CRONACA DI UNA CONQUISTA ANNUNCIATA

CRONACA DI UNA CONQUISTA ANNUNCIATA

La Comasina Col pensiero ancora ad Alfonsina Strada che oggi ha una via tutta sua a Milano cominciamo la lunga trafficata e frastornante vecchia via per Como, la Comasina. Inizia il nostro viaggio. Un brutto inizio, sotto al sole offuscato e madido di umidità, coi camion che ci sfiorano e un rumore continuo di motori che ci sfrecciano nelle orecchie. Dopo Valassina, dove una una targa ci ricorda che siamo a metà strada tra Como e Milano e che qui una volta si cambiavano gli asini perché la strada in leggera salita era troppo pesante, il traffico si dirada e lo sguardo può cogliere i vecchi casolari abbandonati, le insegne dipinte di osterie ormai scolorite, alternati a nuovi centri commerciali e giganteschi bingo. La miseria contadina doveva essere brutta ma mai come questi nuovi prefabbricati. Rimugino nella noia del rettilineo che i casolari facevano parte coi loro colori del paesaggio rurale, erano un tutt’uno in continuità con la terra, il cielo grigio, la nebbia d’inverno, ora questi capannoni di cemento si stagliano urlanti con le loro grafiche da Las Vegas dei poveri.

Cernobbio Una lunga discesa dopo 60 chilometri di falso piano in salita ci butta nel lago di Como o meglio sulle sue sponde e poi verso Cernobbio dove ci attende un alberghetto in cui lavare per la prima volta il pantaloncino da bici, col suo fondello inasciugabile. La prima vera salita la incontriamo la mattina dopo, salendo dal lago di Lugano verso Bellinzona, tre-quattro chilometri non di più ma con pendenza che non ci aspettavamo; un indiano che deve consegnare un take away ci supera con una bicicletta assistita e fa partire insulti irripetibili tra un respiro affannoso e l’altro riguardo alle biciclette assistite, agli indiani e a tutta l’India. Comincia qui la nostra guerra fredda alle biciclette assistite, ne incontreremo parecchie.

Bellinzona A Bellinzona Massimo e Michela ci ospitano per la nostra seconda notte. Lui era il suo capo e si sono conosciuti al lavoro quando lei aveva vent’anni. Ora hanno due figli grandi e sono un po’ zingari, hanno vissuto a Milano, a Roma, in Sardegna e ora sono a Bellinzona e gestiscono un bellissimo bed & breakfast. Massimo cucina da dio e va in giro alla ricerca di piccoli produttori di formaggio o di verdure e Michela che è l’addetta ai dolci ci prepara una creme brûlé fantastica. La mattina dopo a colazione ci presentano Christine. Fa la sessuologa, o come dice lei pedagoga sessuale, e organizza corsi per donne, perché: “C’è ancora tanto bisogno di conoscersi e di scoprire la propria sessualità e il proprio piacere” ci dice. “Ma vi rendete conto con che cultura maschilista siamo cresciute? La parola vagina vuol dire guaina, fodero, no ma vi pare? E sapete che tutte le parole tedesche per le parti intime femminili hanno come prefisso ‘scham’ vergogna? Non vi sembra assurdo?”.

Verso Airolo Pedaliamo con in testa vergognose guaine e vergognosi foderi per molti chilometri tra le campagne piatte e noiose che ci portano verso Biasca. Dopo Biasca la strada comincia ad arrampicarsi seriamente ed è quasi mezzogiorno. Il viadotto dell’autostrada altissimo sopra le nostre teste è la sola ombra che si proietta sulla strada a tornanti, benediciamo l’orrenda costruzione e ci fermiamo a bere le ultime gocce della nostra borraccia. Sandro è il gestore dell’unico bar nell’unica piazza di Faido e propone un unico tipo di panino, prendere o lasciare. Prendere. Nel bar di Sandro la birra costa meno dell’acqua gassata. Regola numero uno in Svizzera: calmierare i prezzi dei beni di prima necessità. Comunque l’acqua costa 4 franchi, tanto per cominciare a farsi un’idea dei prezzi in Svizzera. Partiamo con la promessa di mandare a Sandro una cartolina da Londra e con la sua risata in risposta alla nostra domanda sulle salite fino ad Airolo. Mentre mi maledico col fiato corto e penso alla pazzia dell’uomo che decide di prendere una bicicletta e opporsi insensatamente alla forza di gravità, mentre immagino il mio corpo abbandonato alla gravità di una sedia a sdraio su una qualsiasi spiaggia, si profila davanti a noi un tandem. Un uomo e una donna che alla velocità di uno all’ora vorticano i pedali rimanendo praticamente immobili. All’improvviso la nostra follia diventa quasi normalità. Ci sono persone che fanno cose al limite della mia capacità di comprensione. Questi davvero domani vogliono fare il San Gottardo?

