SAI, LA GENTE È STRANA

SAI, LA GENTE È STRANA

Arriviamo a Ovando nel tardo pomeriggio, non ci sono stanze nell’unico albergo del paese, non c’è un campeggio; ci consigliano di dormire nella vecchia prigione che ora è diventata ricovero per i ciclisti di passaggio sulla Great Divide. Portiamo le nostre cose lì, cominciamo a sistemarci per la notte. Di fronte alla piccola prigione una casa, una vecchia casa di legno, con delle finestre che danno sulla strada, così piena di cose che sembra stia per esplodere. Davanti alla casa un uomo che sembra avere centoventi anni, e un cane. Immobili, seduti uno di fianco all’altro. La mattina ci svegliamo, cominciamo a prepararci per partire e l’uomo e il cane sono sempre lì. Immobili. Per fugare il dubbio che siano morti da mesi e nessuno se ne sia accorto, Silvia va a chiedere se può fargli una foto. L’uomo emette dei suoni che lei interpreta come: sì, certo, non vedevo l’ora di farmi fare una foto da te. Il cane annusa una gamba di Silvia. Quindi sono vivi. Forse solo non riescono più a entrare dentro casa; l’uomo, che da vicino avrà al massimo sessant’anni, si è fatto prendere un po’ la mano e ormai cosa vuoi fare?

 

Siamo alla cassa, abbiamo comprato il cibo per il prossimo giorno e mezzo in cui non incontreremo centri abitati, all’improvviso un mal di pancia di quelli da sudore freddo. Chiedo un bagno e mi indicano l’angolo in fondo al supermercato a destra. Arrivo quasi di corsa; nei bagni delle donne ci sono due scomparti con le porte di quelle aperte sopra e sotto, non il massimo dell’intimità. Apro quella dello scomparto donna / portatore di handicap che mi ispira più fiducia. Dentro una donna che ha dimenticato di chiudere. Sorry, mi dice sorridendo. È seduta sulla tazza, appoggiata comodamente con la schiena al muro e legge un libro. Nel bagno del supermercato. In fondo a destra. Con la porta aperta.

 

Facciamo dei gesti al quad che arriva di fronte a noi per farlo fermare. Vogliamo avere delle informazioni sulla strada che finora si è rivelata faticosissima. Dopo giorni di pietre, ghiaia, buchi, da qualche giorno fatichiamo soffrendo sul tôle ondulée, come lo chiamano in Africa, o washboard, come lo chiamano qui. Cunette regolari create dal passaggio delle auto sullo sterrato. Se non l’avete mai provato è un’esperienza che dopo qualche ora può mandare fuori di testa, salta il cervello dentro la testa, gli organi dentro il corpo. Il quad si ferma in una nuvola di polvere, ci avviciniamo e la donna anziana alla guida ci spiega che ha da poco visto passare dei nostri amici in bici. Le chiediamo della strada, di quanto chilometri mancano. Lei comincia a ragionare, si perde in lunghe spiegazioni, poi all’improvviso si blocca come folgorata: là, indica, là, un orso! Ci giriamo tutte fulminee a guardare il punto che ha indicato, Silvia e Ramona scattano a prendere le videocamere. Cerchiamo di mettere a fuoco il punto, la signora ha ancora il braccio teso, l’indice sicuro a puntare una massa scura ai lati della strada. Dopo qualche secondo ci rendiamo conto che l’orso è in realtà un tronco. 

Signora tranquilla è un tronco, non un orso.

No, no, ragazze vi sbagliate è proprio un orso.

Signora è un tronco.

È un orso.

È un tronco.

Niente, andiamo via con la signora che cerca di trattenermi per un braccio per convincermi che quello è un orso, che gli orsi possono stare fermi per ore. Vorrei convincerla a cambiare occhiali o fare un trattamento di disintossicazione dall’alcol, ma non vorrei essere scortese e la saluto mentre lei è ancora lì col braccio che sbraccia e l’indice che indica.

 

Gli ostelli sono posti in cui trovi gente che probabilmente non esiste più in nessuna altra parte del mondo, a parte negli ostelli, appunto. Un po’ come certi professori del liceo, che non potevi immaginare avessero una vita normale al di fuori della scuola, con quei vestiti lì e quei capelli unti. Appena entriamo nell’Ostello di Salida, bellissimo paesino nel sud del Colorado, ci accoglie un uomo sui cinquanta, iraniano, con una bella barba nera e il sorriso stampato perennemente sul viso, tipo: ma che bello vivere negli ostelli, solo noi che viviamo negli ostelli sappiamo goderci la vita ed entriamo in contatto vero con le persone. Sta cucinando broccoli nella cucina, che poi diventa sala, che poi diventa ingresso e quindi veniamo subito investiti dal delicato profumo della crocifera, oltre che dal suo buonuomore. Lui si muove come se vivesse lì da sempre, probabilmente è arrivato da cinque minuti, con lo strofinaccio sulla spalla ti spiega come usare la lavatrice e fa gli onori di casa. La sera accorda la chitarra con una app dell’iPhone per poi strimpellare per ore degli arpeggi che impari alla seconda lezione di chitarra, intercettando chiunque passi per entrarci in un contatto profondo e distillare qua e là, nel discorso, profondissime massime di vita. 

Never growup, dai retta a me, che se cresci sei perduta, dice guardandoti coi suoi scurissimi occhi iraniani.

 

Sì, lo so, vostro onore, è difficile da credere ma ho come testimone oculare Ramona. Uno scoiattolo ieri, uguale identico a Cip di Topolino, prima del passo Carnero, è scappato su una roccia al nostro passaggio ma poi si è fermato a guardarci e ci ha fatto ciao con la zampina. Non l’ha mossa e basta, ci ha fatto proprio ciao. E qualche giorno prima un cavallo a una nostra domanda se la strada fosse giusta ha fatto sì con la testa. E una mucca a cui Ramona ha urlato: ciao bella, ha ciondolato la testa, come per schermirsi, le mucche del Colorado sono timide. Lo giuro vostro onore non è la stanchezza, non è la fatica. Lo giuro. Ho qui una testimone che lo può provare.

FOREVER

FOREVER

La casa è in cima a una collina, ci incamminiamo a piedi lasciando le bici sulla strada, l’idea di andare lassù pestando sui pedali ci fa venire la nausea, è da stamattina che scaliamo montagne. C’è un vecchio pickup fuori dalla casa, chiamiamo sperando che ci sia qualcuno, fuori dalla porta sono appese delle casette di legno per gli uccelli, si sente armeggiare da dentro con la maniglia. Si affaccia un uomo di mezza età con una barba lunghissima, pelato, una t-shirt con le maniche tagliate, gli manca solo il fucile per spararci. Ci affrettiamo a chiedere se sa qualcosa di questa casetta che è segnalata sulla cartina dell’American Cycling Association, qui vede? Dovrebbe essere qui vicino, according to the map, dovrebbe essere un rifugio per la notte per i ciclisti della Great Divide…

L’uomo dalla lunga barba guarda la mappa e poi si gira verso l’oscurità della casa chiamando qualcuno. Dopo pochi secondi appare il fratello, più magro ma con la stessa identica barba e più capelli. Sembra più giovane e comincia a confabulare col fratello, entrambi si stropicciano la barba con lo stesso gesto, mentre riflettono. 

