LA TASCA SEGRETA

LA TASCA SEGRETA

Qualcuno picchietta con le unghie, da fuori, sul vetro della finestra mentre sto dormendo. Noi cominciamo a partire mi dice quando mi alzo e socchiudo l’anta per vedere chi è. Si avviano in bici e io, anche se ancora mezza addormentata, comincio a prepararmi per raggiungerle.

Siamo sul pullman per Phoenix, le bici smontate e con le gomme sgonfie sono chiuse dentro un cartone, ognuna con il nome e l’indirizzo italiano scritto a pennarello, che non si sa mai. Dormono nel vano valigie, nella pancia del grosso veicolo. Dal finestrino il deserto sembra passare a una velocità folle, in realtà ci superarono quasi tutti, sulla highway, e quindi mi dico che dobbiamo solo riabituarci. Farci una ragione che questo bestione non lo dobbiamo mandare avanti con la forza delle nostre gambe. Possiamo dormicchiare anche noi, come le bici, farci portare, godere della comodità di questo sedile, cullarci nella noncuranza con cui si può affrontare ogni salita come fosse niente, quando hai un pedale da schiacciare sotto al piede. Invece sono irrequieta. 

Saranno queste giovanissime donne indiane e messicane, in viaggio da due giorni, che occupano quattro sedili a testa tra bambini e borse a cui proviamo a chiedere se ci liberano qualche posto, sarà la nostra abbronzatura da cicliste, sarà che fino a ieri pedalavamo otto-dieci ore ogni giorno, sarà che sono passati due mesi quasi da quando siamo partite.

Chiudo gli occhi. Sotto le palpebre saltellano le immagini delle ultime ore, prima del border del Messico, l’ultima pedalata cominciata all’alba con un sole velato da nubi striate e una montagna bellissima che sembrava fatta con la carta delle montagne dei presepi. Una strada con due curve a gomito in 70 chilometri e poi solo una striscia di asfalto dritta a perdita d’occhio, caldo terribile, appena le nubi si diradano, e una nostalgia mista a sollievo perché laggiù cominciamo a immaginare già la fine. 

Mi sforzo di ricordare tutti i momenti in cui ho maledetto l’idea di questo viaggio perché adesso con l’arrivo laggiù, i festeggiamenti dietro l’angolo e la retorica della vittoria, è troppo facile crogiolarsi nel piacere.

Ogni singolo schifoso bagno, ogni doccia in cui mi si sono rattrappite le dita dei piedi dallo schifo, ogni hamburger ingurgitato anche se era secco e le patatine riscaldate, quella volta che doveva esserci un ristorante e non c’era niente e abbiamo mangiato una fetta di pane con la marmellata che era l’unica roba che avevamo e la fatica mostruosa di spingere su uno sterrato irto come un muro la bici da trentacinque chili con le scarpe che sdrucciolano sulla terra e sui sassi e la mano destra che per la prima ora di bici si addormenta e il punto morto nel mezzo delle spalle subito sotto al collo con il sudore ghiacciato e le gambe di cemento e il paesaggio sempre uguale per ore e questa America che fa schifo e i recinti che non fanno più migrare le alci d’inverno e il sacco a pelo mummia e il vento contro e le città abbandonate e le lattine di birra buttate dalle macchine in corsa e le pedalate di taglio sugli stinchi e le zanzare e le zanzariere rotte e i cerotti per provare ad aggiustare le zanzariere e I can’t help you e le pistole e le mucche col numero tatuato a fuoco sul fianco e la grandine e i pini malati e i pini bruciati e nemmeno un albero per mangiare solo cespuglietti a perdita d’occhio e ancora una salita quando ti avevano detto che era tutta discesa e stai pedalando da nove ore e di salite ne hai fatte così tante che questa, signori, questa è una vera assoluta ingiustizia.

Io in questo viaggio, Io lo devo dire, mi sono adattata e ho resistito a cose che a me la resilienza mi fa una pippa. Anche se, lo devo ammettere, prima di essere nominata Regina universale della resilienza, ho usato dei trucchi. Ho tenuto in una tasca segreta tutte le cose belle che succedevano e le ho ripescate, come una figurina, come una caramella, ogni volta che stavo per crollare.