San Gottardo La notte prima della grande prova fatichiamo a dormire. Tutti ci hanno messo in guardia: “è durissima, fate il San Bernardino, fate il San Bernardo, siete sicure?”. Ci svegliamo con un misto di eccitazione e paura e partiamo con un cielo che non promette niente di buono. E poi è pioggia, vento freddo e bellezza assoluta. La fatica la sentiremo domani quando ci sveglieremo con le gambe di legno, ma oggi è tutto uno stupore. Non avevo mai visto una strada così bella, non ci ero mai salita in sella a una bici. Ci fermiamo più volte per fare delle foto e per guardare la serpentina strettissima della strada che si inerpica sui sassi antichi. È una conquista arrivare in cima, senza fiato, con la pioggia che riprende a scendere dopo aver aperto degli squarci di sereno durante la nostra salita. Sul passo però fa veramente un freddo da morire e mentre mi immaginavo grandi festeggiamenti, foto e felicità, la realtà è che cerchiamo solo un riparo dal vento gelido. Invidio i turisti in auto che appena comincia a piovere si chiudono nell’abitacolo col riscaldamento a palla, non i tedeschi e gli svizzeri ovviamente che se ne vanno in giro in infradito e pantaloncini con 5 gradi e l’acqua che arriva obliqua, e mi dico che io se fossi una donna preistorica esposta a ogni genere di intemperie sarei già morta da un pezzo.

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VIA ALFONSINA STRADA

VIA ALFONSINA STRADA

Vecchi treni regionali passano sobbalzando ritmici sui binari, un cancello automatico si apre e si chiude senza tregua, le macchine entrano ed escono da un palazzo di venti piani che avrebbe bisogno di una buona ristrutturazione. In un angolo della via chiusa, l’assessore cerca di far sentire la sua voce sopra allo sferragliare dei vagoni e al cigolio del cancello. Fa caldo ma i carabinieri rimangono fermi impassibili di fianco all’assessore con la fascia tricolore.

Cari mamma e papà, oggi mi hanno dedicato una via a Milano. A me, alla Fonsina. La seconda dei vostri dieci figli, quella matta che non ne voleva sapere di stare a marcire nella campagna bolognese, che non voleva fare la fame ricamando le lenzuola per i ricchi, quella con la testa dura e le gambe forti che voleva correre in bici a tutti i costi. Sono stata per tutta la vita una vergogna per voi: vai a messa, scendi da quella bici, mi urlavate in continuazione. E le botte che mi avete dato per raddrizzarmi.

Ma io la testa dura ce l’avevo per davvero e me ne sono andata a Milano e nel 1924 ho corso il giro d’Italia con gli uomini.

Adesso l’assessore qui che parla con la fascia tricolore dice che sono stata la paladina dei diritti delle donne, la promotrice della parificazione degli sport maschili e femminili. Certo non volevo fare la fine di mia madre, coi suoi dieci figli, avevo fame ed ero forte e volevo correre proprio come gli uomini. Ma mi tremavano le gambe quando mi insultavano per strada perché pedalavo coi pantaloncini corti. Insomma non so se avevo poi tutto questo coraggio, forse le paladine devono essere più coraggiose di come ero io. Io ero testarda quello sì, e volevo correre, essere una corridora, sfidare tutti a chi arrivava prima, come facevo da piccola sulle strade di Fossamarcia. Io volevo sentire il vento forte e pulito che mi portava via gli odori dei vestiti vecchi che avevo addosso, del letame nei campi, del cavolo che bolliva in cucina. E pestavo sui pedali, pestavo come una matta e mi sembrava quasi di volare.

Cari mamma e papà chissà se oggi finalmente sareste fieri di me. Una via, una via per vostra figlia, la figlia rinnegata. Una via come per Carducci, come per Garibaldi. Via Alfonsina Strada. Sì certo potreste avere da dire che è una via chiusa, in periferia, dove forse la sera si spaccia, una via che per trent’anni non è stata riconosciuta nemmeno come via, non aveva un nome, era la via senza nome, una via ai confini della città, ma è una via che mi assomiglia, anch’io sono nata sfortunata e poi ho cambiato il mio destino.

