere l’elemosina, che sua madre faceva la sarta ed era sempre incinta…

Ora si trattava di arrivare alla fine del Giro e dimostrare a tutti di che pasta era fatta, la matta.

Da quando aveva dieci anni e suo padre aveva portato a casa la prima bici da uomo, lei che non aveva mai avuto bambole né sogni, aveva cominciato a immaginarsi un giorno su un podio con medaglie scintillanti e gli applausi di tutti. Ma prima delle medaglie e degli applausi c’era la semplice voglia di andare, di pedalare, di correre come il vento.

«Lascia giù quella bici e vai a Messa!».
«Lascia giù quella bici e aiutami a rammendare!».

A rammendare poi aveva imparato davvero, era anche considerata una brava ricamatrice, ma quell’arte le era servita soprattutto per ricucire con estrema perizia le sue camere d’aria bucate. E anche quando da vecchia, ormai non più corridora, aveva aperto a Milano un laboratorio per riparare le biciclette, la sua specialità era insegnare ai ragazzi come usare ago e filo.

Ho pensato qualche volta alla Fonsina mentre pedalavamo sugli sterrati più polverosi, in Montana, in Wyoming; mentre vedevo le mie compagne davanti a me sparire nella nebbia alzata dalle jeep e dai pickup che ci superavano, mentre cercavamo di toglierci lo sporco che ci si era appiccicato addosso, la terra, il grasso della bici. Mi è sembrato spesso che il nostro viaggio attraverso gli Stati Uniti fosse un po’ un viaggio nel passato, al tempo in cui il ciclismo era qualcosa di sporco, reietto, faticoso ai limiti del disumano, i tempi di Alfonsina. Ho pensato alle sue gambe potenti che l’hanno portata fino alla fine del Giro, massacrata, piena di tagli e cicatrici. Ai suoi occhi con la congiuntivite che si arrossavano per la polvere e la fatica. Anche noi siamo cadute, ci siamo riempite di botte e graffi le gambe, abbiamo invocato speranzose che lo sterrato si trasformasse in asfalto, siamo morte di sonno alle otto di sera per tutte le salite infinite che ogni giorno abbiamo scalato.

E quindi questo lungo viaggio in un paese oltreoceano è anche per Alfonsina, che negli Stati Uniti non c’è mai potuta venire; per l’aria fresca che l’ha colpita in faccia la prima volta che ha spinto sui pedali e non si è fermata più, per tutte le volte che non è andata a Messa, per ogni volta che ha stretto i denti, quando la insultavano, ed è andata avanti, perché ha finito il suo Giro e sessanta uomini hanno mollato, per quella fascia e diadema che avrebbe meritato come Miss Italia 1924.
Che poi un diadema Alfonsina ce l’aveva davvero. Glielo aveva regalato uno zar, negli anni in cui aveva girato l’Europa e aveva avuto successo esibendosi in spettacoli di acrobazie con la sua bici.
Le vicine raccontavano che se lo metteva una volta all’anno. Il giovedì grasso. Andava in giro pavoneggiandosi e raccontando storie assurde, ogni volta diverse.
La matta.

TEX WILLER, PACO RABBANE E FRIDA

TEX WILLER, PACO RABBANE E FRIDA

Questo è un tatuaggio cholo, dice l’uomo indicando il suo braccio, io sono un cholo. Un gangster. È appoggiato al muro e cerca di darsi un contegno da duro, in realtà appena si distrae gli viene una faccia da buono, con degli occhi dolcissimi. Siamo fuori dal Cacho Wash, un edificio nel mezzo del deserto con una pompa di benzina, un piccolo grocery e soprattutto una enorme lavanderia a gettoni, vero centro di attrazione di tutta la zona. L’uomo è un indiano Navajo, e viene qui ogni tanto per incontrare gli amici, dice, noi campeggeremo insieme ad altri ciclisti in un’area vicino alla pompa di benzina, di fianco a un vecchio vagone del treno con un enorme scritta Santa Fé sulla fiancata. 

Abbiamo appena beccato la tempesta perfetta: fulmini, secchiate di pioggia, vento e grandine, abbiamo provato a ripararci buttandoci ai lati della strada, coprendoci la testa e le spalle con una delle borse da bici perché la grandine, palline di cinque-sei millimetri che piovono giù a duecento all’ora, fa veramente male. Le rare macchine intanto ci sfrecciano di fianco a tutta velocità alzando onde altissime, totalmente incuranti della nostra disperazione. Appena la grandine diminuisce proviamo a pedalare più veloce che riusciamo sotto a scrosci d’acqua che in discesa diventano torrenti.

Quando da lontano avvistiamo l’insegna dello Chaco Wash ci sembra il paradiso. Ci mettiamo vestiti asciutti, ci prendiamo un the caldo, buttiamo tutte le cose bagnate e le scarpe nell’asciugatrice, ci sediamo nella lavanderia assieme a famiglie di indiani con sacchi così grandi di roba da lavare, e poi asciugare, che staranno qui una settimana, bambini che disegnano coi gessetti colorati su una lavagna, due televisori sintonizzati uno su un canale di food e l’altro sui cartoni animati.

Mentre aspettiamo che la nostra roba si asciughi carichiamo i cellulari, mangiamo dei vermi gommosi che abbiamo comprato nella grocery, guardiamo con un occhio la gara di cuochi che cucinano carne alla griglia e con l’altro i cartoni animati ideati da sceneggiatori probabilmente sotto acido.