Ho tenuto le mucche fifone che scappavano al nostro passaggio, il piccolo orso che correva, i due cerbiatti fermi davanti a noi. Ho tenuto gli abbracci di Silvia quando non ce la facevo più e il suo sorriso quando mi aspettava più avanti per fotografarmi. Ho tenuto le discese che asciugavano il sudore e la fatica. Ho tenuto cinque minuti di stelle nel deserto prima che sorgesse la luna rossa all’orizzonte. Ho tenuto le mie gambe forti all’improvviso e inaspettatamente, come se avessero una benzina che non conoscevo. Ho tenuto il piacere di sdraiarmi, allungare la schiena e sentire i muscoli arrendersi. Ho tenuto l’eleganza delle donne con le pistole al rodeo. Ho tenuto il più bel motel del mondo a Butte. Ho tenuto una pizza col pomodoro San Marzano. Ho tenuto la luce dolce del sole al tramonto sulla cima delle montagne sopra a un canyon strettissimo con un fiume ruggente che scorreva sotto. Ho tenuto i fuochi che ho acceso ogni volta che potevo, con la legna da trovare in giro e i piccoli ramoscelli asciutti per accendere. Ho tenuto la notte in tenda a leggere Baol di Benni ad alta voce per Silvia perché eravamo troppo stanche per dormire. Ho tenuto tutti i cani che venivano a farsi accarezzare e quelli che passavano in piedi dietro i pickup. Ho tenuto una birra fredda. Ho tenuto il cielo azzurro con le nuvole enormi. Ho tenuto la doccia calda e le calze asciutte e pulite. Ho tenuto gli spazi infiniti che mi ricordavano qualcosa ma non so cosa. Ho tenuto la torta più buona del mondo a Pie Town. Ho tenuto le lavanderie a gettoni e i vestiti tiepidi e profumati. Ho tenuto la faccia di un ingegnere che ci ha aiutato per strada. Ho tenuto le insegne cadenti dei motel. Ho tenuto il sollievo della pioggia che smette. Ho tenuto la sensazione di non essere sola. Ho tenuto il conforto di essere amata e quindi di poter andare per il mondo. 

Qualcuno picchietta con le unghie, da fuori, sul vetro della finestra mentre sto dormendo. Dopo tre giorni, a Los Angeles, ancora sogno di dovermi mettere in bici e partire e se vedo qualcuno che passa per strada pedalando lo guardo con un misto di invidia e di arroganza: ehi, mi viene da dirgli, guarda che io sono stata selezionata per il premio Regina universale della resilienza, lo sai?

LA PROSSIMA ESTATE A RIMINI A FARE L’UNCINETTO

LA PROSSIMA ESTATE A RIMINI A FARE L’UNCINETTO

È il quarto giorno, lunedì, stabiliamo dopo esserci consultate. Sono bastati quattro giorni per farci perdere totalmente la cognizione del tempo, complici anche i cellulari morti dopo i campeggi selvaggi senza acqua, luce e corrente, appunto. 

Nei campeggi molto selvaggi del Canada non c’è luce, non c’è acqua potabile, non ci sono docce, c’è un bagno che è un buco con un coperchio ma in ogni piazzola c’è un braciere bellissimo per fare il fuoco. 

Sei sei un vero canadese oltre ad avere un camper enorme, ma enorme che da fuori ti immagini di entrarci e trovarti nel salone con la scalinata del Padrino, hai due sedie pieghevoli per goderti il fuoco e una camicia a quadri, ma soprattutto e assolutamente un’ascia per tagliare in due i ciocchi di legna che puoi comprare all’ingresso del campeggio. Noi con le nostre tende minuscole, in piedi a rintuzzare il fuoco prodotto dai nostri ciocchi enormi, veniamo guardate con scherno e una certa superiorità. 

Nei campeggi devi riporre tutto il cibo e ogni cosa che abbia un’odore attrattivo per gli orsi; caramelle, dentifricio, bombole del gas, dentro una cassetta di metallo chiusa a chiave. Per sicurezza comunque devi avere sempre con te uno spray anti orso.