Cari mamma e papà chissà se oggi sareste stati fieri di me, o se avreste avuto ancora quello sguardo, come quando abbiamo fatto tappa a Bologna col giro d’Italia e io ero già diventata una celebrità e tutti mi aspettavano all’arrivo per farmi i complimenti e chiedermi gli autografi. Il Re addirittura mi aveva fatto recapitare delle rose rosse qualche tappa prima. Voi siete venuti all’arrivo e stavate in disparte, imbarazzati, impacciati coi vestiti buoni e con lo sguardo sfuggente. Mi avete dato due baci sulle guance come si fa coi parenti lontani, tu mamma hai anche detto brava ma ti è uscita una voce strozzata e io lo so che avresti voluto dirmi: cosa ci fai qui? Scendi da quella bici e vai a messa.

La targa nuova di zecca biancheggia all’angolo di questa via che non aveva un nome e ora ce l’ha. Alfonsina Strada col suo coraggio e la sua forza starà qui a ricordare la sua storia. I treni continuano a sferragliare. L’assessore si asciuga il sudore e torna in comune, noi cominciamo a pedalare con la commozione e la bellezza che la Fonsina ci ha ispirato dalla prima volta che l’abbiamo incontrata.

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Con l'Assessore Dal Corno e le Associazioni di donne e ciclise

Cernobbio

BRENNERO-VERONA

Dal Brennero a Verona in bici, una gita di più giorni molto bella e facile, che vi consigliamo vivamente: paesaggi spettacolari, ottima ospitalità ed una pista ciclabile impeccabile. Qui di seguito il video e la descrizione del nostro itinerario di 275km.

 

GIORNO 1

Brennero-Mules: 34,3km (165m ascesa, 570m discesa):

Siamo andata in macchina fino a Verona in tarda mattinata, poi da lì abbiamo preso un treno regionale fino al Brennero (3,02h – costo 21,75€ più 3,50€ supplemento bicicletta cad), da dove abbiamo cominciato a pedalare. La ciclabile corre accanto ai binari dell’antica ferrovia, attraverso dolci colline e freschi boschi,  in leggera discesa fino a Vipiteno. I panorami sono splendidi e la segnaletica è ottima.

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GIORNO 2

Mules-Bolzano: 66,6km (209m ascesa, 801m discesa).

La ciclabile è molto varia e bella. Si segue il fiume Isarco prevalentemente in discesa, anche se non manca qualche breve strappetto. Lungo il percorso molti luoghi e monumenti storici che invitano a fermarsi: il Forte di Fortezza, l’Abbazia di Novacella, la cittadina degli artisti Chiusa con il suo imponente convento di Sabiona. Da non perdere Bolzano con i suoi portici e piazza Walther.

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GIORNO 3

Bolzano-Rovereto: 94,6km (121m ascesa, 87m discesa).

La discesa è finita e ora si pedala in pianura seguendo il corso del fiume Adige, attraverso frutteti e vigneti di Gewurztraminer, nella zona del lago di Caldaro, e del Teroldego nella piana Rotaliana. Impossibile non fare una sosta a Trento, che ci accoglie con le sue case dalle facciate dipinte, il Duomo e la fontana di Nettuno. La pista ciclabile dell’Adige prosegue poi verso sud fino a Rovereto: un must assoluto la visita del MART-Museo di arte moderna e contemporanea.

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GIORNO 4

Rovereto-Verona: 80,1km (367m ascesa, 464m discesa).

Da Rovereto si pedala sempre in direzione Sud, lungo l’Adige, attraverso i vigneti di Marzemino fino ad Avio con il suo bel castello di Sabbionara. A tratti si costeggia anche l’autostrada fino ad arrivare a Borghetto, ultimo paese trentino. La pista ciclabile in alcuni punti si interrompe e bisogna proseguire su strade normali, ma nel complesso il traffico è poco e non mancano le segnalazioni. In Veneto poi riprende la ciclabile ed il percorso è molto bello con alcuni sali scendi; solo la salita al forte di Rivoli è impegnativa, ma regala un bellissimo punto panoramico sulla Valle dell’Adige. A Rivoli Veronese abbiamo proseguito lungo la ciclabile Rivoli–Bussolengo, parte della ciclovia dei fiumi veneti, e costeggiato il canale Biffis. Siamo entrate a Verona seguendo il Lungadige.
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UNA BELLA GITA DI UN GIORNO: IL LAGO D’ISEO

La primavera è il mese ideale per le uscite in bici!