Quando usciamo per andare a montare la tenda finalmente ha smesso di piovere, il nostro amico cholo è appoggiato ancora lì, al muro, guarda davanti a sè pensieroso e fuma, appena ci vede ci sorride e prova a riattaccare discorso. Due cani cominciano a gironzolarci attorno in cerca di cibo, un maschio baldanzoso e una femmina spaventatissima, con la coda fissa tra le gambe. Decidiamo di chiamare lui Paco Rabbane perché ha un’aria da sciupafemmine e lei Frida perché è messicana e sembra aver passato tante disgrazie; gli diamo il tacchino del giorno prima che abbiamo avanzato e poi dei pezzetti di formaggio che divorano come non mangiassero da mesi.

La sera torniamo nella lavanderia per usare il bagno e farci una tisana, usando l’acqua bollente dell’angolo caffè della grocery; le lavatrici lavorano ancora a pieno regime, uomini e donne se ne stanno mollemente seduti sulle sedie di plastica in attesa, qualcuno fissa l’oblò, qualcuno segue senza interesse l’ennesima gara di barbecue. 

I Navajo, come tutti gli altri nativi americani, prendono sovvenzioni statali ma, ci dice l’amico cholo, siamo talmente in tanti che se li intascano in pochi, e in effetti basta fare una rapida ricerca per trovare notizie su milioni di dollari intascati impropriamente dall’amministrazione indiana anziché essere distribuiti per aiutare i giovani con il college e gli anziani indigenti. 

Il tatuaggio raffigura una donna bendata e il nostro amico ci racconta che significa che ogni uomo deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni, in realtà mentre l’uomo continua a raccontare del suo clan e degli amici che stanno arrivando io penso a Tex Willer, che mio fratello collezionava quando eravamo piccoli, alla moglie di Tex Willer appartenente a una tribù Navajo, alla fierezza dei copricapi e del portamento dei guerrieri indiani a cavallo, alla frecce scoccate con precisione inesorabile, ai gilet di pelle su torsi nudi muscolosi contro le pance gonfie di alcol sotto alle magliette bucate di adesso, e penso che quella donna bendata si stia semplicemente risparmiando tutto questo presente in attesa di un futuro migliore.

Quando stiamo andando a dormire l’amico cholo è ancora appoggiato al muro. Fuma. Mi sa che oggi i suoi amici non verranno.

MA SA FARE UNA TORTA?

MA SA FARE UNA TORTA?

Ma sa fare una torta? Mi chiede quel cretino di giornalista, ma che domanda è? Alla fine dell’intervista poi, come se fosse la ciliegina sulla torta, appunto torta, sa fare una torta? Queste sono le cose che mi mandano in bestia, anche se George dice di non prendersela, non stare a sentirli dice, sai che la gente non ama le donne intraprendenti, non stare a sentirli dice, è solo un giornalista cretino. George, lui sì, sa fare torte buonissime, lui. E non fa differenze tra cose da uomo e cose da donna, non traccia linee tra quello che si può fare e quello che non si può fare. Sa fare una torta? Dio che nervi, come si fa a stare calma di fronte a tutta questa tracotanza. E poi dopo avere per ore elogiato il mio coraggio, ma che donna ardimentosa, che intraprendenza, te ne esci con la storia della torta? Ah davvero? Davvero pensi che ci voglia tutto sto coraggio a pilotare un aereo? No, mio caro signor giornalista ci vuole molto più coraggio a stare ogni giorno in ospedale, a fare l’infermiera, a fare quello che facevo prima. Ci vuole molto più coraggio a stare a guardare la morte in faccia, ogni giorno. A guardare negli occhi pieni di orrore i soldati che tornano dalla guerra, che non sanno nemmeno perché li hanno buttati a combattere; mutilati, devastati nel corpo e nello spirito, che vogliono solo un tuo sorriso per immaginare, per qualche secondo, tornare a credere, che ci sia qualcosa di piccolo e di buono nel mondo. Che tutto non si riduca a una carneficina di uomini innocenti buttati a combattere per conquistare, annettere, espandere. Solo un sorriso. E tu sorridi.

Ci vuole molto più coraggio a tenere la mano di un uomo che sta per morire, a cullare un bambino tremante per la febbre, un bambino che dovrebbe avere tutta la vita davanti e invece non avrà che poche ore. E tu signor giornalista mi chiedi dove prendo il coraggio di volare a cinquemila metri da terra? Quando mi stacco da terra e vedo tutto quello spazio libero, i confini, gli steccati, le righe su un foglio per dividere, le domande idiote e uomini e donne, o di qua o di là, tutto sparisce. Tutto il dolore e le ingiustizie mi scivolano via e posso finalmente respirare. No, no, caro signor giornalista nessun coraggio, solo un impellente, irreprimibile desiderio di respirare e spingermi sempre più lontana dal dolore, dalla morte. No. Non ho paura. Non mi fa paura morire, mi dispiacerebbe, ma non ho paura. Mi fa più paura non avere il coraggio di vivere. Vegetare, terrorizzati da tutto, come quei soldati. E mentre spingo il mio aereo sulla pista di decollo sorrido. Sorrido a me stessa, come sorridevo in ospedale, sorrido come a dirmi che qualcosa di grande e di infinitamente buono è lì per me. E rido, appena mi stacco dal suolo, rido di quel cretino di giornalista che si allontana e diventa un puntino e rido di tutte le torte che non so cucinare, di tutte le domande a cui non so rispondere.*