Con un vecchio cordless chiamano qualcuno, parlano per un po’ un inglese incomprensibile fatto di suoni che restano incastrati in bocca, ridono, poi riattaccano e ci spiegano con una dolcezza e una gentilezza inaspettata, eravamo ancora lì che ci aspettavamo una fucilata per invasione di proprietà privata, che sì la casetta c’è è dentro a un ranch e la persona ci sta aspettando, e parte una spiegazione dettagliatissima di dove girare e come trovare il nostro ricovero per la notte.

Sarà che non ci speravamo più, sarà la stanchezza, sarà che il sole sta per tramontare e comincia a fare freddo ma all’improvviso i due vecchi fratelli diventano gli adorati fratelli McPheron di Kent Haruf*. Rivedo nelle loro facce la stanchezza di una giornata durissima di lavoro, la timidezza di chi è abituato a stare da solo, la gentilezza schietta e pulita come di un bambino.

Deve essere il freddo, sì, un brivido mi risveglia, riscendiamo a prendere le bici.

Lucy viene ad aprirci il cancello, camminando incerta sulle gambe; entriamo come fosse un sogno in un ranch meraviglioso, curato e pieno della storia di tutta una vita. Pioppi enormi con le foglioline sonanti circondano la casa, ci mostra la casetta di legno dove dormiremo, i cavalli, scompare e riappare poco dopo con un piatto pieno di fette di anguria. Trema mentre appoggia il piatto. Chiediamo subito perché lascia aperta la sua casa ai ciclisti e ci dice che i ciclisti sono sempre belle persone con storie affascinanti da raccontare e poi anche lei andava in bici, da giovane, prima che le venisse il parkinson. Sorride, sorride sempre sotto un caschetto di capelli grigi, ci dice che lascerà la porta di casa aperta per farci usare il bagno e chiede se vogliamo la classica colazione del Wyoming domani mattina. Poco dopo arriva John, il marito, un cowboy magrissimo con la faccia da attore, gentile ma di poche parole, un po’ rude come si confà ai veri cowboy, con uno styling perfetto. Camicia Wrangler di jeans sbiadito, pantalone Carhartt cachi sdrucito sulle ginocchia, vecchia scarpa di cuoio, guanti da lavoro tenuti in mano. Come coi fratelli McPheron non capisco una parola di quello che sbiascica. Lo rivedremo la mattina dopo seduto a capo tavola, aiutiamo Lucy a preparare mentre lei spadella la preannunciata classica colazione del Wyoming, stick to your ribs la chiama, promette bene.

La casa è piena di foto, Lucy ha sempre avuto i capelli a caschetto, John aveva una bici quando era bambino, hanno avuto tre figli, hanno dodici nipoti e qualche pronipote, tutti vanno a cavallo, hanno avuto tanti cani, John dice che tutti i suoi cani sono sempre stati molto devoti, hanno un gatto. Sul frigorifero ci sono foto di tutti i nipoti e alcuni ritagli di giornale, una vignetta, un trafiletto dal titolo Trump is an hero.

Mangiamo quello che Lucy chiama biscotti fatti in casa, un panino aperto in due ricoperto di gravy, un sugo di salsiccia affogato in litri di latte. 

Essere ospiti è sempre qualcosa di speciale, ma essere ospiti quando si pedala da quasi un mese, ci si lava un giorno sì e uno no, si gira con scarpe infangate e si mangia spesso sedute ai bordi di una strada è un regalo, un regalo di Natale. Così, grati della porta lasciata aperta, dei sorrisi di Lucy, dello sguardo paterno di John, della spremuta d’arancia nei bicchieri del servizio buono, ci godiamo questi attimi prima di ripartire. Cosa ne pensate di Trump? Chiede Lucy a bruciapelo. Guardo le mie compagne disperata, lascio alla Pez il compito di arrampicarsi sugli specchi. No perché John lo odia.

Scopriamo così di essere capitate nell’unica casa e nell’unica famiglia anti-trumpiana di tutto il Wyoming. 

Ci scambiamo gli indirizzi, facciamo foto e Lucy ci abbraccia a lungo, un vero abbraccio che ci commuove, in quel modo che a volte hanno le persone malate. Senza pudore, aperture disarmanti che ti disarmano. L’unico modo per ringraziarci è che siate anche voi generosi con qualcun altro, ci dice salutandoci.

Restiamo per un bel po’ in silenzio mentre ce ne andiamo, dopo esserci girate mille volte a salutare con la mano Lucy, sempre più lontana; io penso che i posti più belli di queste vacanze sono state le persone. 

La donna che ci ha ospitate nella sua piazzola la prima notte di campeggio in Canada, quando ancora non sapevano niente; quelle che si sono fermate, che ci hanno aiutato, che ci hanno detto che eravamo forti e coraggiose, che ci hanno sorriso, i motociclisti sulle Harley che abbiamo incrociato mentre pedalavamo a cui abbiamo fatto pollice in su e che ci hanno indicato con l’indice come a dire: no, voi siete grandi! Ma anche quelli che ci hanno dato indicazioni per strada. Dal memorabile tipo che bloccava il traffico per lavori a cui abbiamo chiesto: quante miglia dura ancora questa salita? E ci ha risposto: Forever! Alla tizia a cui abbiamo chiesto: quanto manca per il passo? E ci ha risposto: più di quanto crediate, alle decine di persone che ci hanno detto: da qui in poi è tutta discesa. 

Oggi siamo a Breckenridge, in Colorado, ospiti di Alison e Philip. Ci hanno scritto in Facebook: la vostra avventura è fantastica venite a casa nostra. E così anche oggi è Natale. Una casa bellissima, due persone meravigliose che conoscono l’Italia meglio di noi e sanno come bagnare le friselle meglio di un pugliese. Una lavatrice e un’asciugatrice, un letto enorme. Philip fa dei cocktail che potrebbe farlo di lavoro, l’acqua per il ghiaccio dei cocktail la bolle due volte, e ha tutti i bicchierini appositi per miscelare e duecento bottiglie di liquori. Adora il Cynar, o Sinar come lo pronunciano qui, ed è cugino di Keith Harring. Quello strano cugino che da piccolo era ossessionato da Mickey Mouse e lo disegnava in continuazione. Alison si è presa cura di noi come una mamma, come una mamma buona intendo, dando le medicine a Silvia e preparandoci la schiscetta per domani.

Philip e Alison sono i nostri Babbi Natale per oggi, ora è quasi pronta la cena, andiamo ad aprire i regali. 