Io sono la responsabile dello spray, che è un po’ come la responsabile della sicurezza in ufficio, fai il corso ma speri sempre che non serva. Così io spero che quello spray non debba mai essere sganciato dalla forcella della mia bici. Lo spray è otto volte più potente di quelli usati dalla polizia, ha una gittata di quindici metri e fa molta più paura dei grizzly. 

In realtà i grizzly si sono tenuti alla larga, finora, dalle nostre bici, grazie ai campanelli anti-orso. Cinque campanelli: due io, due la Pez e uno Ramona, Silvia si è rifiutata, che per i primi due giorni hanno allietato la nostra pedalata facendoci sentire come in un alpeggio circondate da mucche ruminanti. Poi col passare dei giorni e nei momenti di fatica lo scampanellio ha cominciato a dare sui nervi a tutti. Fino ad arrivare al terzo giorno in cui anche l’irriducibile Pez ha strappato il suo dal manubrio al grido di fuck the bears! 

Il terzo giorno mette a dura prova più o meno tutte. Siamo pronte per affrontare l’Elkpass a 1900 metri, ci hanno preparate alle asperità del percorso ma spingere subito i trenta chili di bici su per una salita sterrata che sembra un muro ci spacca le gambe, ci toglie il fiato e ci fa dimenticare il pericolo orsi che solo la notte prima giravano a pochi metri dalla nostra tenda. L’entusiasmo però rimane alto, i posti sono bellissimi, il silenzio rotto solo dalle solite campanelle appese alle bici, la conquista del passo ci esalta. Ora dopo le foto di rito sotto alla porta in legno di Elkpass e dopo due ore di fatica dovrebbero attenderci lungi chilometri in discesa, così dice la mappa. In realtà come al solito le mappe sono menzognere, ma a questo argomento mi dedicherò nei prossimi giorni, e i cinquantacinque chilometri che ci aspettano sotto il sole cocente delle due del pomeriggio sono un’alternanza continua di salite e discese in cui ci lanciamo a rotta di collo, nonostante lo sterrato pieno di buche, per prendere l’abbrivio per la salita successiva.

È lì dopo la ventesima salita a picco, mentre la Pez stacca il campanello, che penso che la prossima estate la voglio passare a Rimini, su una sedia a sdraio, facendo l’uncinetto. O in alternativa, visto che ormai siamo senza i campanelli, mangiata da un orso che metta fine a tutte queste sofferenze, hashtagfuckthebears, hashtagriminieluncinetto.

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IMBARCO IN NORMANDIA

IMBARCO IN NORMANDIA

Plumbeo.
Cirri, nembi, cumuli, strati, si sommano e sottraggono in un cielo che raramente lascia spazio a qualche raggio di sole. Pedaliamo come rabdomanti all’incontrario, sperando di non trovare l’acqua, inseguendo le tracce nel cielo di un possibile sereno.
Plumbeo, è l’aggettivo che accompagna la nostra osservazione del cielo la mattina prima della partenza, da almeno una settimana, ma oggi, grazie alle nostre giacche nuove per la pioggia, plumbeo suona un po’ meno sinistro.
Lasciamo Parigi all’inseguimento della famosa Avenue Verte, la ciclabile che dovrebbe condurci a Londra, partiamo di buona lena ma dopo una ventina di chilometri di periferia degradata, murales colorati e uomini che fanno jogging lungo il canale, siamo costrette a fermarci. Una chiamata dall’albergo di Parigi ci avvisa che abbiamo dimenticato il passaporto in reception. Silvia prende un treno e io rimango a Saint Denis con le bici, sembra la soluzione più veloce e logica per non perdere l’intera giornata. Il piazzale della stazione, che dopo un breve giro pare essere il posto più sicuro, sembra un mercato negli slum di Nairobi, lo slargo è affollato di piccoli capannelli di uomini di colore; chi spaccia, chi chiacchiera aspettando qualcuno o qualcosa, chi si ingegna cuocendo mini spiedini su griglie improvvisate appoggiate a carrelli del supermercato.
Sono l’unica caucasica in tutto Saint Denis, siedo in disparte in un bar cercando di sparire col mio pallore dentro alla mia sedia e fingendo di scrivere su un quaderno. Lo squallore delle due ore nella piazza comincia a entrarmi sotto pelle e il cielo minaccia pioggia, di nuovo, come se non bastasse. Arriva Silvia e ripartiamo ma la ‘giornata degrado’ non è finita e si conclude col pernottamento nel più squallido albergo del mondo, in una cittadina di cui scordo subito il nome, in cui c’è la più grande concentrazione di cinesi di tutta la Francia.
Ripartiamo la mattina cercando lungo la ciclabile che si snoda sulla Senna gli indimenticabili scorci che hanno ispirato gli impressionisti. Mi immagino Monet con il suo cavalletto e i colori alla ricerca del punto giusto sulla riva, tra il verde incontaminato, il punto giusto per farsi investire dalla bellezza del colore puro, dalla luce, della mutevolezza del paesaggio.
Ma oggi, dietro le fronde, mentre pedaliamo, sbucano solo cementifici e poli industriali con le ciminiere fumanti e l’unica cosa realmente impressionante è un rumore metallico, fortissimo, che ci accompagna per qualche chilometro.