 

Pedaliamo nel sud del Colorado, nelle immense praterie desertiche, per ore e ore il paesaggio rimane lo stesso, sotto un cielo opaco per il caldo e per gli incendi lontani. Le mucche placide sono le uniche testimoni del nostro passaggio. In lontananza si cominciano a intravedere accampamenti con roulotte a cui si accede attraverso lunghissime vie che partono dalla strada sterrata principale. Le vie si chiamano Apache trail, Cheyenne road, Black Feet trail. Dopo qualche ora comincia a sorgerci il dubbio che da qui partano le riserve indiane, che quelle roulotte in lontananza siano accampamenti di nativi americani. La sera faccio un po’ di ricerche sfruttando il lento Wi-Fi del locale in cui ceniamo, e trovo conferma ai nostri sospetti: le riserve cominciano da qui anche se sarà nei prossimi giorni, in New Mexico, che ci addentreremo nelle aree con la storia di antiche battaglie e di indiani contro yankee. Di indiani e cowboy è piena la mia infanzia: gli indiani assolutamente cattivi e i cowboy bianchi, belli, un po’ dannati al limite, ma assolutamente buoni. E poi da adolescente invece i bianchi tutti cattivi e gli indiani povere vittime di genocidi e invasioni spietate. E Balla coi lupi e L’ultimo dei moicani. Penso alle loro riserve, protezione e esilio, alle sovvenzioni statali, al tasso di alcolismo, la disoccupazione, ai confini che rassicurano e soffocano. Agli indiani del passato, a cavallo con le piume in testa e i segni di guerra sul viso e ai nuovi indiani, con la pancia, che aspettano sonnecchiando su una sedia della lavanderia a gettoni, che la lavatrice abbia finito.

Indiani e cowboy, i buoni e i cattivi, questo bisogno stupido di sapere una volta per tutte cosa è giusto e cosa no, cosa deve stare dentro e cosa deve stare fuori, cosa è da uomini e cosa da donne, e la destra e la sinistra, e l’Inter e il Milan, e i vegani e i carnivori. Schierarsi, avere ragione. Oppure camminare sui confini, cambiare idea, avere dei dubbi.

Pedaliamo con le mucche come uniche spettatrici del nostro passaggio, valicando decine di cattle-guard, le griglie di metallo messe lì per impedire a qualche mucca ribelle di uscire dai propri confini. 

 

Amelia Earhart (1897- 1937)
La più famosa aviatrice della storia, mise da parte i suoi guadagni di infermiera ed assistente sociale, per pagarsi le lezioni di voli ed acquistare il proprio aereo personale. Nel 1922 stabilì il record d’altitudine per un’aviatrice donna, con il primato di 4.300 metri d’altezza. Nel 1932 riuscì nell’impresa di attraversare l’oceano con il primo volo transatlantico in solitaria, compiuto da una donna. Cinque anni dopo tentò la circumnavigazione intorno al mondo, ma scomparve misteriosamente nel Pacifico centrale, senza che il suo corpo e il suo aereo fossero mai ritrovati. Alla celebre aviatrice è stato dedicato nel 2009 il film Amelia.

 

SAI, LA GENTE È STRANA

SAI, LA GENTE È STRANA

Arriviamo a Ovando nel tardo pomeriggio, non ci sono stanze nell’unico albergo del paese, non c’è un campeggio; ci consigliano di dormire nella vecchia prigione che ora è diventata ricovero per i ciclisti di passaggio sulla Great Divide. Portiamo le nostre cose lì, cominciamo a sistemarci per la notte. Di fronte alla piccola prigione una casa, una vecchia casa di legno, con delle finestre che danno sulla strada, così piena di cose che sembra stia per esplodere. Davanti alla casa un uomo che sembra avere centoventi anni, e un cane. Immobili, seduti uno di fianco all’altro. La mattina ci svegliamo, cominciamo a prepararci per partire e l’uomo e il cane sono sempre lì. Immobili. Per fugare il dubbio che siano morti da mesi e nessuno se ne sia accorto, Silvia va a chiedere se può fargli una foto. L’uomo emette dei suoni che lei interpreta come: sì, certo, non vedevo l’ora di farmi fare una foto da te. Il cane annusa una gamba di Silvia. Quindi sono vivi. Forse solo non riescono più a entrare dentro casa; l’uomo, che da vicino avrà al massimo sessant’anni, si è fatto prendere un po’ la mano e ormai cosa vuoi fare?

 

Siamo alla cassa, abbiamo comprato il cibo per il prossimo giorno e mezzo in cui non incontreremo centri abitati, all’improvviso un mal di pancia di quelli da sudore freddo. Chiedo un bagno e mi indicano l’angolo in fondo al supermercato a destra. Arrivo quasi di corsa; nei bagni delle donne ci sono due scomparti con le porte di quelle aperte sopra e sotto, non il massimo dell’intimità. Apro quella dello scomparto donna / portatore di handicap che mi ispira più fiducia. Dentro una donna che ha dimenticato di chiudere. Sorry, mi dice sorridendo. È seduta sulla tazza, appoggiata comodamente con la schiena al muro e legge un libro. Nel bagno del supermercato. In fondo a destra. Con la porta aperta.