*Kent Haruf, Trilogia della Pianura. Se non l’avete ancora fatto vi consiglio fortemente di leggerla. http://www.nneditore.it/libri/trilogia-di-holt-cofanetto/

1C8E1AA3-3822-4534-A13C-B6B373EA2F06

116C9060-E65C-43A0-B607-32F1C684FC53

98FF3F79-9E6C-4EE8-B8DE-774832ADBEA4

E7FCD929-8496-41F5-8C2C-4AF5568B8552

 

 

 

COME SI MANGIA, PER NON MORIRE

COME SI MANGIA, PER NON MORIRE

“Io mangerei un piatto di spaghetti con le vongole”.

“Io un branzino al sale”.

“Io pasta e fagioli”.

“Io gnocco fritto e salumi”.

Passano un discreto numero di secondi tra una dichiarazione e l’altra, ognuna ci pensa oculatamente, come se davvero stessimo ordinando al ristorante. 

Ma stiamo solo facendo il gioco di metà pomeriggio quando abbiamo esaurito tutte le calorie di pranzo e cerchiamo di sostentarci con noci, mandorle, uvette, banane, barrette e intanto la fame si fa strada e sogniamo i nostri piatti preferiti. E ovviamente non ci limitiamo a enunciare quello che vorremmo mangiare ma partono descrizioni dettagliatissime di come deve essere cotto lo spaghetto, di quale salume deve accompagnare lo gnocco, e il branzino solo pescato che allevato non sia mai…

Poi arriviamo in campeggio e ci facciamo il riso comprato nel negozietto del paesino di cowboy del Wyoming che ha tempi di cottura da tre minuti a venticinque a seconda dell’umidità dell’aria, dell’alcalinità dell’acqua e di altri misteriosi fattori a noi ignoti e finiamo a mangiarci un pappone colloso con tonno e verdure dopo aver sognato la tartare di ricciola. 

A volte di notte sogno davvero di essere a cena nel mio ristorante preferito e mi accorgo nel dormiveglia di muovere la bocca come se stessi assaporando il gusto del cibo restato sulle labbra, ma in genere non è così drammatica la situazione. Ieri a Steamboat Spring in Colorado abbiamo mangiato una pizza fatta in un forno a legna con pomodoro San Marzano e real mozzarella davvero buona e qualche volta gioiamo delle ricette che riusciamo a cucinare sui nostri piccoli fornelli da campeggio. Basta una cipolla rosolata, un po’ di pepe e la felicità è lì, pronta per essere servita. 

Ci manca la frutta, ma ci dicono che in Colorado sarà più facile trovarla, e dopo quasi un mese siamo diventate super paranoiche sulle porzioni e sulla divisione precisa del cibo, ieri a pranzo abbiamo contato i tortelli, ma onestamente con tutta la fatica e il grado di adattamento che questo viaggio richiede direi che è il minimo che possa succedere.

L’acqua qui è quasi sempre orrenda, quella che scende dal rubinetto sa sempre di cloro, così come ovviamente la tap water che ti servono gratuitamente al ristorante, così siamo costrette ad assaggiare tutte le birre artigianali locali che comunque, a detta dei milioni di articoli apparsi negli ultimi due anni, fa benissimo dopo lo sport perché reintegra i sali e fa bene allo spirito, specie dopo aver bevuto tutto il giorno dalle nostre borracce acqua calda al cloro.

La nutella ci ha letteralmente salvate in mille situazioni; una botta di olio di palma, grassi saturi, emulsionanti, che sono una toccasana nei momenti di down calorico, così come i salubrissimi orsetti Haribo, tra parentesi: mi candido ad ambasciatrice mondiale, che nei momenti di depressione pre-salita ci da coraggio. In genere ci appelliamo al dio degli orsetti gommosi perché ci dia la forza, perché ci metta un motore nelle gambe che quasi vadano su da sole. Questo in genere accade alla centocinquantesima salita della giornata.

Un altro dio molto acclamato e venerato è quello del Signor Fisherman, guardando verso il cielo declamiamo la preghiera: Signor Fisherman, tu e i tuoi amici, dal freddo dei mari del nord dove siete nati, soffiate tutti assieme un vento rigenerante che asciughi tutto il sudore e ci rinnovi nell’ardore di tutta la strada che manca. A quel punto ci mettiamo in bocca una pastiglia rigorosamente gusto originale, al limite anice e liquirizia, e riprendiamo a pedalare.

C86E6734-582A-43DE-B233-5083ED0E9F96

 

66D19929-5F77-426C-9E5E-EB3C71DE0F01

A4097F64-D5F5-4659-9B2F-BC0BCAC45C07

74553D7D-E996-4972-8E9A-1D770D2DB4AA

 

831DE900-BC91-4FFE-BE7A-BF785BF0102F

7A630082-B827-4115-8B84-F53144BB3A1A

 

CATCH & EXTERMINATE

CATCH & EXTERMINATE

L’uomo si alza di scatto per zittire il cane che si è affacciato abbaiando dal finestrino del pickup, spaventando una signora. È gentile, si scusa, cerca di chiudere il finestrino in modo che il cane, uno di quattro cani chiusi nel retro del veicolo, non possa più sporgersi e spaventare nessuno. Torna al tavolo, riprende a parlare con la moglie e le due figlie, sembrano commentare l’accaduto. Alla cintura ha una pistola infilata in una fondina di pelle, sul fianco come un cowboy, una fondina aperta non chiusa con un bottone tipo i nostri poliziotti, né, che ne so, nascosta discretamente sotto una giacca. La pistola sembra una semiautomatica, piccola ma pronta per l’uso.

Nei bagni del ristorante un poster incorniciato spiega in dieci punti perché le pistole sono meglio delle donne.

È la seconda volta che vediamo una pistola, la prima era alla cintura di un ragazzo che stava andando a pescare, a cui abbiamo chiesto un informazione. Due pistole in 20 giorni potrebbero sembrare poche in questa parte d’America che ha fortemente voluto Trump, ma siamo comunque impressionate.

A Eureka, cittadina di frontiera, pochi chilometri dopo il border con il Canada, avevamo cominciato a farci un’idea sull’argomento, nel supermercato di fianco al distributore di benzina, dove avevamo trovato una parete intera di riviste solo di armi: Gun Primer, Personal Defence, Gun Collector, Handgunner, Combat, Ballistic. Nella parete a lato riviste di armi, di nuovo, ma questa volta per cacciare e riviste di caccia più generiche con in copertina uomini alla Marlboro country, anche loro sono rimasti incastrati in quel l’immaginario lì, in cui ti spiegano come uccidere un alce, come scuoiarlo e quali sono le tecniche migliori di tassidermia. E poi riviste, un numero inimmaginabile, di Catch & Release, perché i cervi, le alci, le volpi, gli esseri umani di vario genere li puoi ammazzare in tranquillità ma i pesci, poveri pesci, li peschi ma poi dolcemente li rilasci…

A Polaris, in un ranch sperduto nella steppa del Montana, veniamo ospitate da Sam, pescatore incallito di Catch & Release e cacciatore fiero. Il salone enorme del suo ranch è letteralmente riempito di teste di animali, trofei di caccia che, si appresta a sottolineare subito Sam, ha ucciso tutti lui. Tutti. Annuiamo spaesate, fingendo ammirazione, ma intimorite dall’incombere di decine e decine di teste con corna enormi. La sera ci sediamo nel salone, sul divano, a bere una tisana prima di andare a dormire sotto gli occhi vitrei di questi maestosi cervidi.