Sorprese.
Le sorprese in Normandia sono molte, a cominciare dalle strade che ci aspettavamo tutte piatte (del resto la Normandia non dovrebbe essere un posto comodo per farci uno sbarco?) e che invece si rivelano dei continui saliscendi, alcuni piuttosto impegnativi. E poi le case dove capitiamo a dormire, due bed & breakfast bellissimi, uno pieno di quadri, l’altro di gatti. La prima casa è una villa di campagna piena di quadri e sculture di un pittore ottantaquattrenne. La moglie ha deciso di aprirla per ospitare viaggiatori da tutto il mondo, il marito è malato di parkinson e lei pensa che sia una bella idea essere circondati da stimoli nuovi ogni giorno.
Ceniamo con altri due ospiti su una tavola curata in ogni dettaglio, circondati da bellezza, arte, attenzioni speciali, cibo buonissimo.
L’anziano pittore si aggira a passetti per casa trascinando delle vecchie ciabatte finché decide di sedersi a capotavola e trasforma la cena in una serata surreale, fatta di silenzi e lunghi sguardi, di assenza e presenza. La moglie dice che lui non parla ma capisce tutto. Dopo cena ci porta a vedere lo studio dell’artista, riempito di opere fino al soffitto, riempito di donne viene da dire, perché il soggetto unico in mille varianti sono i corpi di donne nude disegnati, dipinti, il più delle volte fermati con un segno di matita fluido e ripetuto che cerca la forma; in mezzo alla stanza una poltrona: “sta seduto qui ore a guardare i suoi lavori, chissà cosa pensa…” dice la moglie mentre sta per uscire. Io sono attratta da un’opera in particolare e glielo dico nel mio francese stentato, lui si avvicina a passetti, mi fa un piccolo inchino, mi prende la mano e me la bacia. Non parla ma capisce tutto.

