UNA CASA ALLA FINE DEL MONDO

UNA CASA ALLA FINE DEL MONDO

Hurta ci accoglie nella sua cucina con il sorriso sdentato e gli occhi dolci da nonna delle favole. I figli Tito e Roberto, da qui in poi per tutto il tempo sarà impossibile capire chi sia Tito e chi Roberto, vivono con lei in una casa col tetto di lamiera che sta insieme con lo sputo.
Siamo arrivate qui, a Candelario Mancilla, su un battello da Villa O’Higgins dove finisce la Carretera Austral e si può proseguire solo in bicicletta o a piedi.
Tito e Roberto avranno rispettivamente 40 e 50 anni e uno dei due viene ad accogliere i turisti, dieci in tutto, al porticciolo. Sembrerebbe la solita tattica furbetta per accaparrarsi per primo i turisti, ma ben presto scopriamo che la loro casa è l’unica di tutto Candelario Mancilla. Tre abitanti. Cinque se si considerano i due cani.

Si potrebbe campeggiare ma siamo troppo stanche e così decidiamo di dormire a casa loro, in una stanza povera e piena di roba, con un bagno in comune che non viene pulito decentemente da quando mamma Hurta aveva ancora tutti i capelli neri. Ma fa molto viviamo come vivono loro e ci piace.
Tito e Roberto cucinano, minestra con verdure del loro orto. Poi arriva la carne delle loro mucche, che macellano loro. Il pane lo impastano lo sera e lo infornano la mattina. Hanno un armadio stipato di lattine di birre, per i turisti tedeschi e inglesi, che fanno pagare come se fosse oro. L’energia viene prodotta da pannelli solari e da una turbina, le comunicazioni col mondo avvengono solo tramite una ricetrasmittente, come i camionisti.
Lavorano coi turisti tre mesi l’anno, d’inverno il traghetto che li collega col mondo c’è ogni dieci giorni, tempo e lago premettendo.
Mentre vado in bagno dopo cena li vedo davanti alla televisione che guardano una partita di calcio. Toglietemi tutto ma non la mia squadra del cuore.

Abbiamo letto un po’ di resoconti del faticosissimo e affascinante passo da valicare per andare in Argentina da qui. In bicicletta coi bagagli sembra un’impresa da morire e per questo in molti li consegnano a Tito, o Roberto, che con tre cavalli ci precede nel tragitto.
Il percorso si è poi rivelato molto faticoso anche così, senza il fardello delle borse pesanti, ma anche bellissimo e divertente. Con passaggi nei torrenti gelati, nel fango, sotto o sopra alberi caduti.
All’arrivo al lago del desierto in terra Argentina, dopo 23 chilometri, ci sentiamo delle pioniere che hanno scoperto nuove terre, di fronte a noi il lago e in lontananza il Fitz Roy con tutta la sua bellezza.
Coi piedi scalzi e le scarpe al sole ad asciugare andiamo a farci identificare.
Los carabineros sono quattro. Uno timbra il passaporto e soffia sul timbro prima di aggiungere la data a penna, uno guarda dalla finestra con sguardo assorto cercando di darsi un contegno e sbirciando per vedere se lo guardiamo. Gli altri due seguono l’operazione della timbratura con grande interesse e partecipazione.
Intanto Tito, o Roberto, sarà tornato a casa coi cavalli e andrà a ad accogliere i nuovi turisti.

Ancora un mese. Minestrina, jeep, cavalli, pane da impastare.
Poi lunghi mesi vuoti, sotto la neve.
Cosa faranno Tito, Roberto e Hurta tutto questo tempo?
Si potrebbe dare una bella pulita al bagno, che dite?

 