Da quando siamo partite gli incontri più emozionanti sono stati quelli con gli animali, vivi intendo. Gli scoiattoli ci hanno attraversato la strada a centinaia, tanto che a un certo punto sarebbe servito un contascoiattoli, e così i cani delle praterie in Wyoming, scoiattoli più cicciottelli che scavano nel terreno centinaia di buchi in cui si tuffano per sfuggire alle nostre bici. Cerbiatti, due che si sono bloccati davanti a noi; noi che ci siamo fermati davanti a loro, immobili loro, immobili noi a studiarci e poi all’improvviso sono rimbalzati via come avessero delle molle sotto gli zoccoli. Un alce che all’inizio avevo scambiato per un cavallo, un cervo, un piccolo di grizzly. Spesso li avvistiamo ai lati di strade trafficate con macchine che sfrecciano ignare di tanta grazia e bellezza. Noi con le nostre bici ci sentiamo parte del loro mondo, animali che arrancano silenziosi, che si muovono con molta meno grazia e leggiadria ma rispettosi e più silenziosi e meno puzzolenti, se si sorvola sul sudore, dei pickup e delle jeep. 

I cani sono una presenza costante; tutti hanno almeno un cane, spesso dietro i pickup che sfrecciano a tutta velocità ci sono due o tre cani ben piantati sulle zampe per stare in equilibrio in curva, con tutto il pelo che svolazza, pronti a saltar giù appena il veicolo si ferma. Nei supermercati, per strada o nei campeggi spesso ci fermiamo ad accarezzarli, sono teneri, hanno occhi umani di chi è abituato ad adattarsi a tutto ma sembrano poco avvezzi alle smancerie e per questo non ti si staccano più.

Ma gli incontri più frequenti in assoluto sono quelli col mondo animale degli insetti, molto meno emozionante ma sicuramente più intenso: sfuggire all’incontro con libellule, mosche, moscerini, ma sopratutto zanzare e tafani, è praticamente impossibile. Abbiamo tutte decine di morsi che ogni giorno si sommano a quelli dei giorni precedenti. Mordono attraverso la maglia, attraverso i pantaloncini da ciclista, ho una chiappa con 15 punture, attraverso i guanti. Appena ci fermiamo il sudore le attira e passiamo il tempo a provare a bere o a mangiare le mandorle e le noci, che sono le nostre alleate caloriche preferite nelle pausi brevi, e a darci manate urlando maledizioni irripetibili. Peraltro le zanzare, che in Italia provocano un quasi innocuo gonfiore che sparisce in pochi giorni, qui creano bubboni pustolenti che prudono per settimane.

Cercasi editore per rivista dal titolo Catch & Exterminate che racconti tutti i possibili modi per catturare e sterminare gli insetti che si nutrono di sangue umano, che metta assieme una task force di giornalisti del settore che elabori nuovi sistemi definitivi per cancellarli dalla faccia della terra, anche col rischio di modificare l’ecosistema. Sono sicura che saremmo tutti più sereni, meno irritabili, faremmo lunghe passeggiate all’aria aperta al crepuscolo e dimenticheremmo il cinturone con la pistola sul comodino.

F7B3E97F-3DEE-43B8-BF98-6502F2CA2FA4

D433A0AC-E4EB-4D45-890A-172877DAC998

D5C6138E-FB7E-4C6D-8C14-1D2077C010F0

A44B5C74-4048-472B-9F81-6A476130786E

E9A92D5E-FB6E-4490-B6B5-2129496488C7

69088BA3-1AC8-4EBA-BA82-D4D11FCBC916

PERCHÉ ANDARE SU MARTE QUANDO ESISTE IL MONTANA?

PERCHÉ ANDARE SU MARTE QUANDO ESISTE IL MONTANA?

Credo che Dante abbia dimenticato di scrivere il girone infernale dove tutti devono stare nei sacchi a pelo mummia.

Sono passati venti giorni dalla nostra partenza e ancora non mi rassegno, si sì lo so che è fatto per mantenere il calore a temperature molto rigide, che è l’ideale per il nostro viaggio, ma mi sento prigioniera. Come una farfalla che gli va stretto il bozzolo, come un neonato che non respira nella sua fasciatura, come una mummia, appunto, precocemente destinata a un’immobilità eterna; con una voglia di muovere le gambe, allargarmi, un impulso irresistibile di mettermi a quattro di bastoni che ovviamente nel mio letto di casa non mi prenderebbe mai. 

E tutto quello spazio angusto, sacco a pelo mummia, tenda microscopica che bisogna girarsi sincronizzandosi per non scontrarsi, ma che così pesa poco e possiamo portarla in bici, fa a pugni con la sensazione che lo sguardo incontra appena cominciamo a pedalare. 

Spazi enormi come non ne ho mai visti prima, in cui l’occhio incredulo si perde, in cui sembra si possa respirare più profondo, spazi sconfinati verrebbe da dire, se non fosse che è tutto uno steccato, filo spinato, griglie metalliche a terra per dividere i pascoli e non far passare le mucche. Spazi sconfinati pieni di confini. 

Ma mi sembra di capire perché questo spazio possa ispirare tanti sogni e forse anche tanta paura. Per un attimo, dopo avere percorso centinaia di chilometri e aver trovato solo cespugli, mucche, e vuoto e ancora vuoto in cui perdersi mi chiedo perché dovremmo cercare spazio su Marte quando il Montana potrebbe risolvere i problemi di sovrappopolazione di tante parti del nostro pianeta.

Le nostre tende poi sono davvero ridicole appena cominciamo a montarle nei campeggi e ci guardiamo in giro. Se ci eravamo stupite dei bellissimi campeggi canadesi, e di quelli del nord del Montana, se ci era sembrato tutto sovradimensionato, dall’ascia agli enormi camper, appena approdiamo nel Wyoming quegli altri diventano dei dilettanti. Qui i camper sono dei pullman, quelli con cui da noi vai a fare le gite in sessanta. Loro ci dormono in quattro e per non stare stretti attaccano dietro il carrello per portarsi le bici, mica che siano d’intralcio nel salone del ballo delle debuttanti. 

Camminiamo verso i bagni sempre più sconvolte dalla follia di questi americani che si portano dietro la casa; chi dietro il pullman ha attaccato la macchina, chi si è portato nel carrello l’Harley Davidson, chi ricostruisce recinti anche qui per farci scorrazzare i cani che nel campeggio devono stare al guinzaglio. Bambini che girano con mini moto, adolescenti che guardano un film di John Wayne seduti davanti allo schermo tv che si apre sul fianco del pullman, donne in bagno che si piastrano i capelli o con la testa piena di bigodini si truccano che io manco per il mio matrimonio.