 

Facciamo dei gesti al quad che arriva di fronte a noi per farlo fermare. Vogliamo avere delle informazioni sulla strada che finora si è rivelata faticosissima. Dopo giorni di pietre, ghiaia, buchi, da qualche giorno fatichiamo soffrendo sul tôle ondulée, come lo chiamano in Africa, o washboard, come lo chiamano qui. Cunette regolari create dal passaggio delle auto sullo sterrato. Se non l’avete mai provato è un’esperienza che dopo qualche ora può mandare fuori di testa, salta il cervello dentro la testa, gli organi dentro il corpo. Il quad si ferma in una nuvola di polvere, ci avviciniamo e la donna anziana alla guida ci spiega che ha da poco visto passare dei nostri amici in bici. Le chiediamo della strada, di quanto chilometri mancano. Lei comincia a ragionare, si perde in lunghe spiegazioni, poi all’improvviso si blocca come folgorata: là, indica, là, un orso! Ci giriamo tutte fulminee a guardare il punto che ha indicato, Silvia e Ramona scattano a prendere le videocamere. Cerchiamo di mettere a fuoco il punto, la signora ha ancora il braccio teso, l’indice sicuro a puntare una massa scura ai lati della strada. Dopo qualche secondo ci rendiamo conto che l’orso è in realtà un tronco. 

Signora tranquilla è un tronco, non un orso.

No, no, ragazze vi sbagliate è proprio un orso.

Signora è un tronco.

È un orso.

È un tronco.

Niente, andiamo via con la signora che cerca di trattenermi per un braccio per convincermi che quello è un orso, che gli orsi possono stare fermi per ore. Vorrei convincerla a cambiare occhiali o fare un trattamento di disintossicazione dall’alcol, ma non vorrei essere scortese e la saluto mentre lei è ancora lì col braccio che sbraccia e l’indice che indica.

 

Gli ostelli sono posti in cui trovi gente che probabilmente non esiste più in nessuna altra parte del mondo, a parte negli ostelli, appunto. Un po’ come certi professori del liceo, che non potevi immaginare avessero una vita normale al di fuori della scuola, con quei vestiti lì e quei capelli unti. Appena entriamo nell’Ostello di Salida, bellissimo paesino nel sud del Colorado, ci accoglie un uomo sui cinquanta, iraniano, con una bella barba nera e il sorriso stampato perennemente sul viso, tipo: ma che bello vivere negli ostelli, solo noi che viviamo negli ostelli sappiamo goderci la vita ed entriamo in contatto vero con le persone. Sta cucinando broccoli nella cucina, che poi diventa sala, che poi diventa ingresso e quindi veniamo subito investiti dal delicato profumo della crocifera, oltre che dal suo buonuomore. Lui si muove come se vivesse lì da sempre, probabilmente è arrivato da cinque minuti, con lo strofinaccio sulla spalla ti spiega come usare la lavatrice e fa gli onori di casa. La sera accorda la chitarra con una app dell’iPhone per poi strimpellare per ore degli arpeggi che impari alla seconda lezione di chitarra, intercettando chiunque passi per entrarci in un contatto profondo e distillare qua e là, nel discorso, profondissime massime di vita. 

Never growup, dai retta a me, che se cresci sei perduta, dice guardandoti coi suoi scurissimi occhi iraniani.

 

Sì, lo so, vostro onore, è difficile da credere ma ho come testimone oculare Ramona. Uno scoiattolo ieri, uguale identico a Cip di Topolino, prima del passo Carnero, è scappato su una roccia al nostro passaggio ma poi si è fermato a guardarci e ci ha fatto ciao con la zampina. Non l’ha mossa e basta, ci ha fatto proprio ciao. E qualche giorno prima un cavallo a una nostra domanda se la strada fosse giusta ha fatto sì con la testa. E una mucca a cui Ramona ha urlato: ciao bella, ha ciondolato la testa, come per schermirsi, le mucche del Colorado sono timide. Lo giuro vostro onore non è la stanchezza, non è la fatica. Lo giuro. Ho qui una testimone che lo può provare.

PERCHÉ ANDARE SU MARTE QUANDO ESISTE IL MONTANA?

PERCHÉ ANDARE SU MARTE QUANDO ESISTE IL MONTANA?

Credo che Dante abbia dimenticato di scrivere il girone infernale dove tutti devono stare nei sacchi a pelo mummia.

Sono passati venti giorni dalla nostra partenza e ancora non mi rassegno, si sì lo so che è fatto per mantenere il calore a temperature molto rigide, che è l’ideale per il nostro viaggio, ma mi sento prigioniera. Come una farfalla che gli va stretto il bozzolo, come un neonato che non respira nella sua fasciatura, come una mummia, appunto, precocemente destinata a un’immobilità eterna; con una voglia di muovere le gambe, allargarmi, un impulso irresistibile di mettermi a quattro di bastoni che ovviamente nel mio letto di casa non mi prenderebbe mai. 

E tutto quello spazio angusto, sacco a pelo mummia, tenda microscopica che bisogna girarsi sincronizzandosi per non scontrarsi, ma che così pesa poco e possiamo portarla in bici, fa a pugni con la sensazione che lo sguardo incontra appena cominciamo a pedalare. 

Spazi enormi come non ne ho mai visti prima, in cui l’occhio incredulo si perde, in cui sembra si possa respirare più profondo, spazi sconfinati verrebbe da dire, se non fosse che è tutto uno steccato, filo spinato, griglie metalliche a terra per dividere i pascoli e non far passare le mucche. Spazi sconfinati pieni di confini. 

