IMBARCO IN NORMANDIA

IMBARCO IN NORMANDIA

Plumbeo.
Cirri, nembi, cumuli, strati, si sommano e sottraggono in un cielo che raramente lascia spazio a qualche raggio di sole. Pedaliamo come rabdomanti all’incontrario, sperando di non trovare l’acqua, inseguendo le tracce nel cielo di un possibile sereno.
Plumbeo, è l’aggettivo che accompagna la nostra osservazione del cielo la mattina prima della partenza, da almeno una settimana, ma oggi, grazie alle nostre giacche nuove per la pioggia, plumbeo suona un po’ meno sinistro.
Lasciamo Parigi all’inseguimento della famosa Avenue Verte, la ciclabile che dovrebbe condurci a Londra, partiamo di buona lena ma dopo una ventina di chilometri di periferia degradata, murales colorati e uomini che fanno jogging lungo il canale, siamo costrette a fermarci. Una chiamata dall’albergo di Parigi ci avvisa che abbiamo dimenticato il passaporto in reception. Silvia prende un treno e io rimango a Saint Denis con le bici, sembra la soluzione più veloce e logica per non perdere l’intera giornata. Il piazzale della stazione, che dopo un breve giro pare essere il posto più sicuro, sembra un mercato negli slum di Nairobi, lo slargo è affollato di piccoli capannelli di uomini di colore; chi spaccia, chi chiacchiera aspettando qualcuno o qualcosa, chi si ingegna cuocendo mini spiedini su griglie improvvisate appoggiate a carrelli del supermercato.
Sono l’unica caucasica in tutto Saint Denis, siedo in disparte in un bar cercando di sparire col mio pallore dentro alla mia sedia e fingendo di scrivere su un quaderno. Lo squallore delle due ore nella piazza comincia a entrarmi sotto pelle e il cielo minaccia pioggia, di nuovo, come se non bastasse. Arriva Silvia e ripartiamo ma la ‘giornata degrado’ non è finita e si conclude col pernottamento nel più squallido albergo del mondo, in una cittadina di cui scordo subito il nome, in cui c’è la più grande concentrazione di cinesi di tutta la Francia.
Ripartiamo la mattina cercando lungo la ciclabile che si snoda sulla Senna gli indimenticabili scorci che hanno ispirato gli impressionisti. Mi immagino Monet con il suo cavalletto e i colori alla ricerca del punto giusto sulla riva, tra il verde incontaminato, il punto giusto per farsi investire dalla bellezza del colore puro, dalla luce, della mutevolezza del paesaggio.
Ma oggi, dietro le fronde, mentre pedaliamo, sbucano solo cementifici e poli industriali con le ciminiere fumanti e l’unica cosa realmente impressionante è un rumore metallico, fortissimo, che ci accompagna per qualche chilometro.

Sorprese.
Le sorprese in Normandia sono molte, a cominciare dalle strade che ci aspettavamo tutte piatte (del resto la Normandia non dovrebbe essere un posto comodo per farci uno sbarco?) e che invece si rivelano dei continui saliscendi, alcuni piuttosto impegnativi. E poi le case dove capitiamo a dormire, due bed & breakfast bellissimi, uno pieno di quadri, l’altro di gatti. La prima casa è una villa di campagna piena di quadri e sculture di un pittore ottantaquattrenne. La moglie ha deciso di aprirla per ospitare viaggiatori da tutto il mondo, il marito è malato di parkinson e lei pensa che sia una bella idea essere circondati da stimoli nuovi ogni giorno.
Ceniamo con altri due ospiti su una tavola curata in ogni dettaglio, circondati da bellezza, arte, attenzioni speciali, cibo buonissimo.
L’anziano pittore si aggira a passetti per casa trascinando delle vecchie ciabatte finché decide di sedersi a capotavola e trasforma la cena in una serata surreale, fatta di silenzi e lunghi sguardi, di assenza e presenza. La moglie dice che lui non parla ma capisce tutto. Dopo cena ci porta a vedere lo studio dell’artista, riempito di opere fino al soffitto, riempito di donne viene da dire, perché il soggetto unico in mille varianti sono i corpi di donne nude disegnati, dipinti, il più delle volte fermati con un segno di matita fluido e ripetuto che cerca la forma; in mezzo alla stanza una poltrona: “sta seduto qui ore a guardare i suoi lavori, chissà cosa pensa…” dice la moglie mentre sta per uscire. Io sono attratta da un’opera in particolare e glielo dico nel mio francese stentato, lui si avvicina a passetti, mi fa un piccolo inchino, mi prende la mano e me la bacia. Non parla ma capisce tutto.