Dopo giorni di secco, praterie, pranzi disperati sedute per terra sotto il sole, bagnandoci la testa con l’acqua delle borracce perché non c’è nemmeno un albero nel raggio di centinaia di chilometri, questo improvviso ritorno alla civiltà ci dà alla testa. Giriamo per il negozietto del campeggio comprando ridicoli souvenir, la nutella, l’olio. Laviamo tutto quello che abbiamo, i guanti da bici, dio mio, i guanti, nella enorme lavanderia a gettoni. Mangiamo la pasta e non la troviamo nemmeno male, a parte che la carbonara ha dentro i piselli, i peperoni, i pomodorini e qualsiasi cosa a caso basta che non sia prevista nella ricetta originale. Al cameriere diciamo solo: siamo italiane, sa la pasta, se si potesse avere non over cooked…

Stasera ultima notte nel campeggio civile poi si torna ai nostri campeggi wild con la legna da raccogliere, la sveglia l’alba e le cassette di metallo anti orsi.

Ora scusate ma vado a stirare il vestito elegante, ho un invito per una serata di gala nel pullman della piazzola 131.

2DCC1BAD-C9D4-4AE9-820C-1972FC91F460

30C87E45-081B-4E93-B646-A8C0807D4856

9CF4B2AE-339E-49D1-ABD8-49B349D3E2A1

F249643D-D941-4767-8010-BDCB78D3E009

27AB4274-3CF6-43F3-9F4E-5245737EF495

13CA92C6-BD50-407C-9D72-DF528C53BC0D

DIARIO DI BORDO

DIARIO DI BORDO

Solanum baretiae. Il solanum baretiae è una specie sorprendente con corolle pentagonali relativamente grandi nei toni del viola, del giallo o del bianco. La specie è simile al Solanum chimborazense, ma differisce per avere fiori più grandi, più fiori per infiorescenza, e diversi tipi di pubescenza sui filamenti.
Diario di bordo. Nave Étoile, Rio de Janeiro, 26 luglio 1768

Da qualche giorno il comandante Bougainville mi rivolge domande insistenti, i membri dell’equipaggio sono passati da sguardi sospettosi a battute pronunciate a mezza voce e strizzatine d’occhi tra di loro mentre passo sul ponte. Ho sempre più timore di venire scoperta ma dobbiamo tenere i nervi saldi, le conseguenze potrebbero essere gravissime, sopratutto per Philibert.

L’arrivo a Rio de Janeiro non è stato facile, allo sbarco alcuni marinai sono stati assassinati in una rissa, ma dopo qualche giorno ci hanno assicurato che non eravamo più in pericolo e siamo riusciti a scendere. In realtà sono scesa solo io, con alcuni uominii, perché Philibert è confinato sulla nave da settimane, sta male, soffre il mare e ha un serio problema alla gamba, un’ulcera che non guarisce.

Ad ogni modo sono riuscita a perlustrare la zona molto dettagliatamente e a raccogliere numerosi campioni.

In particolare molti esemplari della fioritura di una pianta che ha esaltato Philibert, non avevamo mai visto nulla di simile, abbiamo deciso di chiamarla bougainvillea in onore del nostro comandante.

Philibert ogni giorno ha parole di grande affetto per me, è fiero della mia resistenza e del mio coraggio. La sera ci mettiamo a catalogare e classificare tutti i ritrovamenti ed è il momento più bello, quello che mi ripaga di tutta la fatica. Tutti dormono, la nave è attraccata e si muove dolcemente, le nostre teste si sfiorano chine sul grande libro, sento il suo respiro mentre intinge il pennino e per qualche secondo rimane incerto, poi verga sulla carta ruvida il nome che ha scelto.

Da bambina andavo con mio padre alla ricerca di erbe officinali, lui aveva ereditato da suo padre la capacità di riconoscerle e la sapienza nel miscelarle e dosarle come medicine. Tante persone venivano da noi quando i loro figli avevano una brutta tosse, mal di stomaco, mal di testa. E lui aveva sempre una pozione, un piccolo cartoccio che consegnava nelle mani del genitore preoccupato. Ogni mattina quello era il nostro momento, ci infilano degli stivali e andavamo alla ricerca, camminando in silenzio e appoggiando le erbe delicatamente in un cestino, quando ero incerta sul ritrovamento gli porgevo la pianta, lui la esaminava e poi a volte annuiva, a volte dissentiva e la buttava a terra. Quando aveva cominciato a stare male andavo io, ormai esperta da sola, a raccogliere le erbe. Poi all’improvviso era morto, le sue pozioni non aveva funzionato con lui, e io avevo continuato ad andare per prati la mattina presto perché era un modo per sentire meno il dolore e ritrovarlo nel silenzio dei mie passi.

Ieri Philibert ha vergato il mio nome sotto un fiore molto bello che ho trovato qualche giorno fa. L’ha chiamato Solanum baretiae, in mio onore. Io ho ringraziato ed ero onorata, ma in cuor mio l’ho dedicato a mio padre quel bellissimo fiore che a volte è viola, altre volte giallo. A tutte le mattine che abbiamo camminato insieme, nel freddo dell’inverno, nei primi tepori dell’estate.*

Diario di bordo della bicicletta di Linda, 26 luglio 2018

Silvia in questo viaggio si ferma spesso a fotografare i fiori, non l’ha mai fatto nei viaggi precedenti e questo mi incuriosisce. È faticoso fermarsi, spesso su una salita o mentre si è lanciato su un rettilineo; appoggiare la bici, tirare fuori la macchina, appostarsi. Rallentare, respirare, prendere tempo. Dopo qualche giorno ho cominciato a farmi un film, mi sono immaginata che tutta quella determinazione nel volersi fermare unita alla delicatezza con cui coglieva i fiori senza strapparli, fosse una dedica, una dedica silenziosa alla sua mamma che ricordo faceva mazzolini bellissimi di fiori quando andava a passeggiare. Una volta mi ha mandato un sms per il mio compleanno con una foto di un mazzetto bellissimo in un barattolo appoggiato sul tavolo della sua cucina. E mi sono tenuta questo film, di una donna che silenziosamente dedica le sue foto di fiori a un’altra donna che amava raccoglie piccoli fiori di campagna.

*Jeanne Baret è stata la prima donna della storia e circumnavigare la Terra. Assistente del botanico Philibert Commerson, Jeanne riuscì ad imbarcarsi per una spedizione in nave nel 1766 – in un’epoca in cui ciò era vietato alle donne – sotto il falso nome di Jean Baret, grazie a un travestimento da uomo. Smascherata due anni dopo a Tahiti dal comandante della nave, le fu concesso di proseguire la spedizione fino alle isole Mauritius, dove poco dopo Philibert Commerson morì e dove Jeanne aprì un cabaret. Lo stesso re Luigi XVI riconobbe il suo prezioso lavoro di botanica e le concesse una pensione annuale.