Lento.
Quando rientreremo a casa cercherò tra i miei libri La lentezza di Kundera. Mi è proprio venuta voglia di rileggerlo.
Dopo due settimane di esercizio quotidiano, sei, sette ore ogni giorno, la velocità del nostro mezzo è diventata la nostra velocità interna, una sorta di abito mentale, un’abitudine, una consuetudine che si è sedimentata via via. Così ora pare che anche i nostri pensieri si siano modellati sulla velocità delle nostre gambe, sul ciclico battere del nostro cuore, che pompa sangue ai muscoli.
Adesso, dopo due settimane, le macchine che ci sfrecciano a fianco pare che vadano a una velocità assurda, che prima non avevamo notato, fuori da ogni logica, dei pachidermi di migliaia di chili ci sfiorano lanciati follemente verso destinazioni troppo lontane per noi, destinati a sparire in un attimo dalla nostra vista di lumache. Ritrovarsi a Londra, in una grande città caotica, toglie il fiato, le macchine e le moto se non riescono a superarci subito ruggiscono dietro di noi impazienti, le biciclette scampanellano isteriche, perché anche le bici in città sono stressate. L’attraversamento si rivela faticoso ma la meta è vicina.
Nessuno sa dirci dove si trovi la statua di Emmeline Pankhurst e quindi vaghiamo nei pressi dei giardini di Westminster per un po’…
Quando finalmente la avvistiamo siamo emozionate e stanche, stanche e emozionate, i sentimenti si alternano e si confondono. Facciamo un po’ di foto e poi non ce lo diciamo ma il nostro viaggio è davvero finito. Risaliamo sulle biciclette che ora paiono leggere e con un po di malinconia percorriamo gli ultimi chilometri. Delle amiche ci aspettano per ospitarci per quest’ultimo giorno, domani laveremo le nostre eroiche compagne di viaggio e le manderemo a casa a riposare per un po’, chiuse in cantina, in penombra, a meditare sulle prossime avventure.

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TIC TAC, TIC TAC

TIC TAC, TIC TAC

I tic tac menta intensa, adesso che li riguardo, hanno lo stesso colore del Perito Moreno. Un azzurro fluorescente, vagamente irreale. Forse l’emozione della vista del ghiacciaio, avvenuta qualche giorno prima, ha condizionato subliminalmente l’acquisto sconsiderato. Forse è una strategia di marketing argentina. Non mi risulta l’esistenza di tale gusto sul mercato italiano e comunque non conosco nessuno che li abbia mai comprati. Prima di me.
Sta di fatto che poi il colore si è rivelato il problema minore, la consistenza era la vera fregatura; tradiva una permanenza millenaria sullo scaffale del supermercato cileno. Quindi in fondo qualche legame col Perito Moreno c’era.
Devo averne mangiati tre, quattro, succhiando la menta intensa e sputando il nucleo immasticabile. Per il resto i miei tic tac dell’era glaciale sono restati praticamente tutti lì, nella loro scatola, sul fondo della borsina che usavamo la sera in Patagonia.

Qualche giorno fa da sotto le giacche, i cappotti e le sciarpe è risaltata fuori. La borsina.E i tic tac sonnecchiavano lì, assieme al passaporto, il tappo di un vino particolarmente buono bevuto a El Calafate, scontrini, cuffie, un cioccolatino di un hotel chiamato el Puma.
Ho messo il tappo nel vaso dei tappi, il passaporto e il cioccolatino nel cassetto e ho buttato gli scontrini e i biglietti.
Ma i tic tac menta intensa li ho tenuti sul tavolo e me li rigiro in mano mentre lavoro.
Oggi a distanza di due mesi dal ritorno dalla nostra avventura patagonica mi sembra che il senso del viaggio sia concentrato in quella scatolina lì.
E che i ricordi funzionino come le caramelle: piccoli nuclei isolati di sapore, flash onirici di un colore intenso, vagamente irreale.
Finché tengo la scatolina e la scuoto, come scuotessi dei dadi prima di lanciarli, mi sembra che posso giocare, mischiare il passato col presente e col futuro.
Pensare al viaggio finito e confonderlo col prossimo viaggio.

Ho sempre confuso i ricordi con la malinconia, ma queste piccole memorie azzurro fluorescente mi fanno venire voglia di futuro e di nuove partenze.

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UN ICEBERG NEL BICCHIERE

UN ICEBERG NEL BICCHIERE

La naturaleza no pregunta e no tiene tiempo. Rebecca la nostra guida è anche un po filosofa, pare. E così, ci spiega, il Perito Moreno, quattro anni fa, mentre tutti aspettavano ‘la grande rottura’ prendendo d’assalto alberghi e appostandosi per ore sulle passerelle, ha deciso difregasene di tutti e rompersi alle tre di notte nel silenzio assoluto e senza occhi che lo scrutassero.

