Se, come disse una volta qualcuno, i francesi sono degli italiani depressi allora, secondo me, gli spagnoli sono degli italiani simpatici.

Lo spagnolo, la lingua spagnola, mi è sempre piaciuta tanto e ci sono delle parole che proprio adoro. Vale dovrebbe essere usata  internazionalmente al posto di ok, più efficace, meno oscura, lo siento è il modo più toccante per dire che mi dispiace. E poi usano continuamente diminutivi per dire qualsiasi cosa: puedes poner una firmita aquí? Te gusta una cervecita? Una preguntita e a colazione un cafetito, e via così di piccole cosine che sembra di essere all’asilo con la maestra che da un momento all’altro potrebbe darti buffetto sulla guancia.

Siamo a pranzo ad Alozaina, ancora con la testa bagnata grazie alla fontana salvifica, il cameriere ci ha appena portato un’aguita fria, sedute sotto una tenda bianca che ci ripara dal sole ma lascia filtrare una cappa di caldo asfissiante. Mangiamo quattrk tapas a testa, più l’aguita e spendiamo 8 euro e 20.

Ora il problema è ripartire, ci attendono 40 km nel parco naturale Sierra della Nieve e magari nevicasse per darci una tregua dall’afa. Partono 10 minuti di recriminazioni; io che urlo: come ti è venuto in mente di mettere una tappa così il primo giorno? Silvia che mi urla che non ho mai voluto vedere il programma prima di partire… ma poi la fatica è tale che ci ammutoliamo, testa giù, sudore giù, cardiofrequenzimetro su. Quattro ore di salita che fanno passare qualsiasi voglia di litigare, ogni grammo di energia e determinazione li mettiamo per spingere sui pedali e per maledire l’ultimo cambio che salta e che ci obbliga a un rapporto troppo duro per le nostre gambe. Quando arriviamo al Puerto del viento mangiamo un’intera confezione di frutta secca e uvette, il sollievo è tale all’idea della discesa che ci aspetta che tutto è dimenticato, non ha più importanza, il malumore è evaporato, almeno fino alla prossima salita.

A Ronda mangiamo delle tapas che il ristorante definisce gourmet e che assieme a una sangria ci rimettono al mondo.

Ronda è su un pianoro a strapiombo, con una spaccatura centrale che precipita per 200 metri su un torrente ed è una roba così impressionante che non si capisce perché non ci abbiano girato qualche Trono di Spade. La sera dei piccoli corvi si lanciano in picchiata nella gola sfiorando gli archi, inclinandosi, disegnando acrobazie perfette e risalendo col becco puntato verso il cielo per poi ributtarsi, uno spettacolo gratuito per i nostri occhi sgranati.
La mattina dopo visitiamo la Plaza de Toros, la più antica di Spagna, sembra un po’ come le antiche arene romane, un posto dove in tempi remoti succedevano cose atroci, ma poi scopriamo, cercando un po’ in rete, che le corride si fanno ancora e che i tempi non sono quelli lontani che stemperano l’orrore. Ci mettiamo al centro dell’arena giriamo per vedere che effetto farebbe essere braccati, poi facciamo ottomila foto ai costumi da torero, alle mantelline, ai cappelli, perché quelli sono così belli e preziosi da distoglierci dalla violenza.

A Grazalema nel pomeriggio ci fermiamo prima della salita finale, è un bellissimo pueblo blanco, piccolo, con una piazzetta rialzata. Io prendo un cornetto, Silvia una Coca-Cola, e poi affrontiamo il passo a 1100 metri e poi una discesa bellissima con dei profumi che mi ricordano l’infanzia e mi riempiono di malinconia, ma forse è solo il cuore che si alleggerisce in discesa e vede bellezza ovunque. Pini marittimi, aria salata nel naso e sulle labbra nonostante il mare sia molto lontano.

Ci sentiamo già arrivate ma in pianura ci aspettano gli ultimi 30 km di vento fortissimo contro che ci da la botta finale, arriviamo ad Arcos de la Frontera  alle 9 e mezza col sole che sta tramontando.

Siamo così stanche che mangiamo nel ristorante dell’albergo. Silvia assaggia l’imperdibile rabo de toro, la coda di toro, io prendo una paella che arriva in un padellino di ghisa e che rinominiamo quattro salti in fonderia, parodiando la mitica paella di quattro salti in padella, perché questa è stata portata a una temperatura di fusione e potrò mangiarla forse tra una settimana.

Ridiamo di niente, come a scuola all’ultima ora, ridiamo di stanchezza, ridiamo di sollievo sapendo che domani ci sarà solo pianura.

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