Lento.
Quando rientreremo a casa cercherò tra i miei libri La lentezza di Kundera. Mi è proprio venuta voglia di rileggerlo.
Dopo due settimane di esercizio quotidiano, sei, sette ore ogni giorno, la velocità del nostro mezzo è diventata la nostra velocità interna, una sorta di abito mentale, un’abitudine, una consuetudine che si è sedimentata via via. Così ora pare che anche i nostri pensieri si siano modellati sulla velocità delle nostre gambe, sul ciclico battere del nostro cuore, che pompa sangue ai muscoli.
Adesso, dopo due settimane, le macchine che ci sfrecciano a fianco pare che vadano a una velocità assurda, che prima non avevamo notato, fuori da ogni logica, dei pachidermi di migliaia di chili ci sfiorano lanciati follemente verso destinazioni troppo lontane per noi, destinati a sparire in un attimo dalla nostra vista di lumache. Ritrovarsi a Londra, in una grande città caotica, toglie il fiato, le macchine e le moto se non riescono a superarci subito ruggiscono dietro di noi impazienti, le biciclette scampanellano isteriche, perché anche le bici in città sono stressate. L’attraversamento si rivela faticoso ma la meta è vicina.
Nessuno sa dirci dove si trovi la statua di Emmeline Pankhurst e quindi vaghiamo nei pressi dei giardini di Westminster per un po’…
Quando finalmente la avvistiamo siamo emozionate e stanche, stanche e emozionate, i sentimenti si alternano e si confondono. Facciamo un po’ di foto e poi non ce lo diciamo ma il nostro viaggio è davvero finito. Risaliamo sulle biciclette che ora paiono leggere e con un po di malinconia percorriamo gli ultimi chilometri. Delle amiche ci aspettano per ospitarci per quest’ultimo giorno, domani laveremo le nostre eroiche compagne di viaggio e le manderemo a casa a riposare per un po’, chiuse in cantina, in penombra, a meditare sulle prossime avventure.

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SONO UNA DONNA, NON SONO UNA SANTA

SONO UNA DONNA, NON SONO UNA SANTA

Certo la posa potrebbe sembrare quella di una santa misericordiosa, con il braccio destro allargato, la mano aperta, lo sguardo placido e lontano; evidentemente è così che ci vedono gli uomini, nonostante tutto. Nonostante i vetri rotti, le case incendiate, lo sciopero della fame.
Certo la mia postura è statica, il sorriso lieve, perché è così che ci vedono gli uomini. Nonostante tutti i miei viaggi in giro per il mondo, le fughe, la prigione, le marce, le manifestazioni, nonostante le urla inneggianti alla rivolta, le parole infuocate che hanno acceso gli animi di tutte quelle donne sottomesse.
Certo sembra che il mio sia uno sguardo delicato e lieve, come si addice a una donna, come dicevo gli uomini ci vedono così, nonostante il mio piglio per tutta la vita sia stato duro, fermo e irremovibile.

Mio padre da piccola, quando veniva a rimboccarmi le coperte, mi guardava, col mio libro enorme, l’Odissea o la storia a volumi della Rivoluzione francese, che era il mio preferito, si fermava un attimo con un disappunto, un dispiacere negli occhi e un rammarico nella piega della bocca. Sei una bambina eccezionale, peccato che tu non sia nata maschio, diceva. Eppure mio padre era un uomo meraviglioso e mi ha insegnato a lottare per i diritti di tutti, lui che era membro dell’associazione per l’abolizionismo degli Stati Uniti d’America, lui che ci portava alla raccolta fondi per gli schiavi appena liberati. Così come mia madre, che riceveva la rivista delle Suffragette ogni mese e che mi portava con lei alle loro riunioni fin da ragazzina, si preoccupava solo di trovarmi un marito, sapendo che quello era l’unico destino che mi attendeva. Quello di madre e di moglie.
Ma io ero nata il giorno della Presa della Bastiglia e per questo nel sangue ero una rivoluzionaria, prima ancora di essere donna. Il coraggio, la spavalderia, li avevo acquisiti alla nascita.
Sono stata una rivoluzionaria fortunata perché la mia lotta, che è durata tutta una vita e che mi ha portato a rischiare la morte più volte, ha avuto un esito vittorioso. Tante donne prima di me non hanno avuto questa fortuna.
Alla fine della mia vita le donne potevano votare in Gran Bretagna, grazie anche a me.
Ora, da quasi novant’anni, dopo aver tanto combattuto, aver speso ogni mia parola, aver viaggiato in lungo e in largo con guardie del corpo che mi proteggevano, aver fatto figli, aver letteralmente consumato il mio corpo in nome del più alto degli ideali; sono ferma nella mia posa da Santa a osservare il mondo che passa, da questo bellissimo angolo dei giardini dietro a Westminster. Poche persone si fermano, il mio nome dopo quasi cento anni non dice più niente a nessuno, o quasi.