Ora non starò ad ammorbarvi coi dettagli. Vi basti sapere, se non siete amanti del Perito Moreno, e quindi sapete già tutto, o non siete già stati qui e una Rebecca vi ha spiegato la storia, che ogni tre, quattro anni in un punto del ghiacciaio si forma un imponente ponte di ghiaccio che poi crolla dando vita a uno spettacolo unico, dicono. Ma, a parte l’enorme rottura, in questo periodo dell’anno ci sono continue piccole cadute di pezzi di ghiaccio. Si sente un boato, simile a un ruggito, e poi dopo qualche secondo la lastra di ghiaccio precipita nel lago Argentino.

Mi ritrovo a pensare a Freud mentre guardo stupefatta il muro di guglie che, come un fiume impazzito fermatosi di botto, scende giù in mezzo alle montagne. Alla teoria dell’iceberg, per cui le parti emerse del ghiacciaio rappresenterebbero la parte razionale della personalità, mentre la parte sommersa, molto più grande, che rimane nascosta e invisibile, simboleggerebbe l’inconscio. Mi chiedo quanto Perito Moreno inconscio ci sia là sotto e cosa stia rimuginando. Quello che emerge è di una bellezza da lasciare senza parole, grandioso e magnifico come una cattedrale, potente e spaventoso come una calamità naturale bloccata in un fermo immagine un attimo prima di travolgere tutto.
Abbiamo già visto un ghiacciaio qualche giorno fa. Il ghiacciaio O’Higgins a cui si accede con un battello e una navigazione di cinque ore. Non era così maestoso ma è stata una sorta di entrée, come al ristorante mentre aspetti il piatto che hai ordinato. Bello e emozionante come tutte le prime volte. Quando ci siamo fermati in prossimità del ghiacciaio per permettere che tutti scattassero quel milione di foto, un marinaio con un gommone è andato a prendere un pezzo di ghiaccio dal ghiacciaio.
Il capitano ha poi cominciato a girare tra i passeggeri con del whisky on the rocks che noi abbiamo commutato in coca cola, visto che erano le due del pomeriggio.
È stato strano avere una coca cola con un ghiaccio millenario dentro. Sembrava un piccolo iceberg a nostro uso e consumo, l’abbiamo guardato affascinate aspettando che si sciogliesse ma quando il capitano è passato a ritirare i bicchieri era ancora intatto.

Mi sono ricordata del piccolo iceberg mentre scendevamo nel punto più basso della passerella e un pezzo di ghiaccio si staccava ruggendo dal blocco uniforme del ghiacciaio.
Ho provato a fatica a immaginare che lui è lì da milioni di anni, dall’era glaciale, ben prima che il signor Francisco Moreno lo scoprisse e gli desse il suo nome.
Ho pensato che avere un inconscio di milioni di anni deve essere una cosa impegnativa, così come rimanere impassibili davanti allo stupore e all’ammirazione di milioni di persone, obiettivi fotografici e videocamere.
Ma il Perito Moreno deve essere un tipo insensibile alle lusinghe, riservato e silenzioso.
Un tipo che quando decide di dare spettacolo lo fa di notte, quando a vedere ci sono, al limite, solo le stelle.

IL MIGLIOR NEMICO DELL’UOMO

IL MIGLIOR NEMICO DELL’UOMO

Vorrei incontrare un entomologo e parlare lungamente degli usi e costumi dei tafani. Pensavate anche voi che l’animale più fedele all’uomo fosse il cane?

Prima della Patagonia la mia unica esperienza diretta coi tafani era stata una puntura un pomeriggio di luglio in piscina all’età di quindici anni. Tutti scappavano tuffandosi in acqua per sfuggire al suo attacco ossessivo e io ignara ero rimasta sul bordo ed ero stata punta.
Mi ero fatta l’idea che i tafani fossero insetti rari, non avendone più incontrati se non qualche volta in montagna.
In Patagonia ho avuto modo di rivedere la mia idea sulla diffusione dei tafani, e sono arrivata alla conclusione che, insieme agli gnu africani, prenderanno possesso del mondo.
Gnu e tafani.