 

209381E4-F024-4C87-9272-9A3304D68050

A8486056-B948-4C6C-B532-4E6786B5C3BF

38D5E708-002F-4C0E-A4CC-F9A67C548C77

A2125DDB-CEF6-46A8-9EC9-85FF9E011738

7BBBE2F0-56C7-4A1D-B5CD-9FF631EAA7CB

7928FFE6-6388-4762-9171-090D49CACBB3

F6AECB8F-3929-4A24-B58B-7FCC9155AD5C

 

EAT MORE BEEF

EAT MORE BEEF

Eat more beef dice il cartello appoggiato sul palco, alle spalle del cantante.

Siamo a Ovando (leggi Oveeendo) paesino con otto case e 71 abitanti, secondo Wikipedia, territorio in cui vivevano i Blackfoot, uno dei più famosi gruppi di nativi americani.

È sabato e in Montana tutti fanno festa, scorrono fiumi di birra, si lustrano gli stivali da cowboy e si sfoggiano fantastici cappelli; il gruppo suona pezzi country, si balla. 

Arriviamo da giornate di lunghissime pedalate, quattro giorni di foreste, passi, salite su terreni duri di pietre, sassi quando siamo fortunate, terra battuta quando si sfiora il miracolo. Nei pezzi rarissimi di asfalto veniamo prese da una sorta di folgorazione religiosa e ci azzardiamo ad affermazioni come: Dio esiste sotto forma di asfalto!

Tra il sudore delle salite, la tanta, tantissima terra che solleviamo e ci si appiccica addosso e il sollievo felice delle discese abbiamo incontrato decine di scoiattoli, marmotte, cerbiatti, un alce con le sue corna gigantesche e un piccolo di grizzly che ci ha attraversato la strada, poco più avanti, lasciandoci pietrificate. Siamo restate cinque minuti buoni immobili in mezzo al sentiero a guardarci intorno temendo l’arrivo della mamma grizzly, poi ci siamo fatte coraggio e suonando tutte cinque le campanelle anti-orso siamo ripartite, pedalando come matte con l’adrenalina alle stelle. Io, addetta d’ufficio alla spray, mentre pedalavo buttavo un occhio alla bomboletta agganciata sulla forcella della mia bici provando a calcolare quanto velocemente sarei stata in grado di: disarcionarmi dalla bici, impugnare la bomboletta, strappare la linguetta di sicurezza, direzionare, allargare le gambe per essere più stabile, spraiare e salvare tutte. 

Abbiamo visto un grizzly continuavamo a ripeterci poi, abbiamo visto un grizzly!

Poi i balli country, poi dormire in una vecchia prigione diventata rifugio per i ciclisti, poi imbattersi in un rodeo a Lincoln di donne che sparano con due pistole ai palloncini, poi perdersi di nuovo sui sentieri non segnati e pedalare per dodici ore fino a Helena, poi mangiare sfinite l’ennesimo hamburger che è l’unica cosa che trovi ovunque, eat more beef, eat more beef.

In Montana, ci dicono tutti con un certo divertimento, i manzi sono più delle persone: due milioni e mezzo di mucche per un milione di abitanti.

Ramona è l’unica che ha ceduto solo a una fetta di salame, una sera di fame disperata in campeggio, Silvia e la Pez hanno ormai mangiato ogni genere di carne: costine, bisonte, bistecche, pollo, manca l’alce e l’orso ma solo perché non li abbiamo trovati ancora in menù. Io vorrei essere non carnivora ma spesso l’alternativa è una lattuga dura e insapore su cui vengono versati litri di salsa. Ci provo, la prendo, e poi ammorbo tutte mentre mastico svogliatamente: che cosa mangiamo a fare l’insalata che è per il 96 per cento acqua e cito articoli che sostengono che coltivarla rappresenti uno spreco di risorse enorme; è anti ecologico, anti economico… Insomma per pietà delle mie compagne di viaggio prendo un hamburger e provo a non lamentarmi anche della carne.

Oggi giornata libera a Butte, la più grande città industriale del Montana tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento con le sue ricchissime miniere.

Abbiamo avuto la luce prima di Newyork, nel 1917 vivevano qui 91.000 persone dicono gli abitanti con grande orgoglio, ma è l’orgoglio di chi volge lo sguardo malinconico al passato perché ora sembra di stare, perlomeno nella parte storica di Butte, in una città fantasma, piena di decadenza e bellezza, con le case di mattoni, le scale antincendio, le scritte al neon e le strade che vanno su e giù come a San Francisco. Qui Wenders ci ha girato un film nel 2005 e non ti stupisci perché camminare per queste strade è come essere su un set. Nel pomeriggio la visita obbligata a quello che si autoproclama il Museo Mondiale delle Miniere da cui esci stanca solo a guardare le foto dei minatori, ci servirà da monito domani quando staremo per lamentarci per qualche salita di troppo…

Del resto le fatiche del viaggio sono come le fatiche del parto, si dimenticano nel giro di poco e ci si rimette in sella. Il passato è passato, la salita pesantissima del giorno prima è archiviata, si sedimenta nel corpo ma la mente smarrisce le preoccupazioni e le paure e si proietta sulla strada là in fondo. 

La bici non è una sport per malinconici e quindi ciao malinconica Butte noi si parte verso il futuro con le luci intermittenti dei tuoi neon a colorarci la schiena.

 

8FE9CF45-4141-4C68-B952-10929990E4B7

41653909-B069-4720-87A4-C03C32E7A87C

9391E11F-0DA3-4F3C-8E6E-DB88F1421613

95DC528F-1D58-484F-8727-E6077AFB4CB6

EDA5DA77-5859-40D1-BC31-E42544F37961

 

 

GRATITUDINE

GRATITUDINE

18 Luglio 1894

L’uomo si fermò col suo carretto che ormai stava facendo buio. 

Pioveva una pioggia obliqua e Annie era ferma da quasi un’ora davanti a un tratto di strada allagato, inzaccherata di fango fino alle ginocchia. Aveva tentato di proseguire trascinandosi la bicicletta, strattonandola con tutta le forza che aveva nelle braccia, ma aveva dovuto rinunciare e ora era ferma nel punto in cui la strada cominciava a scendere, prima dell’avvallamento pieno di acqua e fango. Tornare indietro al paese più vicino era impensabile, era stremata ed era quasi notte. 

Si trovava, secondo i suoi calcoli, a 15 miglia da Singapore e per la prima volta dall’inizio del suo viaggio, iniziato dieci mesi prima, si sentiva senza forze, senza motivazioni, a un passo dal crollo, così stanca che stava per scoppiare a piangere davanti a quella campagna sconfinata, uguale da ore. 

Pensava a suo marito, alle scommesse fatte su di lei, ai suoi bambini, a tutte le donne che le mettevano forza nelle gambe mentre passava con la sua bicicletta, a una vecchia che le aveva stretto la mano a Nantes, a una bambina che le aveva dato una rosa nei sobborghi di un paese che non ricordava più, vicino al Nilo. Ne aveva passate di tutti i colori e non si era mai arresa ma ora, per qualche motivo, le sembrava impossibile superare anche questa, le sembrava impossibile credere che valesse la pena continuare. Sentì un grande vuoto, voleva solo buttarsi per terra, sfinita, e dire a se stessa e al mondo intero: non ce la faccio, mi arrendo.