Mi fa sorridere, ma un sorriso leggero come si addice ad una statua di bronzo, che nessuno abbia pensato a una scultrice donna per fare un monumento a una donna come me. Che siano state le mani di uomo a forgiare la mia statuaria memoria.
Se avessi potuto scegliere avrei voluto essere rappresentata come La libertà che guida il popolo, con le vesti stracciate e il seno scoperto. Coi capelli scompigliati e la bandiera in mano che trascina tutti alla rivolta. Ma si sa, noi inglesi siamo puritani e perbene, abbottonati e seri. E quindi vada per la Santa se l’alternativa è l’oblio.
Dal mio piedistallo di Santa indomita vedo passare le stagioni, vedo il tempo che scorre ma con la pazienza di chi non ha più niente da rincorrere affannosamente. Quello che potevo fare l’ho fatto e più di così non avrei potuto. Ora aspetto voi, c’è ancora molto da fare, moltissimo, e ve lo dice una che vede passare le stagioni da novant’anni; sono curiosa di vedere cosa succederà, è uno spettacolo un po’ lento da qui ma se si guardano i dettagli non ci si annoia mai e si impara a essere ottimisti.

Nel 1999 la rivista statunitense TIME proclamò Emmeline Pankhurst come una delle “persone più importanti del XX secolo” affermando che ella “ha modellato un’idea di donna per il nostro tempo, ha scosso la società in un nuovo modello da cui non ci sarebbe stata più possibilità di tornare indietro”.
Emmeline Pankhurst in realtà nacque il 15 luglio 1858 ma nella sua autobiografia e in molti altri libri la data di nascita risulta essere il 14 luglio, giorno della Presa della Bastiglia.

 

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IL NUMERO 5

IL NUMERO 5

Il 5 è sempre stato il mio numero preferito. Passo dopo passo, anno dopo anno, il 5 era sempre lì, fin da piccola ha costellato la mia vita di mille coincidenze.

Abitavamo in Rue Saint Eustache al numero 5 quando ero bambina. Eravamo 5 fratelli. A scuola dalle suore ero la quinta in ordine alfabetico sul registro. Quando ho cominciato a cantare mi esibivo in un locale che si chiamava 55 e li ho conosciuto Etienne e la mia vita è cambiata.
Poi il 5 l’ho perso cominciando a inseguire gli uomini.

Etienne mi ha fatto scoprire la passione per i cavalli e cavalcare mi ha fatto scoprire che volevo essere una donna libera. Ho disegnato pantaloni e vestiti comodi, ho accorciato le gonne e mi sono tagliata i capelli corti, ho cucito dei vestiti per donne che potessero andare a cavallo, in bicicletta; fino a oggi le donne dovevano farsi stringere il corsetto dalla cameriera, farsi infilare le maniche perché da sole non potevano vestirsi. È arrivato il momento perché la nuova donna che sta per arrivare abbia i vestiti che si merita.

Dicono che la mia passione per il bianco e nero sia nata quando ero piccola e l’unico esempio di eleganza che avevo erano le vesti delle suore. Dicono che sono così ossessionata dagli uomini perché mio padre ci ha abbandonate quando eravamo piccole. Dicono che sono irascibile e scontrosa. Dicono che sono una pazza, una mezza pazza, un’eccentrica.
Dicono tante cose ma ci sarebbe solo da tacere e lasciare che le rivoluzioni facciano il loro coso. Sono arrogante e presuntuosa? Dicono anche questo, ma sono passata per così tante disgraziate circostanze che non mi importa di quello che si dice di me. Ho perso mia madre, sono stata in orfanotrofio, ho fatto la fame, ho cantato in un nightclub per sopravvivere; ho imparato a planare con leggerezza ed eleganza sopra a ogni cosa.
Dicono di me che sia fredda e austera. Dicono tante cose, non date retta.