Sulla Carretera Austral, specie sui valichi montani, specie nelle ore più calde, specie quando il vento si calma, l’aria è invasa da questi esseri neri ronzanti. Intercettano il tuo corpo di passaggio e non lo mollano più. Ti hanno scelto, come se fosse un giuramento di fedeltà eterna, e non ti mollano se non dopo aver ficcato i loro piccoli denti nella tua carne o dopo che li hai uccisi e in questo caso prima di morire passano il testimone a un loro hermano e chiedono a lui di continuare a ossessionarti. Finché morte non vi separi, gli dicono.
Possono seguirti per chilometri senza stancarsi e il motto ammazzarne uno per educarne cento su di loro non ha presa.
Ieri in una delle solite salite terribili, andando verso Puerto Yungay ad un certo punto io e Silvia eravamo circondate da venti, trenta esemplari ognuna. A nulla serviva il mulinare delle braccia frenetiche e le imprecazioni crescenti.
Non credevo di poter ammazzare con tanto gusto sadico degli essere viventi. Nella pausa per riprendere fiato a un certo punto io e Silvia abbiamo cominciato ad ammazzarceli a vicenda dandoci delle pacche violente, perché i tafani sono pure resistenti, all’urlo di “tié, muoriiiii!”

In tutti i discorsi con i ciclisti incrociati per strada o con cui campeggiavamo ad un certo punto inevitabilmente si finiva a parlare di tafani. “Oh my god, those horrible horseflies!”.

Mi immagino che nelle città dei tafani, nelle loro piazze, ci siano monumenti ai tafani più eroici, i più forti, i più resistenti, i più caparbi. Quelli più fedeli, quelli che fino alla morte non mollano. Sotto, incisa, la dicitura: El tabano patagonico, il miglior nemico dell’uomo.

 

PIACERE, SONO IL SIGNOR PAMPERO

PIACERE, SONO IL SIGNOR PAMPERO

I primi a provarne gli effetti furono i colonizzatori spagnoli che si trovavano nella zona del Rio de la Plata, che divide l’Argentina dall’Uruguay; costoro ne percepivano la provenienza dalle zone più interne e meridionali, le pampas (praterie), e dunque lo battezzarono pampero. Il pampero è un vento forte e freddo di origine sud polare, che spira in Sud America.

Ieri abbiamo fatto la conoscenza del Signor Vento della Patagonia. Ho cercato in wikipedia per dargli un nome e dei connotati più precisi perché lui si è presentato in maniera un po’ brusca e senza molti convenevoli.
A metà strada tra El Blanco e il passo Ibanez, dopo trentacinque chilometri di pedalata in salita e prima di affrontare quella che tutti ci descrivono come la ‘salita della vita’, quella che ci condurrà al punto più alto della Carretera Austral, ecco che dietro un tornante si presenta lui…
Piacere sono il signor Pampero, ha sibilato. Non abbiamo avuto il tempo di presentarci a nostra volta perché una folata violenta ci ha colpite lateralmente, costringendoci a frenare per non finire fuori strada.
Da lì in poi il signor Pampero ci ha fatto compagnia sempre, fino all’arrivo a Villa Cerro Castillo, dando un contributo considerevole al nostro livello di sfinitezza.
È un tipo umorale il signor Pampero, cambia direzione e intensità continuamente, portandosi dietro le nuvole e cambiando il cielo e i colori del paesaggio. Sarebbe uno spettacolo meraviglioso se non fossimo in bici a lottare per arrivare in cima.
E proprio quando siamo quasi alla fine della nostra estenuante salita che la nuova conoscenza da il meglio di sé. Su un rettilineo lunghissimo in mezzo alle vette innevate della Patagonia, nel silenzio e le poche macchine che passano, arriva come un muro frontale e gelido e le sue intenzioni sembrano abbastanza chiare.