L’uomo fermò il cavallo con un verso acuto; sembrava un contadino e aveva uno strano capello in testa con cui tentava di ripararsi dalla pioggia.

Annie infilò la mano destra sotto la giacca e toccò l’impugnatura di madreperla della pistola. Era spaventata e sollevata allo stesso tempo.

L’uomo le chiese qualcosa in una lingua incomprensibile e Annie rispose in inglese, l’unica lingua che conosceva e l’unica che poteva usare per non perdere la scommessa: Mi porterebbe a Singapore? Posso darle dei soldi!  Pausa. Singapore? S-i-n-g-a-p-o-r-e?

Xīnjiāpō? Domandò finalmente l’uomo, sorridendo sotto il suo cappello. Saltò giù dal cavallo e guardò a lungo la bicicletta di Annie parlottando tra sé e sé. Poi la sollevò a fatica e la caricò sul carretto, infine fece salire anche Annie sullo stretta panchetta del guidatore, mosse le briglie con un gesto secco e ripartirono. Annie cominciò a piangere silenziosamente, senza farsi vedere, sentì una gratitudine immensa per tutto; per il cavallo forte che la trascinava fuori da quell’incubo, per l’uomo gentile e il suo cappello buffo, per la pioggia che presto avrebbe smesso di scendere, per il sudore che sentiva sulle labbra. 

Chiuse gli occhi lasciando che il corpo assecondasse il dondolio della carrozza, con la mano che lentamente mollava la presa dell’impugnatura in madreperla, scivolando fuori dalla giacca.*

18 luglio 2018

Linda, Silvia, la Pez e Ramona stremate e avvilite dopo aver sbagliato strada tre volte si ritrovano tra Swan Lake e Seeley Lake davanti a una strada bloccata per il rifacimento del manto stradale. Non si può passare, affondereste nell’asfalto fresco ci dice un addetto ai lavori, tornate indietro. Rimangono attonite, senza sapere cosa fare. Dopo qualche minuto un uomo su un pick-up le affianca e si offre di caricare le bici e loro quattro, fino in fondo alla strada.

 

*Annie Londonderry partì dal Massachusetts nel 1894 in sella ad una bicicletta Columbia per ritornarvici solo 15 mesi dopo a testa alta dopo aver compiuto il giro del mondo e aver quindi vinto la scommessa che l’aveva spinta a partire: due facoltosi signori di Boston sostenevano apertamente che mai nessuna donna sarebbe riuscita ad eguagliare o migliorare l’impresa svolta da un uomo solo 10 anni prima. Annie rispose all’appello e, per l’occasione, imparò ad andare in bici. Lasciati a casa gonne lunghe e corsetti, partì portando con se solo un cambio di biancheria e una pistola. Arrivò fino in Cina, passando per Parigi, Gerusalemme, Singapore.

 

26184060-8057-43CE-88DE-245648D9E5BF

98EE717C-4BEF-4D16-A0E8-55E53DBCA90F

3E618DEC-C08B-48C5-9010-4D4107F2A944

LA PROSSIMA ESTATE A RIMINI A FARE L’UNCINETTO

LA PROSSIMA ESTATE A RIMINI A FARE L’UNCINETTO

È il quarto giorno, lunedì, stabiliamo dopo esserci consultate. Sono bastati quattro giorni per farci perdere totalmente la cognizione del tempo, complici anche i cellulari morti dopo i campeggi selvaggi senza acqua, luce e corrente, appunto. 

Nei campeggi molto selvaggi del Canada non c’è luce, non c’è acqua potabile, non ci sono docce, c’è un bagno che è un buco con un coperchio ma in ogni piazzola c’è un braciere bellissimo per fare il fuoco. 

Sei sei un vero canadese oltre ad avere un camper enorme, ma enorme che da fuori ti immagini di entrarci e trovarti nel salone con la scalinata del Padrino, hai due sedie pieghevoli per goderti il fuoco e una camicia a quadri, ma soprattutto e assolutamente un’ascia per tagliare in due i ciocchi di legna che puoi comprare all’ingresso del campeggio. Noi con le nostre tende minuscole, in piedi a rintuzzare il fuoco prodotto dai nostri ciocchi enormi, veniamo guardate con scherno e una certa superiorità. 

Nei campeggi devi riporre tutto il cibo e ogni cosa che abbia un’odore attrattivo per gli orsi; caramelle, dentifricio, bombole del gas, dentro una cassetta di metallo chiusa a chiave. Per sicurezza comunque devi avere sempre con te uno spray anti orso.

Io sono la responsabile dello spray, che è un po’ come la responsabile della sicurezza in ufficio, fai il corso ma speri sempre che non serva. Così io spero che quello spray non debba mai essere sganciato dalla forcella della mia bici. Lo spray è otto volte più potente di quelli usati dalla polizia, ha una gittata di quindici metri e fa molta più paura dei grizzly. 

In realtà i grizzly si sono tenuti alla larga, finora, dalle nostre bici, grazie ai campanelli anti-orso. Cinque campanelli: due io, due la Pez e uno Ramona, Silvia si è rifiutata, che per i primi due giorni hanno allietato la nostra pedalata facendoci sentire come in un alpeggio circondate da mucche ruminanti. Poi col passare dei giorni e nei momenti di fatica lo scampanellio ha cominciato a dare sui nervi a tutti. Fino ad arrivare al terzo giorno in cui anche l’irriducibile Pez ha strappato il suo dal manubrio al grido di fuck the bears! 

Il terzo giorno mette a dura prova più o meno tutte. Siamo pronte per affrontare l’Elkpass a 1900 metri, ci hanno preparate alle asperità del percorso ma spingere subito i trenta chili di bici su per una salita sterrata che sembra un muro ci spacca le gambe, ci toglie il fiato e ci fa dimenticare il pericolo orsi che solo la notte prima giravano a pochi metri dalla nostra tenda. L’entusiasmo però rimane alto, i posti sono bellissimi, il silenzio rotto solo dalle solite campanelle appese alle bici, la conquista del passo ci esalta. Ora dopo le foto di rito sotto alla porta in legno di Elkpass e dopo due ore di fatica dovrebbero attenderci lungi chilometri in discesa, così dice la mappa. In realtà come al solito le mappe sono menzognere, ma a questo argomento mi dedicherò nei prossimi giorni, e i cinquantacinque chilometri che ci aspettano sotto il sole cocente delle due del pomeriggio sono un’alternanza continua di salite e discese in cui ci lanciamo a rotta di collo, nonostante lo sterrato pieno di buche, per prendere l’abbrivio per la salita successiva.

È lì dopo la ventesima salita a picco, mentre la Pez stacca il campanello, che penso che la prossima estate la voglio passare a Rimini, su una sedia a sdraio, facendo l’uncinetto. O in alternativa, visto che ormai siamo senza i campanelli, mangiata da un orso che metta fine a tutte queste sofferenze, hashtagfuckthebears, hashtagriminieluncinetto.