Ma mi sembra di capire perché questo spazio possa ispirare tanti sogni e forse anche tanta paura. Per un attimo, dopo avere percorso centinaia di chilometri e aver trovato solo cespugli, mucche, e vuoto e ancora vuoto in cui perdersi mi chiedo perché dovremmo cercare spazio su Marte quando il Montana potrebbe risolvere i problemi di sovrappopolazione di tante parti del nostro pianeta.

Le nostre tende poi sono davvero ridicole appena cominciamo a montarle nei campeggi e ci guardiamo in giro. Se ci eravamo stupite dei bellissimi campeggi canadesi, e di quelli del nord del Montana, se ci era sembrato tutto sovradimensionato, dall’ascia agli enormi camper, appena approdiamo nel Wyoming quegli altri diventano dei dilettanti. Qui i camper sono dei pullman, quelli con cui da noi vai a fare le gite in sessanta. Loro ci dormono in quattro e per non stare stretti attaccano dietro il carrello per portarsi le bici, mica che siano d’intralcio nel salone del ballo delle debuttanti. 

Camminiamo verso i bagni sempre più sconvolte dalla follia di questi americani che si portano dietro la casa; chi dietro il pullman ha attaccato la macchina, chi si è portato nel carrello l’Harley Davidson, chi ricostruisce recinti anche qui per farci scorrazzare i cani che nel campeggio devono stare al guinzaglio. Bambini che girano con mini moto, adolescenti che guardano un film di John Wayne seduti davanti allo schermo tv che si apre sul fianco del pullman, donne in bagno che si piastrano i capelli o con la testa piena di bigodini si truccano che io manco per il mio matrimonio.

Dopo giorni di secco, praterie, pranzi disperati sedute per terra sotto il sole, bagnandoci la testa con l’acqua delle borracce perché non c’è nemmeno un albero nel raggio di centinaia di chilometri, questo improvviso ritorno alla civiltà ci dà alla testa. Giriamo per il negozietto del campeggio comprando ridicoli souvenir, la nutella, l’olio. Laviamo tutto quello che abbiamo, i guanti da bici, dio mio, i guanti, nella enorme lavanderia a gettoni. Mangiamo la pasta e non la troviamo nemmeno male, a parte che la carbonara ha dentro i piselli, i peperoni, i pomodorini e qualsiasi cosa a caso basta che non sia prevista nella ricetta originale. Al cameriere diciamo solo: siamo italiane, sa la pasta, se si potesse avere non over cooked…

Stasera ultima notte nel campeggio civile poi si torna ai nostri campeggi wild con la legna da raccogliere, la sveglia l’alba e le cassette di metallo anti orsi.

Ora scusate ma vado a stirare il vestito elegante, ho un invito per una serata di gala nel pullman della piazzola 131.

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DIARIO DI BORDO

DIARIO DI BORDO

Solanum baretiae. Il solanum baretiae è una specie sorprendente con corolle pentagonali relativamente grandi nei toni del viola, del giallo o del bianco. La specie è simile al Solanum chimborazense, ma differisce per avere fiori più grandi, più fiori per infiorescenza, e diversi tipi di pubescenza sui filamenti.

Diario di bordo. Nave Étoile, Rio de Janeiro, 26 luglio 1768

Da qualche giorno il comandante Bougainville mi rivolge domande insistenti, i membri dell’equipaggio sono passati da sguardi sospettosi a battute pronunciate a mezza voce e strizzatine d’occhi tra di loro mentre passo sul ponte. Ho sempre più timore di venire scoperta ma dobbiamo tenere i nervi saldi, le conseguenze potrebbero essere gravissime, sopratutto per Philibert.

L’arrivo a Rio de Janeiro non è stato facile, allo sbarco alcuni marinai sono stati assassinati in una rissa, ma dopo qualche giorno ci hanno assicurato che non eravamo più in pericolo e siamo riusciti a scendere. In realtà sono scesa solo io, con alcuni uomini, perché Philibert è confinato sulla nave da settimane, sta male, soffre il mare e ha un serio problema alla gamba, un’ulcera che non guarisce.

Ad ogni modo sono riuscita a perlustrare la zona molto dettagliatamente e a raccogliere numerosi campioni.

In particolare molti esemplari della fioritura di una pianta che ha esaltato Philibert, non avevamo mai visto nulla di simile, abbiamo deciso di chiamarla bougainvillea in onore del nostro comandante.

Philibert ogni giorno ha parole di grande affetto per me, è fiero della mia resistenza e del mio coraggio. La sera ci mettiamo a catalogare e classificare tutti i ritrovamenti ed è il momento più bello, quello che mi ripaga di tutta la fatica. Tutti dormono, la nave è attraccata e si muove dolcemente, le nostre teste si sfiorano chine sul grande libro, sento il suo respiro mentre intinge il pennino e per qualche secondo rimane incerto, poi verga sulla carta ruvida il nome che ha scelto.