CHILE MEJOR

CHILE MEJOR

Chile Mejor inneggia a caratteri cubitali la cartellonistica a lato delle Carretera Austral. In helvetica bianco su una foto sciatta di una strada già asfaltata.
Chile Mejor è il ritornello che mi gira in testa mentre pedaliamo provando a trovare un ritmo sul ripio. Il ripio è quello che noi chiamiamo comunemente sterrato ma qui sulla Carretera Austral, dove tutto è costantemente variabile, anche il ripio cambia ogni chilometro.
Direi che, a memoria, in tre giorni abbiamo incontrato una decina di varietà di ripio.
Terra smossa con sassi e buche, selciato classico, brecciolino insidioso, terra schiacciata e compatta, terra schiacciata ma bagnata, sassi piccoli e bianchi, cemento con sopra sassi liberi, cemento con incastrati qua e là dei sassi, sabbia con grossi sassi liberi, mattoncini autobloccanti coperti di sabbia.
Chile mejor ma con calma.
Intanto la Carretera Austral rimane prevalentemente sterrata, appunto, e questo è il suo bello, ciò che rende il nostro viaggio ancora più epico. Ma sterrato viene da terra e la terra ce la siamo ritrovata fin dentro le orecchie per non nominare parti più scabrose.
Terra un po’ sollevata dalle nostre bici ma soprattutto dalle macchine che incrociamo, che non sono moltissime, ma viaggiano tutte a velocità folle incuranti delle nuvole che sollevano.
E ovviamente i primi due giorni di ripio abbiamo dormito in tenda, campeggiando a caso, quando eravamo troppo stremate per continuare. Pulendoci la faccia con dei fresh&clean perché avevamo poca acqua e non potevamo sprecarla per lavarci.
L’acqua.
Silvia proponeva di raccoglierla dal fiume di fianco alla nostra tenda ma io da buona cittadina mi sono opposta adducendo una serie di logiche obiezioni. La mattina dopo per fortuna degli operai di Chile mejor ci hanno riempito le bottiglie da una loro tanica.
‘Ma l’acqua del fiume si può bere?’ chiede Silvia a un’operaia.
‘Dipende, se il caballo la beve sì!’ risponde l’operaia.
Ah, ottimo, da oggi in poi ci ricorderemo di portare sempre un cavallo con noi.

Oggi siamo arrivate a Puerto Rio Tranquillo dopo cinquanta chilometri di quello che doveva essere un facile saliscendi, ma prevalentemente pianeggiante.
Ora, parlando di saliscendi, i primi giorni ci parevano meglio delle salite vere e proprie. Più brevi e con una immediata discesa corrispondente. Dopo un po’ invece ci siamo rese conto che sono una frustrazione incredibile. Perché hai appena fatto una fatica assurda per arrivare in cima e in un secondo scendi allo stesso livello di partenza, vanificando la fatica.
Ecco, io vi giuro che, se mai avessi dei soldi li investirei in una onlus benefica pro-ciclisti in Cile. Pagherei per spianare almeno uno di questi assurdi, continui e ripidissimi saliscendi. Farei mettere una targa: qui Linda Ronzoni ha fatto spianare una montagnola.
E forse altri ciclisti prenderanno esempio. E molte altre montagnole verranno spianate.
E allora sì che sarà un Chile mejor!

ICH BIN CILENO

ICH BIN CILENO

«Hay un order que respetar»
«Ma domani abbiamo un traghetto, è l’unico che parte per Puerto Chacabuco. Por favor può chiedere al meccanico se può dare solo un’occhiata?»
«Intiendo pero hai un order que respetar»
«Por favor, siamo disperate, come facciamo a partire per la Carretera Austral se non sistemiamo il freno?»
«Intiendo, pero hay un order…»
Sì, ho capito, l’order que respetar, ma siamo in Cile o a Berlino?
Non dovrebbe essere che qui funzionano le regole del sud del mondo?
Lo strappo alla regola come stile di vita? No?
Ascolti, io sono quella coi capelli ricci, che non attraversa sulle strisce e che va in giro in bici perché la bici è anarchica, por favor!
Io e Silvia proviamo cinquanta sfumature di supplica. Da quella piagnucolosa a quella disperata, arrivando alla fine a una quasi rabbiosa.
Le commesse sono tre. Una con le unghie bianche quadrate lunghe quattro centimetri e un piercing sul naso che non ha mai alzato gli occhi dal computer, nemmeno quando siamo entrate. La seconda, che è quella del ‘hay un order’, occhi piccoli neri che ci guardano fermi e impassibili mentre ripete la sua litania. La terza ha le sopracciglia disegnate e una bandana, il suo sguardo tradisce un accenno di incertezza, quasi di empatia. Decidiamo di lavorare su di lei.
Dopo un quarto d’ora cominciano a consultarsi tra di loro, sottovoce; è fatta!
Diamo l’ultima accelerata sul pedale del piagnucoloso ed ecco che la nostra commessa empatica va a chiamare il meccanico.

Oggi siamo su un cargo dirette a Puerto Chacabuco con le bici perfettamente frenanti e il cuore scalpitante per la partenza.
La responsabile della sicurezza del cargo ci illustra le regole del nostro viaggio. Alla fine ci dice che sulla nave non si può bere alcol. Ma come? «Nemmeno l’ultimo dell’anno?»
«No!»
Decidiamo di tenere segreta l’esistenza di una bottiglia di Moet & Chandon che speravamo di mettere in fresco.
Io intanto mi appunto sulla moleskine: i cileni sono più rigidi dei tedeschi!

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