Per una bella gita di un giorno vi consigliamo il giro del lago D’Iseo, che abbiamo scoperto recentemente.

Il giro è in buona parte su pista ciclabile, i paesaggi sono a tratti mozzafiato, e si può spezzare il giro con un buon pranzo a base di pesce di lago.

Noi abbiamo parcheggiato la macchina a Paratico e da lì abbiamo cominciato a pedalare in senso orario.

Il giro completo non è molto impegnativo: 66km, dislivello totale di 950m.

Da non perdere l’orrido di Bogn, il bel borgo di Lovere, il tratto ciclabile tra Toline e Vello e un bicchiere di Franciacorta!

Per una descrizione dettagliata del percorso visitate il sito degli amici di Life in Travel. Buona pedalata!

 

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LE CICOGNE SONO MONOGAME (ALMENO IN CALABRIA)

LE CICOGNE SONO MONOGAME (ALMENO IN CALABRIA)

«Ehi, fermatevi a riposare!». Le parole ci colpiscono mentre sfrecciamo sulla statale che da Taormina ci porta ad Aci Trezza, e ci vuole qualche centinaio di metri prima che un suono indistinto in mezzo al traffico venga decodificato come un invito destinato a noi.

La ragazza di colore è ferma sotto a un cavalcavia, all’ombra. Ha una bicicletta e un turbante coloratissimo in testa. Urlo a Silvia che mi precede: «Diceva a noi! Che facciamo? Torniamo indietro?». La tentazione è forte, un incontro inusuale e magari una storia da ascoltare.
Ma siamo in ritardo, ci aspettano per darci le chiavi della nostra stanza entro le cinque. Rallentiamo, tentenniamo, e poi a malincuore riprendiamo a pestare sui pedali con ritmo sostenuto.

Per un quarto d’ora penso alla ragazza sotto al cavalcavia e alla storia che non potremo mai raccontare e la mente comincia a macinare pensieri e idee come spesso accade nei tratti lunghi in cui bisogna stare in fila indiana, lungo una strada anonima, concentrati solo sul ritmo delle proprie pedalate. E allora vado avanti e indietro nei ricordi di questo mese a cercare tutte le storie che non abbiamo potuto raccontare. Le storie mancate.

C’è una donna in spiaggia vicino a Tropea che piange sdraiata sul suo lettino sotto al sole, il marito è seduto nel lettino di fianco, piegato verso di lei, ha un tono di voce basso, pacato, e cerca di calmarla. Lei ribatte con tono piangente e poi singhiozza e dice che sono due anni e mezzo che aspetta che le cose cambino. Da lontano sembra un concerto per voce grave e voce triste, nulla più.

C’è Doriano che gestisce un chiosco di piadine e porchetta sul Passo della Collina, tra Porretta Terme e Pistoia. È un femminista, è anche molto cattolico, ma critica Karol Wojtyla che nella sua ultima enciclica ha detto che la donna deve obbedire al marito. Lui non sa perché è femminista, forse perché suo padre che era tanto un bravo uomo ogni tanto gli dava a sua madre. E allora a lui queste botte non sono mai andate giù. E dice che la Chiesa sbaglia: «Ci vorrebbero più donne come voi, che vadano in giro in bici da sole e mica stanno a casa a preparare il pranzo al marito». E aggiunge che bisognerebbe proprio cambiare l’idea sulla donna. Lui quando va dal suo amico che fa il meccanico di auto glielo dice sempre di non appendere quei calendari di donne nude, che si comincia anche da lì.

C’è il figlio della partigiana Angela che arriva mentre stiamo intervistando la madre; è silenzioso, timido, si siede in disparte e viene tirato in ballo quando Angela parla dei suoi nipoti. «Lui è un bravissimo padre eh; come marito, insomma… Si è separato. Non crede nel matrimonio, si vede…». Il figlio della partigiana Angela alza gli occhi al cielo, ma senza enfasi. Non dice nulla, sospira.

C’è una cameriera di Gioia Tauro che ci dice: «Come vi invidio». Si attarda col marsupio a darci il resto e ci guarda con gli occhi pieni di voglia di partire, con una nostalgia dolce nella voce mentre ci augura buon viaggio.