Ma sto divagando, scusate. Tornando al numero 5. Dopo averlo perso per molti anni poi a un certo punto per una strana coincidenza l’ho ritrovato, il mio numero.
Camminavo per Rue Chambon, erano settimane che cercavo un profumo, un profumo che non fosse di rosa, perché una donna dovrebbe sapere di rosa? Ma se non sa di rosa e non sa di mughetto di cosa deve profumare una donna? Una donna dovrebbe sapere di donna! Ecco quello che volevo, mi sono detta. Ho chiamato il mio profumiere e gli ho spiegato cosa avevo in mente. Un profumo mai sentito prima per una donna che non è mai esistita prima. Dopo qualche giorno è arrivato con dei flaconi di prova. Sopra a ogni bottiglia c’era un’etichetta con un semplice numero, solo per distinguere i campioni l’uno dall’altro.
Senza provarli sapevo già quale sarebbe stato il prescelto. Il numero 5 si stagliava nero sul bianco dell’etichetta e prometteva già tutto.
Un mondo nuovo stava per aprirsi e io mi sentivo la sacerdotessa, pronta a battezzare questo nuovo corso.

Dicono che il 5 sia stato da sempre il mio numero preferito. Dicono che da piccola quando ero la quinta nel registro delle suore abbia cercato di scappare di notte da una finestra. Dicono che da quando sono diventata famosa non ho mai più voluto vedere i miei fratelli e le mie sorelle. Dicono che quando aspettavo mio padre che a volte veniva a trovarci la domenica mi mettessi all’angolo della via sperando di vederlo comparire e contassi fino a 5 e poi ancora 5 e poi ancora…
Dicono una sacco di cose quando una donna è libera, ma voi non date retta.

 

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LO CHAMPAGNE È COME LA TOSCANA, QUASI

LO CHAMPAGNE È COME LA TOSCANA, QUASI

Anche oggi abbiamo sbagliato a ordinare. Non è solo una questione di lingua, credo, è che proprio non riusciamo a capirci coi francesi. Croque monsier on salade uno si aspetta una bella insalata, non si sa perché ‘sotto’ al croque monsier ma comunque inequivocabile, insalata: c’è scritto. Vai che si mangia un po’ di verdura. Invece arriva il croque monsier con una montagna di immancabili patatine fritte a fianco, appoggiato su una foglia di lattuga. Piccola peraltro. Il croque monsier enorme, fritto pure lui, pesantissimo, l’ho digerito fino alle quattro del pomeriggio pedalando sotto alla pioggia.
Sì perché nel baretto ci siamo riparate disperate dopo un’ora di pioggia fitta, ci siamo cambiate nel bagno, cercando nella borsa qualcosa di asciutto, e abbiamo preso un té caldo nel vano tentativo di scaldarci. Poi, dopo aver mangiato i nostri piatti sbagliati, siamo restate a lungo sulla porta scrutando il cielo e provando a indovinarlo, tentando più volte di ripartire ma ogni volta fermate da uno scroscio torrenziale che ci faceva rimandare la partenza di qualche minuto.

La strada lungo il fiume, piatta e facile all’apparenza ma battuta da un vento gelido e contrario, si interrompe proprio qui e siamo incerte se prenderci l’acqua lungo lo stradone, che è più veloce ma trafficato, o bagnarci da capo a piedi sulle colline, strada con continui saliscendi ma poche macchine. Decidiamo per il saliscendi e dopo la prima mezz’ora di diluvio il cielo si apre e ci ritroviamo in una delle più belle strade fatte dall’inizio del nostro viaggio. Il cielo con i suoi nuvoloni neri e gli squarci d’azzurro accentua i contrasti tra le macchie di verde dei vigneti, il giallo del grano, il grigio azzurro della strada bagnata, si passa in mezzo a paesini incantati, con le vecchie case di pietra e le cantine. Lo Champagne è un po’ come la Toscana, gli assomiglia davvero moltissimo, ma qui c’è più pioggia e se sei un’oca sei piuttosto sfortunata.
Il saliscendi è divertente ma dopo aver fatto 65 chilometri le gambe cominciano a farsi sentire e le vigne, le colline, i campi, le nuvole, diventano una geometrie sfocata sullo sfondo. In primo piano la fatica.

Comunque il lavoro vero di oggi è stato il cambio di abbigliamento; ogni dieci minuti cambio di tempo e quindi ogni dieci minuti cambio vestiti. Pantalone lungo, corto, felpa, giacca per la pioggia, giacchina leggera per il vento, rimetti la felpa, togli tutto e rimani con la maglietta corta, rimetti la giacca per la pioggia, che caldo con la giacca per la pioggia… Una specie di sfilata primavera estate autunno inverno e ancora primavera, come passerella lunghissimi filari di vite, come pubblico le simpatiche e sfortunate oche.