Fermatevi non arriverete mai!
Questa Patagonia l’avete presa sottogamba.
Siete ancora in tempo a ripensarci…

Ci fermiamo più volte, non sappiamo quanto manca all’inizio di questa benedetta discesa, le mappe e le indicazioni anche stavolta sono state imprecise. Fa freddissimo.
Poi passa un pullman enorme e fatiscente. L’autista ci vede e ci fa un gesto che non capiamo subito. Con il pollice e l’indice a indicare una quantità. Poco. Manca poco.
Ci si apre il cuore di gratitudine e d’amore per questo sconosciuto che ci ha viste e si è preoccupato per noi. Lo sposerei se ci fosse un rito abbreviato qui a pochi metri dal passo Ibanez.
Poi comincia la cuesta del diablo, un muro ripidissimo in discesa, siamo salve.

La sera il signor Pampero ci ha lasciato le guance rosse e le gambe dure. Ma ce l’abbiamo fatta e ci sentiamo le donne più eroiche del mondo.
Buonanotte signor Pampero noi andiamo a dormire, tu vai a soffiare un po’ più in là, se puoi, domani.

ADELANTE E VALIENTE

ADELANTE E VALIENTE

Lo ammetto. Quando prima di partire facevo la spavalda parlando romanticamente di quanto la bicicletta fosse anarchica, libera, e che bello fare le cicliste per caso, senza meticolosa preparazione né allenamento, credo di aver esagerato di proposito. Per darmi sicurezza, per non farmi prendere dall’ansia dell’ultima ora.

“Stai facendo una pazzia” diceva una vocina alla mia destra.
“Bisogna avere coraggio” rispondeva la vocina di sinistra.

Poi abbiamo cominciato a pedalare davvero, ieri. Al di là di ogni pensiero, aspettativa, paura. Eravamo lì a pedalare e basta e abbiamo scoperto alcune cose.
Intanto che le strade in Patagonia sono sempre o in salita o in discesa. Al limite in falsopiano, ma per poco. Alla partenza ci avevano promesso ottantaquattro chilometri di strada pianeggiante. E questa è stata la seconda scoperta: mai fidarsi delle indicazioni dei cileni, o hanno un’idea falsata dei piani inclinati o forse le salite per loro sono quelle che ci attendono nei prossimi giorni.
Comunque ieri siamo arrivate a Coyhaique stravolte e abbiamo deciso che oggi ce la saremmo presa comoda e avremmo fatto una tappa più breve.

Stamattina con calma abbiamo fatto la spesa al supermercato, scoprendo che i cileni hanno abitudini alimentari da colesterolo alle stelle.
Scaffali chilometrici di bibite gassate, il cui formato minimo è quello da tre litri, mentre trovare una bottiglia d’acqua è un’ impresa.
L’olio è solo quello di semi che noi usiamo per friggere, l’olio d’oliva è un prodotto avvenieristico. Figuriamoci l’olio extra vergine di oliva, figuriamoci quello spremuto a freddo.
Scaffali e scaffali di würstel in pacchi da cinquanta. E un reparto di patatine che è grande come un nostro supermercato.
Dopo aver mangiato il nostro pollo avocado e pomodori, vincendo il premio pasto salubre del millennio cileno, decidiamo che è tempo di ripartire per la seconda tappa.
L’inizio è terribile. Salita subito, con gambe impallate dagli ottantaquattro chilometri di ieri, io cerco di fare l’ottimisma e mi invento che nemmeno i professionisti al giro d’Italia partono in salita…
Oggi fa freddo, ieri invece il sole ci ha lasciato il segno della maglia e dei pantaloncini. Oltre alla fatica e al freddo si aggiungono anche i cani. Avevamo letto dei cani. Sbucano all’improvviso e ti inseguono abbaiando. Qualcuno scrive di aver portato un bastone per tenerli lontani dalla bici, io mi chiedo se tenere dei pezzi di pollo da lanciargli non sia una soluzione migliore.

In una pausa tra una salita e una discesa sulla strada per El Blanco, nostra seconda destinazione, decidiamo di dare un nome alle nostre bici.
Adelante e Valiente, pensiamo.
Adelante adelante, come la canzone di De Gregori, andare avanti, abbassare la testa, tirare il fiato, modalità zen una pedalata dopo l’altra.
E “Usted es muy valiente” ci ha detto la signora dove ci siamo fermate a chieder acqua.
Adelante e Valiente, eccoli i nomi perfetti.