Da bambina andavo con mio padre alla ricerca di erbe officinali, lui aveva ereditato da suo padre la capacità di riconoscerle e la sapienza nel miscelarle e dosarle come medicine. Tante persone venivano da noi quando i loro figli avevano una brutta tosse, mal di stomaco, mal di testa. E lui aveva sempre una pozione, un piccolo cartoccio che consegnava nelle mani del genitore preoccupato. Ogni mattina quello era il nostro momento, ci infilano degli stivali e andavamo alla ricerca, camminando in silenzio e appoggiando le erbe delicatamente in un cestino, quando ero incerta sul ritrovamento gli porgevo la pianta, lui la esaminava e poi a volte annuiva, a volte dissentiva e la buttava a terra. Quando aveva cominciato a stare male andavo io, ormai esperta da sola, a raccogliere le erbe. Poi all’improvviso era morto, le sue pozioni non aveva funzionato con lui, e io avevo continuato ad andare per prati la mattina presto perché era un modo per sentire meno il dolore e ritrovarlo nel silenzio dei mie passi.

Ieri Philibert ha vergato il mio nome sotto un fiore molto bello che ho trovato qualche giorno fa. L’ha chiamato Solanum baretiae, in mio onore. Io ho ringraziato ed ero onorata, ma in cuor mio l’ho dedicato a mio padre quel bellissimo fiore che a volte è viola, altre volte giallo. A tutte le mattine che abbiamo camminato insieme, nel freddo dell’inverno, nei primi tepori dell’estate.*

Diario di bordo della bicicletta di Linda, 26 luglio 2018

Silvia in questo viaggio si ferma spesso a fotografare i fiori, non l’ha mai fatto nei viaggi precedenti e questo mi incuriosisce. È faticoso fermarsi, spesso su una salita o mentre si è lanciati su un rettilineo; appoggiare la bici, tirare fuori la macchina, appostarsi. Rallentare, respirare, prendere tempo. Dopo qualche giorno ho cominciato a farmi un film, mi sono immaginata che tutta quella determinazione nel volersi fermare, unita alla delicatezza con cui coglieva i fiori senza strapparli, fosse una dedica, una dedica silenziosa alla sua mamma che ricordo faceva mazzolini bellissimi quando andava a passeggiare. Una volta mi ha mandato un sms per il mio compleanno con una foto di un mazzetto di coloratissimi fiori di campo, in un barattolo, appoggiato sul tavolo della sua cucina. E mi sono tenuta questo film, di una donna che silenziosamente dedica le sue foto di fiori a un’altra donna che amava raccoglie piccoli fiori di campagna.

*Jeanne Baret è stata la prima donna della storia e circumnavigare la Terra. Assistente del botanico Philibert Commerson, Jeanne riuscì ad imbarcarsi per una spedizione in nave nel 1766 – in un’epoca in cui ciò era vietato alle donne – sotto il falso nome di Jean Baret, grazie a un travestimento da uomo. Smascherata due anni dopo a Tahiti dal comandante della nave, le fu concesso di proseguire la spedizione fino alle isole Mauritius, dove poco dopo Philibert Commerson morì e dove Jeanne aprì un cabaret. Lo stesso re Luigi XVI riconobbe il suo prezioso lavoro di botanica e le concesse una pensione annuale.

 

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EAT MORE BEEF

EAT MORE BEEF

Eat more beef dice il cartello appoggiato sul palco, alle spalle del cantante.

Siamo a Ovando (leggi Oveeendo) paesino con otto case e 71 abitanti, secondo Wikipedia, territorio in cui vivevano i Blackfoot, uno dei più famosi gruppi di nativi americani.

È sabato e in Montana tutti fanno festa, scorrono fiumi di birra, si lustrano gli stivali da cowboy e si sfoggiano fantastici cappelli; il gruppo suona pezzi country, si balla. 

Arriviamo da giornate di lunghissime pedalate, quattro giorni di foreste, passi, salite su terreni duri di pietre, sassi quando siamo fortunate, terra battuta quando si sfiora il miracolo. Nei pezzi rarissimi di asfalto veniamo prese da una sorta di folgorazione religiosa e ci azzardiamo ad affermazioni come: Dio esiste sotto forma di asfalto!

Tra il sudore delle salite, la tanta, tantissima terra che solleviamo e ci si appiccica addosso e il sollievo felice delle discese abbiamo incontrato decine di scoiattoli, marmotte, cerbiatti, un alce con le sue corna gigantesche e un piccolo di grizzly che ci ha attraversato la strada, poco più avanti, lasciandoci pietrificate. Siamo restate cinque minuti buoni immobili in mezzo al sentiero a guardarci intorno temendo l’arrivo della mamma grizzly, poi ci siamo fatte coraggio e suonando tutte cinque le campanelle anti-orso siamo ripartite, pedalando come matte con l’adrenalina alle stelle. Io, addetta d’ufficio alla spray, mentre pedalavo buttavo un occhio alla bomboletta agganciata sulla forcella della mia bici provando a calcolare quanto velocemente sarei stata in grado di: disarcionarmi dalla bici, impugnare la bomboletta, strappare la linguetta di sicurezza, direzionare, allargare le gambe per essere più stabile, spraiare e salvare tutte. 

Abbiamo visto un grizzly continuavamo a ripeterci poi, abbiamo visto un grizzly!

Poi i balli country, poi dormire in una vecchia prigione diventata rifugio per i ciclisti, poi imbattersi in un rodeo a Lincoln di donne che sparano con due pistole ai palloncini, poi perdersi di nuovo sui sentieri non segnati e pedalare per dodici ore fino a Helena, poi mangiare sfinite l’ennesimo hamburger che è l’unica cosa che trovi ovunque, eat more beef, eat more beef.