C’è una cameriera dopo Salerno che ci dice «come vi invidio», ma non è vero. È bionda, simpatica e sorridente, e non vorrebbe andare in nessun altro posto.

C’è una ragazza di Montalcino che sa fare dei mazzolini di fiori bellissimi. È tedesca e ha trovato qualcosa in queste colline toscane. Ma noi non sappiamo cosa.

C’è Claudia, che forse ha perso per sempre l’amore della sua vita, ma dice di aver fatto tutto quello che poteva fare.

C’è Marcello, che ha una passione per le cicogne e ci porta in bicicletta a vedere un loro nido. Ci racconta che le cicogne sono monogame, «almeno qui in Calabria», dice, e torna il giorno dopo in macchina a cercare un cagnolino che avevamo visto abbandonato lungo la strada.

C’è Andrea che ci dice che in Sicilia ci sono tantissime storie di donne che vorrebbe raccontarci. C’è sua nonna che negli anni Venti suonava il sax in un’orchestra jazz e guidava la moto Guzzi dei fratelli. C’è la bisnonna di sua moglie che nel 1850 ha aperto un negozio di tessuti che ha resistito per tre generazioni. Era una commerciante così brava che la Somma, nota azienda tessile, le aveva dedicato un tessuto: tela Giuseppina.

C’è una prostituta lungo una strada che costeggia una pineta vicino a Paestum; ha lo sguardo sfrontato e distante e aspetta in mezzo alla spazzatura.

C’è una vecchietta, dopo la lunga salita di Giarre, seduta su una sedia di fianco alla strada, coi capelli tinti di nero e lo sguardo dolcissimo e liquido. Risponde al nostro saluto con la mano, la scuote, la sua mano rugosa, e sorride, come se si fosse risvegliata da un suo mondo lontanissimo, ed è il più bel augurio della giornata. Andiamo avanti a cercare la discesa e sorridiamo anche noi, il suo stesso sorriso, senza quasi accorgersene.

 

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ARRIVO A CATANIA!

Il nostro viaggio sta per terminare, ancora pochi chilometri e saremo a Catania.

Vi aspettiamo per pedalare con noi e per per parlare ancora di donne, emancipazione e pari opportunità.

Ecco Il Programma  dell’evento di oggi:

  • Ore 18:00 Raduno in Piazza Mancini Battaglia e via in bicicletta per il Lungomare ciclabile, arrivo a Piazza Duomo;
  • Ore 18:30 Saluto Autorità presso Palazzo di Città;
  • Ore 19:00 Concerto dell’Orchestra Falcone Borsellino presso Fondazione Puglisi Cosentino;
  • Ore 19:45 Le donne a Catania: Storie di impegno nello sport e nel sociale, presso Fondazione Puglisi Cosentino.

Come sempre l’ingresso è gratuito… Vi aspettiamo per concludere alla grande questa incredibile impresa lunga 1.620 km!

 

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CICCILLA LA BRIGANTESSA

CICCILLA LA BRIGANTESSA

La Calabria è aspra, dura, ripida, poi all’improvviso scoscesa, con discese a rotta di collo e poi di nuovo si impenna. La Calabria ci spezza le gambe, ci cuoce la testa, ci porta vicine ai nostri limiti, vicine a capire qualcosa in più di noi, su quel confine impreciso in cui la forza e la fatica si confondono, la debolezza e la tenacia intessono una fitta discussione, ancora cento metri, ancora duecento. Il cuore pompa e cerca un ritmo.

La Calabria è lì che ci parla dalle sue città arroccate, aggrappate alla montagna, «sono dei piccoli presepi», ci dice un frate missionario di Paola che ogni due anni torna in congedo per tre mesi in Italia e che incontriamo in un bar di Cosenza.

A Cosenza abbiamo cercato storie di donne, come sempre in questo viaggio. Pasquale che ci ospita con la sua famiglia, durante una fantastica cena calabrese, tra una melanzana alla parmigiana e un assaggio di ‘nduja, ci dice: la brigantessa Ciccilla!

Appoggiamo le posate e chiediamo di raccontarci di questa brigantessa calabrese. Io prendo appunti ma dopo qualche minuto mi fermo.