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INSTANCABILI LUMACHE

INSTANCABILI LUMACHE

Sono notti gelide queste di inizio febbraio a Worblaufen. Ma stanotte non è una notte per starsene sotto al piumone a dormire, anche se i piedi caldi di mio marito sono una tentazione e non vorrei svegliare i bambini. Ma stanotte, stanotte, è la notte prima del grande giorno. E quindi me ne sto con una coperta sulle spalle e aggiungo legna al fuoco in sala, leggendo il quaderno nero del nostro collettivo. Zitta zitta, giro le pagine senza che la carta faccia rumore. Non voglio svegliare nessuno. Voglio che questo sia un momento solo mio. Mi asciugo le lacrime più volte leggendo quello che le mie compagne hanno scritto sul nostro quaderno. I motivi che ci hanno ispirate, la lunghissima battaglia che ci ha unito, piango lacrime di commozione e di speranza perché insieme siamo riuscite a ottenere qualcosa che pareva impossibile. Da domani tutto sarà diverso, da domani grazie a noi il mondo sarà più giusto.
Ho ricevuto insulti, sono stata persino licenziata dal mio lavoro ma non ho mai abbassato la testa in tutti questi lunghi anni.
Un mese fa un uomo per strada girava con un cartello appeso al collo:
uomo= capo famiglia= ecco perché no!
Mi sono fermata a guardarlo, volevo guardarlo negli occhi, forse sfidarlo; lui ha distolto subito lo sguardo e si è girato di spalle a mostrare altrove il suo cartello.
Ho dovuto ricordarmi che ci sono uomini che ci sostengono, ho dovuto pensare a mio marito e ai miei figli che cresceranno in un altro mondo. Solo così mi sono calmata e solo così non ho perso la concentrazione. Perché non è solo una questione di coraggio, bisogna tenere sempre lo sguardo fisso all’obiettivo, essere forti, non lasciare che niente ci distolga da ciò che vogliamo.
Sulla prima pagina del quaderno abbiamo disegnato il nostro simbolo: una lumaca a rappresentare la lentezza delle istituzioni a recepire e accettare il cambiamento, ma anche la lenta ma inesorabile marcia di tutte noi donne svizzere.
Domani, 7 febbraio 1971, io, Marthe Gosteli, madre, moglie, ma prima di tutto donna, domani potrò votare!
Quasi cinquant’anni dopo le donne inglesi e molti anni dopo tutte le donne dei paesi europei. Perché noi donne svizzere siamo come delle instancabili lumache. Lente ma tenaci. Prima o poi arriviamo. State tranquilli che arriviamo.


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CRONACA DI UNA CONQUISTA ANNUNCIATA

CRONACA DI UNA CONQUISTA ANNUNCIATA

La Comasina Col pensiero ancora ad Alfonsina Strada che oggi ha una via tutta sua a Milano cominciamo la lunga trafficata e frastornante vecchia via per Como, la Comasina. Inizia il nostro viaggio. Un brutto inizio, sotto al sole offuscato e madido di umidità, coi camion che ci sfiorano e un rumore continuo di motori che ci sfrecciano nelle orecchie. Dopo Valassina, dove una una targa ci ricorda che siamo a metà strada tra Como e Milano e che qui una volta si cambiavano gli asini perché la strada in leggera salita era troppo pesante, il traffico si dirada e lo sguardo può cogliere i vecchi casolari abbandonati, le insegne dipinte di osterie ormai scolorite, alternati a nuovi centri commerciali e giganteschi bingo. La miseria contadina doveva essere brutta ma mai come questi nuovi prefabbricati. Rimugino nella noia del rettilineo che i casolari facevano parte coi loro colori del paesaggio rurale, erano un tutt’uno in continuità con la terra, il cielo grigio, la nebbia d’inverno, ora questi capannoni di cemento si stagliano urlanti con le loro grafiche da Las Vegas dei poveri.

Cernobbio Una lunga discesa dopo 60 chilometri di falso piano in salita ci butta nel lago di Como o meglio sulle sue sponde e poi verso Cernobbio dove ci attende un alberghetto in cui lavare per la prima volta il pantaloncino da bici, col suo fondello inasciugabile. La prima vera salita la incontriamo la mattina dopo, salendo dal lago di Lugano verso Bellinzona, tre-quattro chilometri non di più ma con pendenza che non ci aspettavamo; un indiano che deve consegnare un take away ci supera con una bicicletta assistita e fa partire insulti irripetibili tra un respiro affannoso e l’altro riguardo alle biciclette assistite, agli indiani e a tutta l’India. Comincia qui la nostra guerra fredda alle biciclette assistite, ne incontreremo parecchie.

