Si dirà che la torre l’ho voluta con tre finestre per richiamare la divinità e che prima di farmi rinchiudere mi sia immersa in una piscina e mi sia auto-battezzata. Si dirà che mio padre mi voleva rinchiudere nella torre per la mia bellezza, per proteggermi dai pretendenti. Si dirà che mio padre mi voleva rinchiudere nella torre per la mia disobbedienza. Si dirà che mio padre era pagano e che io mi sia convertita al cristianesimo dopo aver studiato con filosofi, oratori e poeti. Si dirà che quando mio padre ha scoperto la mia conversione ha tentato di uccidermi ma che io sia sopravvissuta trapassando le pareti delle torre. Si dirà che quando mio padre ha tentato di uccidermi io sia volata su una montagna.
Si dirà che un pastore mi abbia vista volare e abbia fatto la spia e che mio padre mi abbia trovata, condotta in cima a una montagna e decapitata. Si dirà che prima abbia provato in tutti i modi a farmi abiurare. Si dirà che prima mi abbiano lacerato le carni, dato fuoco, tagliato i seni, colpita in testa con un martello. Si dirà che io ero testarda. Si dirà che ero ribelle. Si dirà che dopo averle provate tutte eh niente mi abbia decapitata. Si dirà che subito dopo sia stato incenerito da un fulmine. Mio padre.

Cosa ci attrae dei luoghi abbandonati? Siamo davanti ai ruderi della miniera di Ingurtosu. Ingortusu. Ingortosu. Ingurtuso. Lo sbaglieremo per tutto il viaggio. Lo sbaglierei anche adesso se non fossi andata a controllare. Di nuovo le U, il figlio di Ercole, Sardu, che ha dato il suo nome a tutti i posti. Scattiamo foto. Un cervo è saltato davanti alle nostre bici pochi minuti fa mentre risalivamo nella gola che da Piscinas conduce ad Arbus.
Davanti ai ruderi della miniera di Ingurtosu Silvia fa dei video. Andiamo che arriva il caldo.
Più su i resti delle case dei minatori mangiate dai fichi, spacchi, fessure, infestazioni della natura, sarebbe bello ricostruire la casa tenendo il fico incastrato dentro. Più su il palazzo della direzione. Hoffman, il direttore. Il palazzo è perfettamente conservato e ci interessa meno dei resti abbandonati. Più su la chiesa di Santa Barbara. Da qui passa il Cammino Minerario di Santa Barbara, martire cristiana protettrice di ottomila categorie, tra le altre anche quella dei minatori.
Nel pomeriggio a Nebida scendiamo a piedi alla lavanderia Lamarmora, affacciata sul mare. 300 scalini da scendere. 300 da risalire. Di fronte il mare con i faraglioni e lo scoglio di Pan di Zucchero. Perché Pan di Zucchero? Mah forse per il colore…
A Matteo facciamo un sacco di domande, anche stupide, lui è gentile, paziente, preciso. Lavora per la Fondazione Cammino Minerario di Santa Barbara e ci guida con la sua mountain bike in un pezzo del cammino, che intero sono 500 chilometri, attraverso i luoghi storici delle miniere. Si ferma, ci indica, ci spiega. I paesaggi sono mozzafiato, le strade percorse solo da qualche pellegrino a piedi e da un paio di pastori. Sarebbe bello farsi tutta la Sardegna così. Su queste strade. Invece delle statali.
Visitiamo la miniera di Monteponi. Matteo ci racconta di quando da bambino veniva a giocare qui, dentro agli edifici abbandonati, con i suoi amici. C’erano ancora i vetri sulle finestre e documenti sparsi in giro, qualche macchinario. Ora hanno ripulito. E i vetri, sono passati vent’anni, sono venuti giù tutti.
Giampiero, il presidente della Fondazione, ci aspetta per farci entrare nell’unico edificio recuperato dell’intera area, il Pozzo Sella, e per raccontarci la storia di questa miniera.
Impianto di eduzione. Colonne piombifere. La galleria di scolo. Il contatto scisto calcare. La coltivazione sotto il livello del mare. Il collettore delle acque. Le tre centrifughe. I motori Brown Boveri. Il pozzo di reflusso. La galleria di scolo. La camera pompe. La galleria di drenaggio.
Professore lo ammetto non sono stata attenta, faceva troppo caldo, c’era lo scirocco. Prometto che recupererò. Mi impegnerò. Almeno mi informerò su cos’è il processo di eduzione, che non ho avuto il coraggio di chiederlo perché sembrava proprio la base.
Giampiero riceve una telefonata e noi ne approfittiamo per curiosare in giro e fare foto. Gli armadietti degli operai che lavoravano qui sono esattamente come sono stati lasciati. Fissi in un fermo immagine che parrebbe eterno. I ritagli di giornale gialli con Joan Collins che dice che non ha mai trovato un uomo in grado di soddisfarla, un’altra sul referendum contro la caccia, le viti, i bulloni, un foglietto con gli orari dei radiogiornali. Di nuovo la bellezza dei posti abbandonati ci attira come una calamita. Per qualche motivo sembrano più vivi di quelli abitati.
Mentre faccio una ricerca scopro che esiste una scrittrice e storica che di professione fa l’abbandonologa. Si chiama Carmen Pellegrino e per definirla c’è voluto un neologismo.

In preda a un’attacco di abbandonologia la sera io e Silvia saliamo al Santuario del Buon Cammino; proprio da qui parte il cammino di Santa Barbara. Oggi vengono premiate le prime cicliste che qualche settimana fa hanno fatto il cammino in bici. Vengono salutate dalle suore clarisse e omaggiate del testimonium e della medaglia a forma di torre con tre finestre. Quella torre con tre finestre. Il marito di una delle cicliste ce l’ha tatuata sul polpaccio.
All’improvviso comincia a spirare un vento freddo, il maestrale tanto agognato.

Si dirà che la mia storia è stata inventata, che era la storia di Santa Cristina, che non esiste nessuna Santa Barbara. Si dirà che la storia dei seni mozzati e della testa decapitata è un’esagerazione, un’eccesso di qualche trascrittore esagerato. Si diranno un sacco di cose nella Raccolta della Buonanotte delle Sante ribelli, non appena verrà pubblicata.

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