CF14A97A-E460-4719-86EF-490D779BF8C7

AA793071-CB30-467B-90A9-CC2051D6D119

0FD084D2-B7F1-4555-8EB6-7E707DA18392

5016C48A-12B4-42B2-B471-AA55FF4A6CE7

7D7DB12C-B7B3-4E8C-A446-977EC3D11745

12C68AB4-5B0E-40CF-B614-4CC7217D9FC3

196C6C31-19A3-4D05-B9DC-95D40479E0E5

IMBARCO IN NORMANDIA

IMBARCO IN NORMANDIA

Plumbeo.
Cirri, nembi, cumuli, strati, si sommano e sottraggono in un cielo che raramente lascia spazio a qualche raggio di sole. Pedaliamo come rabdomanti all’incontrario, sperando di non trovare l’acqua, inseguendo le tracce nel cielo di un possibile sereno.
Plumbeo, è l’aggettivo che accompagna la nostra osservazione del cielo la mattina prima della partenza, da almeno una settimana, ma oggi, grazie alle nostre giacche nuove per la pioggia, plumbeo suona un po’ meno sinistro.
Lasciamo Parigi all’inseguimento della famosa Avenue Verte, la ciclabile che dovrebbe condurci a Londra, partiamo di buona lena ma dopo una ventina di chilometri di periferia degradata, murales colorati e uomini che fanno jogging lungo il canale, siamo costrette a fermarci. Una chiamata dall’albergo di Parigi ci avvisa che abbiamo dimenticato il passaporto in reception. Silvia prende un treno e io rimango a Saint Denis con le bici, sembra la soluzione più veloce e logica per non perdere l’intera giornata. Il piazzale della stazione, che dopo un breve giro pare essere il posto più sicuro, sembra un mercato negli slum di Nairobi, lo slargo è affollato di piccoli capannelli di uomini di colore; chi spaccia, chi chiacchiera aspettando qualcuno o qualcosa, chi si ingegna cuocendo mini spiedini su griglie improvvisate appoggiate a carrelli del supermercato.
Sono l’unica caucasica in tutto Saint Denis, siedo in disparte in un bar cercando di sparire col mio pallore dentro alla mia sedia e fingendo di scrivere su un quaderno. Lo squallore delle due ore nella piazza comincia a entrarmi sotto pelle e il cielo minaccia pioggia, di nuovo, come se non bastasse. Arriva Silvia e ripartiamo ma la ‘giornata degrado’ non è finita e si conclude col pernottamento nel più squallido albergo del mondo, in una cittadina di cui scordo subito il nome, in cui c’è la più grande concentrazione di cinesi di tutta la Francia.
Ripartiamo la mattina cercando lungo la ciclabile che si snoda sulla Senna gli indimenticabili scorci che hanno ispirato gli impressionisti. Mi immagino Monet con il suo cavalletto e i colori alla ricerca del punto giusto sulla riva, tra il verde incontaminato, il punto giusto per farsi investire dalla bellezza del colore puro, dalla luce, della mutevolezza del paesaggio.
Ma oggi, dietro le fronde, mentre pedaliamo, sbucano solo cementifici e poli industriali con le ciminiere fumanti e l’unica cosa realmente impressionante è un rumore metallico, fortissimo, che ci accompagna per qualche chilometro.

Sorprese.
Le sorprese in Normandia sono molte, a cominciare dalle strade che ci aspettavamo tutte piatte (del resto la Normandia non dovrebbe essere un posto comodo per farci uno sbarco?) e che invece si rivelano dei continui saliscendi, alcuni piuttosto impegnativi. E poi le case dove capitiamo a dormire, due bed & breakfast bellissimi, uno pieno di quadri, l’altro di gatti. La prima casa è una villa di campagna piena di quadri e sculture di un pittore ottantaquattrenne. La moglie ha deciso di aprirla per ospitare viaggiatori da tutto il mondo, il marito è malato di parkinson e lei pensa che sia una bella idea essere circondati da stimoli nuovi ogni giorno.
Ceniamo con altri due ospiti su una tavola curata in ogni dettaglio, circondati da bellezza, arte, attenzioni speciali, cibo buonissimo.
L’anziano pittore si aggira a passetti per casa trascinando delle vecchie ciabatte finché decide di sedersi a capotavola e trasforma la cena in una serata surreale, fatta di silenzi e lunghi sguardi, di assenza e presenza. La moglie dice che lui non parla ma capisce tutto. Dopo cena ci porta a vedere lo studio dell’artista, riempito di opere fino al soffitto, riempito di donne viene da dire, perché il soggetto unico in mille varianti sono i corpi di donne nude disegnati, dipinti, il più delle volte fermati con un segno di matita fluido e ripetuto che cerca la forma; in mezzo alla stanza una poltrona: “sta seduto qui ore a guardare i suoi lavori, chissà cosa pensa…” dice la moglie mentre sta per uscire. Io sono attratta da un’opera in particolare e glielo dico nel mio francese stentato, lui si avvicina a passetti, mi fa un piccolo inchino, mi prende la mano e me la bacia. Non parla ma capisce tutto.

Lento.
Quando rientreremo a casa cercherò tra i miei libri La lentezza di Kundera. Mi è proprio venuta voglia di rileggerlo.
Dopo due settimane di esercizio quotidiano, sei, sette ore ogni giorno, la velocità del nostro mezzo è diventata la nostra velocità interna, una sorta di abito mentale, un’abitudine, una consuetudine che si è sedimentata via via. Così ora pare che anche i nostri pensieri si siano modellati sulla velocità delle nostre gambe, sul ciclico battere del nostro cuore, che pompa sangue ai muscoli.
Adesso, dopo due settimane, le macchine che ci sfrecciano a fianco pare che vadano a una velocità assurda, che prima non avevamo notato, fuori da ogni logica, dei pachidermi di migliaia di chili ci sfiorano lanciati follemente verso destinazioni troppo lontane per noi, destinati a sparire in un attimo dalla nostra vista di lumache. Ritrovarsi a Londra, in una grande città caotica, toglie il fiato, le macchine e le moto se non riescono a superarci subito ruggiscono dietro di noi impazienti, le biciclette scampanellano isteriche, perché anche le bici in città sono stressate. L’attraversamento si rivela faticoso ma la meta è vicina.
Nessuno sa dirci dove si trovi la statua di Emmeline Pankhurst e quindi vaghiamo nei pressi dei giardini di Westminster per un po’…
Quando finalmente la avvistiamo siamo emozionate e stanche, stanche e emozionate, i sentimenti si alternano e si confondono. Facciamo un po’ di foto e poi non ce lo diciamo ma il nostro viaggio è davvero finito. Risaliamo sulle biciclette che ora paiono leggere e con un po di malinconia percorriamo gli ultimi chilometri. Delle amiche ci aspettano per ospitarci per quest’ultimo giorno, domani laveremo le nostre eroiche compagne di viaggio e le manderemo a casa a riposare per un po’, chiuse in cantina, in penombra, a meditare sulle prossime avventure.

image

image

image

image