Bellissima ragazza dalle lunghe chiome e dagli occhi corvini, sposa di un brigante che ogni tanto scendeva dai monti per avere con lei dei furtivi incontri. Ma poi salta fuori che questi furtivi incontri li aveva anche con la sorella di Ciccilla. E quindi scatta la vendetta. Ciccilla invita la sorella a dormire a casa sua e durante la notte la uccide con trenta colpi d’ascia. Scappa a dorso di un mulo, raggiunge la banda del marito e ne diviene il capo. Temuta da tutti per la sua crudeltà e durezza.

Fermi fermi fermi.

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Non sono sicura che questa brigantessa mi piaccia, però l’idea delle brigantesse mi intriga, donne forti, che di fronte alla disperazione ribaltano il ruolo di rassegnazione e sudditanza e si dimostrano capaci di partecipare attivamente alla lotta contadina… Forse, mi dico, possiamo trovarne una più saggia e meno cruenta?

C’era Francesca, alla quale uccisero i figli, e pazza di dolore si unì a una banda di briganti. Quando in un’imboscata catturarono l’ufficiale che aveva fatto uccidere i suoi figli, gli strappò il cuore e lo divorò ancora palpitante.

C’era Niccolina, la donna di un brigante violento e sanguinario che un giorno uccise il loro figlio neonato per paura che il suo pianto potesse attirare il nemico piemontese. Nel sonno sottrasse il fucile al suo compagno, gli fece saltare le cervella e lo decapitò. Consegnò la sua testa al governatore di Catanzaro, incassò la taglia e ritornò sui monti per sempre.

Niente, la lotta non violenta la lasciamo a Gandhi, queste donne calabresi sono come la Calabria. Dure, spietate, violente e bellissime.

Pasquale mi dice che i piemontesi decapitavano i briganti calabresi e collezionavano i loro teschi per studiarli. Erano convinti che nel loro cranio ci fosse la famosa spina.

Una spina che agiva sul cervello provocando aggressività e violenza.

«Cosa fate, mi state guardando la testa?», ci chiede ridendo e toccandosi la testa rasata. «Dite che ce l’abbiamo davvero sta spina?».

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STORIE DI ORDINARIA LAURIA

STORIE DI ORDINARIA LAURIA

Dora è la guardiana. Ha una chiave enorme di quelle a forma di chiavi di una volta. Fa la guardiana da quando si è sposata. Prima abitava a Lauria Inferiore, poi si è trasferita a Lauria Superiore.

Pasquale, giornalista di una testata locale, ci fa da Cicerone e ci racconta che tra Lauria inferiore e Lauria superiore ci sono state rivalità molto accese e continuano ad esserci forti campanilismi. Il Comune per anni è stato spostato dal rione inferiore a quello superiore ad anni alterni. Poi hanno deciso di metterlo a metà strada esatta tra i due centri. Pare che a un certo punto, anni fa, qualcuno si fosse fatto promotore di una iniziativa per erigere un muro. Un muro per dividere Lauria inferiore da Lauria superiore. E che avesse raccolto un certo numero di adesioni… Poi è arrivato il 15 di agosto: ogni odio si è dissolto e ogni muro si è sgretolato e tutti insieme, inferiori e superiori, come ogni anno, sono saliti al santuario della Madonna del Monte Armo per festeggiare l’Assunzione in cielo della Vergine.

Dora è la guardiana. Da quarantasei anni si occupa del santuario come volontaria, è la sua missione. Sua e del marito, che da qualche anno non c’è più.

«Se non avessi avuto questo marito – dice – che condivideva completamente la mia scelta e mi aiutava, non avrei mai potuto. È stato importante mio marito. Abbiamo fatto tutto assieme. Abbiamo tre figli. La grande è sposata, quella in mezzo è suora e fa la missionaria in giro per il mondo. Il terzo è ancora in casa. Mi fa compagnia».

Per Dora la cura del santuario è una roba seria, una passione totale. Ci fa notare tutti i particolari, le statue, il pavimento originale, ci fa salire sull’organo per vedere la chiesa dall’alto, perché è tutta un’altra cosa. Lei ogni tanto sale quassù per vedere le navate e l’altare con occhi nuovi.

La chiesa e la Madonna sembrano essere tutto per Dora, i più bei ricordi che ha sono legati a questo luogo e alle persone venute in pellegrinaggio qui che ha accolto a casa sua. Racconta di quella volta che un gruppo di suore erano venute al santuario per un ritiro e lei ha preparato dei fusilli col ferro, vicino al camino, perché si era immaginata che poi sarebbero state affamate. Mi dice che ogni tanto ripensa agli episodi della sua vita e della chiesa, ed è come vedere un vecchio film che la rincuora e la fa stare bene.