In Montana, ci dicono tutti con un certo divertimento, i manzi sono più delle persone: due milioni e mezzo di mucche per un milione di abitanti.

Ramona è l’unica che ha ceduto solo a una fetta di salame, una sera di fame disperata in campeggio, Silvia e la Pez hanno ormai mangiato ogni genere di carne: costine, bisonte, bistecche, pollo, manca l’alce e l’orso ma solo perché non li abbiamo trovati ancora in menù. Io vorrei essere non carnivora ma spesso l’alternativa è una lattuga dura e insapore su cui vengono versati litri di salsa. Ci provo, la prendo, e poi ammorbo tutte mentre mastico svogliatamente: che cosa mangiamo a fare l’insalata che è per il 96 per cento acqua e cito articoli che sostengono che coltivarla rappresenti uno spreco di risorse enorme; è anti ecologico, anti economico… Insomma per pietà delle mie compagne di viaggio prendo un hamburger e provo a non lamentarmi anche della carne.

Oggi giornata libera a Butte, la più grande città industriale del Montana tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento con le sue ricchissime miniere.

Abbiamo avuto la luce prima di Newyork, nel 1917 vivevano qui 91.000 persone dicono gli abitanti con grande orgoglio, ma è l’orgoglio di chi volge lo sguardo malinconico al passato perché ora sembra di stare, perlomeno nella parte storica di Butte, in una città fantasma, piena di decadenza e bellezza, con le case di mattoni, le scale antincendio, le scritte al neon e le strade che vanno su e giù come a San Francisco. Qui Wenders ci ha girato un film nel 2005 e non ti stupisci perché camminare per queste strade è come essere su un set. Nel pomeriggio la visita obbligata a quello che si autoproclama il Museo Mondiale delle Miniere da cui esci stanca solo a guardare le foto dei minatori, ci servirà da monito domani quando staremo per lamentarci per qualche salita di troppo…

Del resto le fatiche del viaggio sono come le fatiche del parto, si dimenticano nel giro di poco e ci si rimette in sella. Il passato è passato, la salita pesantissima del giorno prima è archiviata, si sedimenta nel corpo ma la mente smarrisce le preoccupazioni e le paure e si proietta sulla strada là in fondo. 

La bici non è una sport per malinconici e quindi ciao malinconica Butte noi si parte verso il futuro con le luci intermittenti dei tuoi neon a colorarci la schiena.

 

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GRATITUDINE

GRATITUDINE

18 Luglio 1894

L’uomo si fermò col suo carretto che ormai stava facendo buio. 

Pioveva una pioggia obliqua e Annie era ferma da quasi un’ora davanti a un tratto di strada allagato, inzaccherata di fango fino alle ginocchia. Aveva tentato di proseguire trascinandosi la bicicletta, strattonandola con tutta le forza che aveva nelle braccia, ma aveva dovuto rinunciare e ora era ferma nel punto in cui la strada cominciava a scendere, prima dell’avvallamento pieno di acqua e fango. Tornare indietro al paese più vicino era impensabile, era stremata ed era quasi notte. 

Si trovava, secondo i suoi calcoli, a 15 miglia da Singapore e per la prima volta dall’inizio del suo viaggio, iniziato dieci mesi prima, si sentiva senza forze, senza motivazioni, a un passo dal crollo, così stanca che stava per scoppiare a piangere davanti a quella campagna sconfinata, uguale da ore. 

Pensava a suo marito, alle scommesse fatte su di lei, ai suoi bambini, a tutte le donne che le mettevano forza nelle gambe mentre passava con la sua bicicletta, a una vecchia che le aveva stretto la mano a Nantes, a una bambina che le aveva dato una rosa nei sobborghi di un paese che non ricordava più, vicino al Nilo. Ne aveva passate di tutti i colori e non si era mai arresa ma ora, per qualche motivo, le sembrava impossibile superare anche questa, le sembrava impossibile credere che valesse la pena continuare. Sentì un grande vuoto, voleva solo buttarsi per terra, sfinita, e dire a se stessa e al mondo intero: non ce la faccio, mi arrendo.

L’uomo fermò il cavallo con un verso acuto; sembrava un contadino e aveva uno strano capello in testa con cui tentava di ripararsi dalla pioggia.

Annie infilò la mano destra sotto la giacca e toccò l’impugnatura di madreperla della pistola. Era spaventata e sollevata allo stesso tempo.

L’uomo le chiese qualcosa in una lingua incomprensibile e Annie rispose in inglese, l’unica lingua che conosceva e l’unica che poteva usare per non perdere la scommessa: Mi porterebbe a Singapore? Posso darle dei soldi!  Pausa. Singapore? S-i-n-g-a-p-o-r-e?

Xīnjiāpō? Domandò finalmente l’uomo, sorridendo sotto il suo cappello. Saltò giù dal cavallo e guardò a lungo la bicicletta di Annie parlottando tra sé e sé. Poi la sollevò a fatica e la caricò sul carretto, infine fece salire anche Annie sullo stretta panchetta del guidatore, mosse le briglie con un gesto secco e ripartirono. Annie cominciò a piangere silenziosamente, senza farsi vedere, sentì una gratitudine immensa per tutto; per il cavallo forte che la trascinava fuori da quell’incubo, per l’uomo gentile e il suo cappello buffo, per la pioggia che presto avrebbe smesso di scendere, per il sudore che sentiva sulle labbra. 