Bellinzona A Bellinzona Massimo e Michela ci ospitano per la nostra seconda notte. Lui era il suo capo e si sono conosciuti al lavoro quando lei aveva vent’anni. Ora hanno due figli grandi e sono un po’ zingari, hanno vissuto a Milano, a Roma, in Sardegna e ora sono a Bellinzona e gestiscono un bellissimo bed & breakfast. Massimo cucina da dio e va in giro alla ricerca di piccoli produttori di formaggio o di verdure e Michela che è l’addetta ai dolci ci prepara una creme brûlé fantastica. La mattina dopo a colazione ci presentano Christine. Fa la sessuologa, o come dice lei pedagoga sessuale, e organizza corsi per donne, perché: “C’è ancora tanto bisogno di conoscersi e di scoprire la propria sessualità e il proprio piacere” ci dice. “Ma vi rendete conto con che cultura maschilista siamo cresciute? La parola vagina vuol dire guaina, fodero, no ma vi pare? E sapete che tutte le parole tedesche per le parti intime femminili hanno come prefisso ‘scham’ vergogna? Non vi sembra assurdo?”.

Verso Airolo Pedaliamo con in testa vergognose guaine e vergognosi foderi per molti chilometri tra le campagne piatte e noiose che ci portano verso Biasca. Dopo Biasca la strada comincia ad arrampicarsi seriamente ed è quasi mezzogiorno. Il viadotto dell’autostrada altissimo sopra le nostre teste è la sola ombra che si proietta sulla strada a tornanti, benediciamo l’orrenda costruzione e ci fermiamo a bere le ultime gocce della nostra borraccia. Sandro è il gestore dell’unico bar nell’unica piazza di Faido e propone un unico tipo di panino, prendere o lasciare. Prendere. Nel bar di Sandro la birra costa meno dell’acqua gassata. Regola numero uno in Svizzera: calmierare i prezzi dei beni di prima necessità. Comunque l’acqua costa 4 franchi, tanto per cominciare a farsi un’idea dei prezzi in Svizzera. Partiamo con la promessa di mandare a Sandro una cartolina da Londra e con la sua risata in risposta alla nostra domanda sulle salite fino ad Airolo. Mentre mi maledico col fiato corto e penso alla pazzia dell’uomo che decide di prendere una bicicletta e opporsi insensatamente alla forza di gravità, mentre immagino il mio corpo abbandonato alla gravità di una sedia a sdraio su una qualsiasi spiaggia, si profila davanti a noi un tandem. Un uomo e una donna che alla velocità di uno all’ora vorticano i pedali rimanendo praticamente immobili. All’improvviso la nostra follia diventa quasi normalità. Ci sono persone che fanno cose al limite della mia capacità di comprensione. Questi davvero domani vogliono fare il San Gottardo?

San Gottardo La notte prima della grande prova fatichiamo a dormire. Tutti ci hanno messo in guardia: “è durissima, fate il San Bernardino, fate il San Bernardo, siete sicure?”. Ci svegliamo con un misto di eccitazione e paura e partiamo con un cielo che non promette niente di buono. E poi è pioggia, vento freddo e bellezza assoluta. La fatica la sentiremo domani quando ci sveglieremo con le gambe di legno, ma oggi è tutto uno stupore. Non avevo mai visto una strada così bella, non ci ero mai salita in sella a una bici. Ci fermiamo più volte per fare delle foto e per guardare la serpentina strettissima della strada che si inerpica sui sassi antichi. È una conquista arrivare in cima, senza fiato, con la pioggia che riprende a scendere dopo aver aperto degli squarci di sereno durante la nostra salita. Sul passo però fa veramente un freddo da morire e mentre mi immaginavo grandi festeggiamenti, foto e felicità, la realtà è che cerchiamo solo un riparo dal vento gelido. Invidio i turisti in auto che appena comincia a piovere si chiudono nell’abitacolo col riscaldamento a palla, non i tedeschi e gli svizzeri ovviamente che se ne vanno in giro in infradito e pantaloncini con 5 gradi e l’acqua che arriva obliqua, e mi dico che io se fossi una donna preistorica esposta a ogni genere di intemperie sarei già morta da un pezzo.

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