Le dico: «Con tutta questa dedizione si sarà aggiudicata un posto in paradiso».

Lei risponde sicura: «No, no». Ma è un «no, no» come dire: «Non l’ho fatto per questo. L’ho fatto perché era la cosa che volevo fare».

Ridiscendiamo con Pasquale. Penso che io al paradiso non ci credo e che tutta questa fede non riesco a capirla. Dora sembrerebbe una donna semplice a cui non interessa nemmeno parlare di emancipazione e di libertà di scelta, eppure in qualche modo lei è stata una donna libera, mi dico, che ha trovato un uomo che l’ha assecondata nella sua scelta, che è diventato suo complice, che le ha permesso di fare esattamente quello che voleva. Anni luce lontano dalla mia idea di emancipazione. Eppure, chi lo decide cos’è la libertà?

Prima di ritornare a Lauria inferiore il nostro Cicerone ci fa visitare una chiesetta a cui è molto affezionato. La chiesa è dedicata a San Pasquale Baylon protettore delle donne. Coincidenze, penso. Protettore delle donne e delle nubili in cerca di marito, scopro indagando un po’. Pare che nella tradizione napoletana si usi invocare: «San Pasquale di Baylonne protettore delle donne, fammi trovare marito, bianco, rosso e colorito, tale e quale, o glorioso San Pasquale».

Stamattina ripartiamo per Morano Calabro, sarà una giornata faticosissima di monti e valichi da scalare, pensiamo a Dora che silenziosa sistema i fiori sull’altare e ci immaginiamo un coro di donne napoletane che anelano a un uomo bianco, rosso e colorito… Noi intanto pedaliamo, sperando che San Pasquale a noi spiani la strada, per l’uomo bianco rosso e colorito se ne riparlerà.

 

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NON E’ UN PAESE PER DONNE (IN BICI)

NON E’ UN PAESE PER DONNE (IN BICI)

Sulla strada dell’emancipazione femminile in Italia si trova molto traffico e salite davvero faticose.
Ecco alcune considerazioni su queste prime tre settimane in bicicletta.

1. Anche le parti delicate e sensibili per sopravvivere diventano coriacee e resistenti (sì, stiamo proprio parlando di quelle parti lì, ma anche del palmo delle mani che ormai ha un callo consolidato, visto che coi guanti si muore di caldo).

2. Abbiamo incontrato una quantità di persone incredibili che ci hanno aiutato, ospitato, rifocillato. Sarà la bici che fa questo effetto?

3. Non chiedere mai informazioni sulle salite a chi non è mai andato su quelle strade in bici. Vi direbbe: «Tranquille è tutta pianeggiante».

4. Chiediamo scusa alle strade patagoniche contro le quali abbiamo imprecato durante il nostro viaggio sulla Carretera Austral, il tratto tra Napoli e Pompei credo vinca il premio «strada dissestata del millennio». Perché andare tanto lontano quando a qualche centinaio di chilometri da casa puoi avere i lastroni di pietra degli antichi romani?

5. Le discese sono come il Sabato del villaggio, arriva presto la domenica sotto forma di durissima salita.

6. Per ogni bellissima collina Toscana c’è una corrispettiva zona industriale, per ogni casale antico una villetta con i serramenti di alluminio.

7. Ci sono volte che in salita ci supera una macchina e vorremmo solo avere quel bel sedile comodo sotto al sedere e il pedale dell’acceleratore sotto al piede, ma altre volte arriviamo in cima con le gambe dure dalla fatica e, un attimo prima di scavallare, un attimo prima che cominci la discesa, in quell’attimo lì, ci sentiamo le regine del mondo.

8. Tra ciclisti ci si saluta sempre, poi trovi quello che nemmeno si gira con le cuffiette nelle orecchie, ma la maggior parte alza la mano e sorride. «Ciao socio», ci diciamo senza dirlo.

9. Da Napoli in poi i semafori, gli stop e le precedenze sono un’inutile intoppo alla fluidità del traffico. L’uso costante del clacson non ha la funzione isterica e cazziante di Milano, qui è solo un: «Ehi guarda che passo di lì, mi infilo di qui, giro di là». Avvisano. E sono veramente tranquilli, nessuno ha quello sguardo folle degli automobilisti del nord che sono sempre in ritardo. Abbiamo visto manovre che voi umani… E loro tranquilli, giusto una suonatina di clacson.