Chiuse gli occhi lasciando che il corpo assecondasse il dondolio della carrozza, con la mano che lentamente mollava la presa dell’impugnatura in madreperla, scivolando fuori dalla giacca.*

18 luglio 2018

Linda, Silvia, la Pez e Ramona stremate e avvilite dopo aver sbagliato strada tre volte si ritrovano tra Swan Lake e Seeley Lake davanti a una strada bloccata per il rifacimento del manto stradale. Non si può passare, affondereste nell’asfalto fresco ci dice un addetto ai lavori, tornate indietro. Rimangono attonite, senza sapere cosa fare. Dopo qualche minuto un uomo su un pick-up le affianca e si offre di caricare le bici e loro quattro, fino in fondo alla strada.

 

*Annie Londonderry partì dal Massachusetts nel 1894 in sella ad una bicicletta Columbia per ritornarvici solo 15 mesi dopo a testa alta dopo aver compiuto il giro del mondo e aver quindi vinto la scommessa che l’aveva spinta a partire: due facoltosi signori di Boston sostenevano apertamente che mai nessuna donna sarebbe riuscita ad eguagliare o migliorare l’impresa svolta da un uomo solo 10 anni prima. Annie rispose all’appello e, per l’occasione, imparò ad andare in bici. Lasciati a casa gonne lunghe e corsetti, partì portando con se solo un cambio di biancheria e una pistola. Arrivò fino in Cina, passando per Parigi, Gerusalemme, Singapore.

 

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LA PROSSIMA ESTATE A RIMINI A FARE L’UNCINETTO

LA PROSSIMA ESTATE A RIMINI A FARE L’UNCINETTO

È il quarto giorno, lunedì, stabiliamo dopo esserci consultate. Sono bastati quattro giorni per farci perdere totalmente la cognizione del tempo, complici anche i cellulari morti dopo i campeggi selvaggi senza acqua, luce e corrente, appunto. 

Nei campeggi molto selvaggi del Canada non c’è luce, non c’è acqua potabile, non ci sono docce, c’è un bagno che è un buco con un coperchio ma in ogni piazzola c’è un braciere bellissimo per fare il fuoco. 

Sei sei un vero canadese oltre ad avere un camper enorme, ma enorme che da fuori ti immagini di entrarci e trovarti nel salone con la scalinata del Padrino, hai due sedie pieghevoli per goderti il fuoco e una camicia a quadri, ma soprattutto e assolutamente un’ascia per tagliare in due i ciocchi di legna che puoi comprare all’ingresso del campeggio. Noi con le nostre tende minuscole, in piedi a rintuzzare il fuoco prodotto dai nostri ciocchi enormi, veniamo guardate con scherno e una certa superiorità. 

Nei campeggi devi riporre tutto il cibo e ogni cosa che abbia un’odore attrattivo per gli orsi; caramelle, dentifricio, bombole del gas, dentro una cassetta di metallo chiusa a chiave. Per sicurezza comunque devi avere sempre con te uno spray anti orso.

Io sono la responsabile dello spray, che è un po’ come la responsabile della sicurezza in ufficio, fai il corso ma speri sempre che non serva. Così io spero che quello spray non debba mai essere sganciato dalla forcella della mia bici. Lo spray è otto volte più potente di quelli usati dalla polizia, ha una gittata di quindici metri e fa molta più paura dei grizzly. 

In realtà i grizzly si sono tenuti alla larga, finora, dalle nostre bici, grazie ai campanelli anti-orso. Cinque campanelli: due io, due la Pez e uno Ramona, Silvia si è rifiutata, che per i primi due giorni hanno allietato la nostra pedalata facendoci sentire come in un alpeggio circondate da mucche ruminanti. Poi col passare dei giorni e nei momenti di fatica lo scampanellio ha cominciato a dare sui nervi a tutti. Fino ad arrivare al terzo giorno in cui anche l’irriducibile Pez ha strappato il suo dal manubrio al grido di fuck the bears! 

Il terzo giorno mette a dura prova più o meno tutte. Siamo pronte per affrontare l’Elkpass a 1900 metri, ci hanno preparate alle asperità del percorso ma spingere subito i trenta chili di bici su per una salita sterrata che sembra un muro ci spacca le gambe, ci toglie il fiato e ci fa dimenticare il pericolo orsi che solo la notte prima giravano a pochi metri dalla nostra tenda. L’entusiasmo però rimane alto, i posti sono bellissimi, il silenzio rotto solo dalle solite campanelle appese alle bici, la conquista del passo ci esalta. Ora dopo le foto di rito sotto alla porta in legno di Elkpass e dopo due ore di fatica dovrebbero attenderci lungi chilometri in discesa, così dice la mappa. In realtà come al solito le mappe sono menzognere, ma a questo argomento mi dedicherò nei prossimi giorni, e i cinquantacinque chilometri che ci aspettano sotto il sole cocente delle due del pomeriggio sono un’alternanza continua di salite e discese in cui ci lanciamo a rotta di collo, nonostante lo sterrato pieno di buche, per prendere l’abbrivio per la salita successiva.

È lì dopo la ventesima salita a picco, mentre la Pez stacca il campanello, che penso che la prossima estate la voglio passare a Rimini, su una sedia a sdraio, facendo l’uncinetto. O in alternativa, visto che ormai siamo senza i campanelli, mangiata da un orso che metta fine a tutte queste sofferenze, hashtagfuckthebears, hashtagriminieluncinetto.

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