10. Stiamo facendo un viaggio anacronistico. Millenni di storia dell’umanità a inventarsi modi per evitare la noia, la lentezza, la fatica, il troppo caldo e il troppo freddo e in bicicletta almeno due di queste variabili sono sempre presenti. Quando ci sono tutte e quattro, per far passare il tempo, mentre ci diamo delle sconsiderate, cominciamo a elencare le più grandi invenzioni dell’uomo: l’asfalto, il motore a scoppio, l’aria condizionata. Al culmine della fatica invochiamo qualsiasi genere di divinità perché ci dia un po’ di discesa. Anche solo cento metri, dio dei ciclisti, cento metri!

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HO QUATTORDICI ANNI, MI CHIAMO ANNALISA DURANTE

HO QUATTORDICI ANNI, MI CHIAMO ANNALISA DURANTE

Qui una volta c’era un cinema, adesso c’è una biblioteca con il mio nome. Oggi sono passate due ragazze, non so quanti anni avevano, io l’età non la so dare. Due che vanno in giro con la bici da corsa. Hanno detto che si chiamano le Cicliste per caso, sono entrate, hanno appoggiato le bici in ufficio, che sennò quattro ne trovavano di bici quando uscivano, e hanno stretto la mano a mio padre.

Mio padre è un poco schivo ma è tanto forte. Anche se tutti poi si accorgono di quel dolore che c’ha ancora appiccicato addosso. Eh come si fa, come ce lo si scrolla di dosso quel dolore lì?

Le due cicliste non sapevano niente di me, forse poco. Quei trafiletti che riportano i giornali del nord. Qualcosa in internet. Perché loro due sono di Milano. Che poi li è proprio un altro mondo. Mi sarebbe piaciuto andare a Milano, ma anche a Roma, a Torino e poi a Londra, che so girare il mondo. Non sarebbe stato bello? Però era pure bello stare qui al quartiere Forcella con papà che mi portava a casa la pizza fritta e mi difendeva quando la mamma si arrabbiava. Pure quella volta che ho fatto il piercing al naso. Un brillantino piccolo. Lui mi ha difeso come faceva sempre. E lei gli diceva che venivo su viziata perché me le dava tutte vinte. Però a Forcella c’era sempre da avere paura. E nel mio diario io scrivevo che me ne sarei andata di qui. Prima o poi.

E comunque queste due ragazze sono venute a far veder un film che si chiama La bicicletta verde. E parla di una ragazzina che ha la mia età e che abita in Arabia Saudita e non può andare in bici. Ma lei testarda lotta contro tutti e alla fine la compra la bicicletta verde. A Forcella la bici non si usa; ma il film non è che parla di bici e basta. Parlava di emancipazione e libertà, hanno detto le due ragazze che sono arrivate da Milano con la bici. Che io poi emancipazione non è che so bene cosa vuol dire. La professoressa una volta ce l’ha spiegato e ho capito che i maschi e le femmine devono essere uguali.

Se fossi ancora viva oggi avrei 26 anni e, chissà, forse sarei andata anch’io a mangiare la pizza da Michele dopo il film con le due cicliste e tutte queste persone simpatiche che girano per Napoli con la bici e stanno in un’associazione di ciclisti pure loro.

Invece sono morta il 27 marzo 2004. A quattordici anni. Ero nel posto sbagliato al momento sbagliato, hanno detto. Anche se Erri De Luca, che ho saputo è uno scrittore famoso, ha scritto che invece ero nel posto giusto al momento giusto. Di giorno, per strada, con le mie amiche e il mio sorriso pieno di vita. Erano i proiettili e la camorra che erano al posto sbagliato nel momento sbagliato e che si sono messi di mezzo tra me e la vita. Tra me e quello che sarei diventata. Ma che donna si può diventare al quartiere Forcella? Me ne sarei davvero andata?

Mi dispiace per la mia triste storia, Cicliste per caso, mi spiace di avervi intristito e un po’ spaventato questa sera. Non dimenticatela e raccontatela a qualcuno la mia violenta fine perché sia l’inizio di qualcos’altro, perché le cose un pochino possano cambiare.

Mi chiamo Annalisa Durante, ho quattordici anni, sono quella ragazzina lì, bella come il sole, che se ne sta nella via, con un sorriso da qui a lì, che sta nel posto giusto al momento giusto. E me ne starò lì per sempre col mio sorriso giusto pronta per il futuro.

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